Tra Washington trumpiana e Mosca putiniana si sta consolidando una convergenza di fatto: minare l’Unione Europea. Non per un’ideologia condivisa, ma per un calcolo di potenza. È l’inedita geometria di un mondo dove le democrazie diventano bersaglio proprio di chi dovrebbe difenderle.
C’è un’immagine che torna, come una fenditura nella coscienza del continente: l’Europa che si sfalda come una zolla d’argilla, fragile sotto pressioni opposte e tuttavia coordinate. Da un lato l’autocrazia russa che da vent’anni coltiva nel sottobosco europeo la retorica del “ritorno alla nazione”; dall’altro l’America del trumpismo, ansiosa di smontare ogni forma di cooperazione sovranazionale che possa ombrare l’egemonia statunitense. Due potenze che non si parlano, ma agiscono come se avessero letto lo stesso copione.
Per anni abbiamo raccontato la guerra ibrida del Cremlino, le sue ondate di disinformazione, il gas brandito come leva politica, gli sponsor del sovranismo continentale che siedono a Mosca e frequentano i salotti ideologici di Aleksandr Dugin. Nulla di nuovo. La sorpresa, semmai, è scoprire che su quella stessa pista di de-legittimazione dell’Unione Europea corre anche una certa Washington: la Washington dei circoli ultraconservatori che hanno scritto il Project 2025, l’agenda con cui Donald Trump intende rifare l’America a immagine della sua volontà.
Che il trumpismo guardi all’Europa come a un avversario, del resto, è stato dichiarato senza diplomatiche ipocrisie. “L’Unione Europea è stata creata per fregare gli Stati Uniti”, ha detto l’ex presidente. E non era uno sfogo estemporaneo: era il riassunto brutale di una dottrina. Perché un’Europa integrata, capace di una politica estera e industriale comune, non è un alleato, ma un concorrente.
È qui che le traiettorie si incontrano. Vladimir Putin vuole un’Europa frammentata, ridotta a un mosaico di capitali trattabili una ad una; Donald Trump vuole un’Europa spuntata, incapace di contrapporre la propria massa critica a un’America First che si immagina autosufficiente e dominante. Gli obiettivi coincidono, anche se le motivazioni divergono.
I think tank americani – la Heritage Foundation sopra tutti – sono diventati intanto i crocevia di una nuova internazionale sovranista. Non solo analisi e pamphlet, ma seminari, finanziamenti, patti di collaborazione con organizzazioni che orbitano attorno ai governi più euroscettici del continente. In Ungheria e in Polonia, dove l’euroscetticismo è stato elevato a identità nazionale, i contatti si sono trasformati in un’agenda comune: rimettere indietro l’orologio dell’integrazione. Si è arrivati persino a discutere – a porte chiuse, ma non abbastanza – della “dissoluzione dell’Unione Europea come oggi la conosciamo”.
In questa costellazione c’è anche la costante gravitazionale russa: finanziamenti opachi, mediazioni ideologiche, la vecchia rete che ha sostenuto Brexit, amplificato spin anti-Ue, coltivato figure come Nigel Farage e Santiago Abascal. L’eco della propaganda del Cremlino rimbalza nelle stesse stanze dove si celebrano i miti della sovranità nazionale assoluta. Le coincidenze, a questo punto, non sono più tali.
Eppure, in tutto ciò, c’è un paradosso: l’Europa è vista come troppo forte e troppo debole allo stesso tempo. Troppo forte per non essere un impedimento ai disegni americani di dominio economico globale. Troppo debole per resistere agli assalti di chi, a Est, la vuole riportare alla logica dei “grandi imperi” e delle “piccole nazioni”. E poiché nessuna delle due potenze vuole un’Europa pienamente autonoma, si ritrovano sulla stessa collina, pur guardando panorami differenti.
Non si tratta di un complotto, ma di una geometria: i vettori della storia oggi puntano, per ragioni diverse, verso la medesima fragilità del progetto europeo. In un’epoca in cui le democrazie vacillano sotto colpi coordinati, la sfida non è soltanto politica. È culturale, morale, spirituale. Questa Unione – imperfetta, lenta, discutibile – resta pur sempre una delle più grandi invenzioni di pace della nostra storia recente.
Se l’Europa cede, non cederà solo un modello istituzionale, ma un’idea di mondo. Quella in cui i popoli, dopo essersi dilaniati, hanno deciso che l’unione è più forte della paura. Quella in cui i confini possono diventare ponti. Quella in cui la sovranità non è un feticcio, ma una responsabilità condivisa.
Chi vuole smantellarla, da qualunque sponda del globo provenga, non sta solo indebolendo un edificio. Sta demolendo un argine contro il ritorno di un passato che credevamo sepolto. L’Europa non può permettersi di essere il vaso di coccio tra vasi di ferro. Ma non può nemmeno dimenticare che la sua forza è sempre stata una: l’unità.
E oggi quell’unità è la frontiera da difendere. Anche quando gli attacchi arrivano da amici presunti e nemici dichiarati, insieme, nella stessa direzione.
