C’erano una volta i “Magnifici Sette” del western, pistoleri ruvidi chiamati a difendere un villaggio. Oggi la scena si è rovesciata: non arrivano per salvare le istituzioni liberali, ma per svuotarle dall’interno; non cavalcano verso la frontiera, ma verso il centro dello Stato; non difendono i deboli, ma promettono protezione in cambio di obbedienza. Sono i magnifici 5 dell’illiberalismo contemporaneo, con possibili allargamenti a 7, perché le famiglie politiche del nostro tempo non si presentano mai da sole: fanno rete, si specchiano, si legittimano a vicenda. Si salutano da Budapest a Washington, da Mosca a Buenos Aires, passando per Ankara e oltre. Cambiano lingua, religione civile, stile retorico. Ma il metodo si somiglia terribilmente.
Il primo della compagnia, inutile girarci intorno, è Donald Trump. Non perché abbia inventato tutto, ma perché ha dato all’illiberalismo una grammatica globale. Prima di lui esistevano nazionalismi, autoritarismi elettorali, leadership personalistiche. Ma con Trump il fenomeno ha trovato una scenografia pop, una forza di contagio culturale, una lingua semplice e brutale: il popolo vero contro i traditori, le istituzioni contro la nazione, il leader contro tutti. Trump non governa soltanto: occupa l’immaginario. Ha trasformato la politica in un gigantesco referendum affettivo sulla sua persona, dove la fedeltà vale più della competenza, la provocazione più della verità, l’istinto più della norma. Il suo vero capolavoro non è una legge, ma un’atmosfera: l’idea che ogni limite al potere sia un complotto delle élite.
Accanto a lui, con il passo più lento e l’aria del teorico di provincia che ha letto Machiavelli e l’ha adattato ai talk show, c’è Viktor Orbán. Se Trump è il vulcano, Orbán è il geometra. Ha fatto in Ungheria ciò che molti sovranisti sognano di fare altrove: non abolire la democrazia, ma addomesticarla. Lasciare in piedi le urne e spostare tutto il resto. Media, magistratura, università, legge elettorale, amministrazione: ogni casella lentamente riposizionata per rendere il sistema meno contendibile, meno pluralista, meno libero. Orbán è il dimostratore pratico della tesi illiberale: si può vincere democraticamente e poi rendere sempre più difficile perdere. Non è il golpe, è il bricolage del potere. E proprio per questo fa scuola.
Il terzo è Vladimir Putin, che rispetto agli altri rappresenta il punto più avanzato e più cupo della traiettoria. Dove gli illiberali occidentali flirtano con la concentrazione del potere, Putin la realizza senza pudore. È l’autocrate che offre alla galassia sovranista un modello simbolico di virilità politica: comando, verticalità, guerra culturale, nazionalismo sacrale, disprezzo per il pluralismo. Non tutti vogliono diventare Putin, certo. Ma molti vogliono appropriarsi di alcuni suoi ingredienti: l’uomo forte, la nazione ferita, il nemico interno, la stampa come strumento ostile, il dissenso come tradimento. Putin è la versione hard del menù che altri servono in forma light. Ma il sapore, a ben vedere, è della stessa cucina.
Il quarto, inevitabile, è Recep Tayyip Erdoğan. Perché l’illiberalismo non è una faccenda esclusivamente occidentale né un prodotto dell’America trumpiana. Erdoğan mostra come si possa fondere consenso elettorale, religione civile, leadership carismatica e progressiva erosione dello Stato di diritto in un unico corpo politico. La sua lunga parabola dimostra che il populismo di governo, quando dura abbastanza, smette di essere soltanto una tecnica di mobilitazione e diventa regime. Non sempre regime totale, non sempre dittatura classica, ma sistema di potere durevole fondato sul controllo dei gangli essenziali. Erdoğan è importante perché ricorda all’Europa che il confine tra democrazia muscolare e democrazia malata è molto più sottile di quanto ci piaccia credere.
Il quinto, il più eccentrico e al tempo stesso il più coerente con lo spirito del tempo, è Javier Milei. Qui qualcuno storcerà il naso: che c’entra il libertario argentino con i nazional-conservatori, gli autocrati post-sovietici, i custodi della democrazia illiberale? C’entra, eccome, perché Milei incarna un’altra faccia della stessa rivolta contro il costituzionalismo sociale e contro l’idea che la politica debba essere mediazione, equilibrio, limite. La sua estetica è diversa: meno Stato, meno freni, meno mediazione, meno corpi intermedi. Ma la dinamica simbolica è parallela. Anche lui trasforma il conflitto in liturgia, il nemico in caricatura, la complessità in bestemmia contro il popolo. Anche lui vive di polarizzazione permanente. Anche lui presenta le istituzioni non come luogo comune della cittadinanza, ma come zavorra da abbattere. Con Milei l’illiberalismo incontra l’anarco-capitalismo spettacolare: sembra una variante lontana, in realtà appartiene alla stessa famiglia della demolizione.
Fin qui i magnifici 5. Ma, a voler allargare il quadro, si potrebbe arrivare ai 7. Il sesto nome potrebbe essere Narendra Modi, non perché sia sovrapponibile agli altri, ma perché rappresenta un’altra formula potente del nostro secolo: la maggioranza che si identifica con la nazione profonda, la religione maggioritaria trasformata in collante politico, il dissenso trattato come sospetto di slealtà verso la civiltà nazionale. Modi ha dato alla più grande democrazia del mondo una torsione maggioritaria e identitaria che molti osservano con ammirazione o inquietudine, a seconda del punto di vista. In ogni caso, il principio è lo stesso: il popolo non come pluralità, ma come unità morale incarnata dal capo.
E il settimo? Qui il nome più discusso, in Europa, potrebbe essere Giorgia Meloni, ma con una precisazione necessaria. Meloni non è Orbán, non è Putin, non è Erdoğan. L’Italia resta un sistema pluralista, conflittuale, pieno di contrappesi e di resistenze. Tuttavia sarebbe ingenuo non vedere la circolazione di codici comuni: la diffidenza verso i corpi intermedi, la tentazione di trasformare ogni critica in sabotaggio, la costruzione di una narrazione in cui il governo coincide con la volontà autentica del popolo, mentre il resto sarebbe palude, élite, intralcio. Non si tratta di assimilazioni grossolane, ma di parentele culturali. E le parentele, in politica, contano.
Che cosa tiene insieme questi personaggi così diversi? Non un’ideologia unitaria, e nemmeno un programma comune. Li tiene insieme un’antropologia del potere. Tutti, in modi differenti, diffidano del pluralismo. Tutti considerano i limiti istituzionali non una garanzia, ma un fastidio. Tutti hanno bisogno di un nemico stabile: il migrante, il liberal, il giudice, il giornalista, il tecnocrate, l’europeista, il globalista, il dissidente, il professore, il femminismo, il woke, l’Occidente decadente o, al contrario, l’Occidente corrotto. Cambia il bersaglio, non il meccanismo. Il popolo viene evocato come un blocco compatto, innocente, offeso. Il leader si presenta come il suo unico interprete autentico. Chi non applaude, tradisce.
È qui che il racconto dei magnifici 5 o 7 smette di essere una galleria di caratteri e diventa la grande questione del nostro tempo. L’illiberalismo non avanza solo perché ci sono capi abili, spregiudicati o mediaticamente potenti. Avanza perché intercetta paure reali: precarietà, declino sociale, perdita di status, crisi delle classi medie, smarrimento culturale, frattura territoriale, umiliazioni geopolitiche. Il leader illiberale non crea dal nulla queste ferite. Le occupa. Le teatralizza. Le organizza in una narrativa semplice: tu stai male perché qualcuno ti ha rubato il paese, la voce, il futuro. Io te li restituisco, ma in cambio non farmi troppe domande.
Ecco il punto. Il problema non è solo Trump o Orbán o Milei o chi per loro. Il problema è la disponibilità crescente di intere società a scambiare la libertà con la semplificazione, il pluralismo con l’appartenenza, la fatica della democrazia con il conforto psicologico del capo. I magnifici 5 non sono solo uomini. Sono sintomi. Sono la forma carismatica di una stanchezza civile. Sono il volto rumoroso di un desiderio silenzioso: quello di essere sollevati dal peso della complessità.
Per questo non basta indignarsi. Non basta neppure moralizzare. Occorre capire che l’alternativa all’illiberalismo non può essere la difesa pigra dello status quo. Se le democrazie liberali vogliono sopravvivere, devono tornare a essere percepite come capaci di proteggere, includere, decidere, correggersi. Devono dimostrare che il limite al potere non è debolezza, ma civiltà; che il pluralismo non è caos, ma maturità; che la mediazione non è viltà, ma l’unico modo umano di convivere senza consegnarsi al più forte.
I magnifici 5, o 7, continueranno a cavalcare ancora per un po’. Hanno consenso, denaro, propaganda, piattaforme, reti internazionali. Ma la loro forza, a guardarla bene, è meno granitica di quanto sembri. Vivono di paura. E la paura è potentissima, ma non è invincibile. A una condizione: che le democrazie ricordino di avere un’anima, non solo una procedura.
Perché quando la libertà smette di credere in se stessa, il satrapo arriva sempre travestito da salvatore.
