Recrudescenza della criminalità in America Latina
In certe mattine d’America Latina basta un foglio stropicciato, incollato a un palo della luce, per capire che lo Stato non abita più lì. Non servono fucili d’assalto, né proclami ideologici: basta una frase tracciata in stampatello, brutale nella sua semplicità — un avviso che proclama padronanze nuove, imposte senza bisogno di cerimonie. È il linguaggio del potere criminale, un potere che non elemosina consenso: lo esige.
La regione non è più attraversata solo dalla vecchia economia della droga, con i suoi cartelli ormai mitizzati nelle serie televisive. Il nuovo ecosistema criminale è un organismo diffuso, tentacolare, che considera ogni territorio una miniera: si estorce nei quartieri popolari, si saccheggia nei boschi, si infiltra nei porti, si monetizza perfino l’aria che si respira. Il narcotraffico non è scomparso, anzi prospera come non mai, ma è diventato solo una voce del bilancio. L’altra voce, oggi forse la più semplice e redditizia, è una parola che muta dialetto da paese a paese ma non cambia sostanza: l’estorsione.
“Paghi o muori” è la logica elementare, l’abc delle nuove mafie disaggregate. Non più i grandi clan verticali, ma microstrutture mobili, ibride, capaci di passare con la stessa naturalezza dal traffico di fentanyl alla deforestazione illegale, dalla tratta alla minera clandestina. È il capitalismo dell’illegalità: si offre ciò che il territorio consente e si elimina chiunque ostacoli la crescita. La violenza diventa moneta corrente, un messaggio e un marchio di fabbrica.
E intanto gli Stati, spesso complici e spesso impotenti, inseguono. In alcuni Paesi la polizia si trasforma in esercito, negli altri l’esercito si trasforma in polizia; e in troppi casi si trasforma in comparsa. Ogni tanto una “mega-operazione” sfonda una favela e lascia dietro di sé una contabilità macabra. Eppure, come dopo una tempesta in mare aperto, basta qualche ora perché le onde cancellino ogni traccia. Perché al centro della scena, subito dopo lo sparo, restano solo i vivi che raccolgono i morti.
La tentazione del “modello Bukele” aleggia ovunque come una scorciatoia messianica: incarcerare masse intere, farle sparire in complessi carcerari che somigliano più a panorami distopici che a politiche pubbliche. Ma il continente è troppo vasto, troppo complesso, troppo frammentato per un’autorità che si regga esclusivamente sull’eccezione permanente. E soprattutto: mentre le prigioni si riempiono, le reti criminali si riorganizzano. È una lezione di decenni, che però pochi sembrano voler studiare davvero.
Il vero dramma è che le alternative scarseggiano. La fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici; la politica, screditata o insofferente, fatica a offrire progetti credibili. E così cresce un nichilismo sociale che seduce come un brano trap o un “corridos bélico”: l’idea che l’unico riscatto possibile sia nella vendetta, nella violenza, nel sentirsi “qualcuno” con un’arma in mano. È la cultura dell’ira trasformata in carriera.
Eppure, in mezzo a questo scenario crepuscolare, qualche spiraglio compare. Le esperienze rare — ma esistenti — di uso intelligente della forza, di infiltrazioni pazienti, di giustizia che non spara per sentirsi forte, mostrano che la spirale non è inevitabile. Che la violenza non è un destino geografico. Che un quartiere, a volte, lo liberi non sparando più ma sparando meno.
La verità è che l’America Latina non è una terra condannata: è una terra esposta. Se non verrà ricucito il tessuto politico, economico e sociale, altri fogli verdi continueranno ad apparire agli angoli delle strade, come proclami di piccoli sovrani che hanno compreso quello che gli Stati faticano a capire: che il potere, per essere tale, va esercitato. E chi lo esercita per primo — con la paura o con la speranza — vince.
Per ora, troppo spesso, vince la paura.
