C’è una parola che fa paura, in questi giorni. Non è una delle parole della guerra — non “bombardieri”, non “missili”, non “stretto di Hormuz” — ma una parola del Vangelo travasata, con precisione quasi chirurgica, nel lessico di un Papa. La parola è: voragine. Leone XIV l’ha pronunciata domenica 1° marzo, dopo l’Angelus, davanti a una piazza San Pietro che annusava già l’odore di bruciato proveniente da Teheran. «Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile.»

Voragine irreparabile. Non “conflitto preoccupante”. Non “situazione critica”. Voragine. Chi ha un minimo di familiarità con il vocabolario pontificio sa che quella parola non è retorica. È diagnosi.

Il contesto, per chi avesse dormito

Il 28 febbraio, gli attacchi coordinati tra Stati Uniti e Israele — operazioni denominate rispettivamente “Furia epica” e “Ruggito del leone” — hanno portato all’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran dal 1989, colpito nel suo bunker insieme ad alcuni familiari. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: una pioggia di missili e droni ha colpito Israele e diversi Paesi del Golfo, tra cui Emirati Arabi Uniti e Kuwait. Il bilancio umano è tragico: circa 200 morti, inclusa la straziante perdita di 140 bambine in una scuola elementare di Minab. Sul piano economico, l’Iran ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz, rotta attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale.

Siamo al sesto giorno di guerra. Si tratta del conflitto più vasto che il Medio Oriente abbia visto da decenni. E noi, europei abituati al benessere, stiamo ancora a chiederci se la nostra bolletta aumenterà.

Leone XIV: il profeta che non si arruola

La prima cosa da dire di Papa Prevost, in questo frangente, è esattamente quello che non ha fatto. Leone XIV ha scelto di non indossare gli occhiali di alcuna ideologia. Non si è lasciato arruolare né dai sostenitori della linea di Trump, né dai difensori del regime degli ayatollah. Evitando affondi diretti o condanne unilaterali, ha preferito concentrarsi sulla “responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”. 

Qualcuno, nei blog cattolici di destra, ha già lamentato che il Papa “non ha condannato l’Iran”. Qualcuno, nei blog cattolici di sinistra, ha già lamentato che “non ha condannato gli USA”. Entrambi hanno torto. E il fatto che abbiano torto entrambi è, paradossalmente, la prova che Leone XIV ha detto qualcosa di vero.

Perché la verità, in tempo di guerra, è sempre scomoda per tutti.

Il pontefice ha scelto parole precise: «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile.» E ha aggiunto: «Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia.» 

“Ritrovi il suo ruolo.” Non “continui il suo ruolo”. Ritrovi. Il Papa sa benissimo che la diplomazia ha perso la strada. Non finge che il mondo funzioni ancora come dovrebbe.

Pochi giorni dopo, martedì sera, fuori da Villa Barberini a Castel Gandolfo, il Pontefice ha incontrato un gruppo di giornalisti e ha aggiunto, con una semplicità che spezza il cuore: «Pregare per la pace, lavorare per la pace, meno odio. Sempre sta aumentando l’odio nel mondo.» 

Meno odio. In un mondo in cui gli algoritmi dei social network si nutrono di odio, in cui l’odio è diventato il carburante della politica, il Papa chiede meno odio. È quasi ingenuo. È invece profetico.

Parolin: il giurista che parla chiaro

Se Leone XIV è il pastore, il cardinale Pietro Parolin è il giurista-diplomatico che traduce quella visione in linguaggio tecnico, preciso, tagliente come un bisturi. E in questi giorni, Parolin ha detto cose che nessun altro leader europeo ha osato dire.

«Come rileva la Carta dell’ONU, il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme.» 

Il mondo intero in fiamme. Non un’iperbole. Una constatazione giuridica e geopolitica.

«È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza.» Con queste parole, il Segretario di Stato vaticano ha formulato il giudizio più severo che la Santa Sede potesse esprimere sull’operazione “Midnight Hammer” senza firmare un’accusa formale. Ha colpito il principio, non solo l’atto.

E ha evocato quello che è il vero dramma di fondo: «si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità» dove ogni grande potenza si arroga il diritto di stabilire da sola cosa sia legittimo e cosa no. È la jungla. È Tucidide senza Atene.

Un Quaresima di guerra

Siamo in Quaresima. E c’è qualcosa di quasi liturgico in questa coincidenza terribile. La Quaresima è il tempo del deserto, del digiuno, della tentazione. La tentazione, in politica, si chiama potenza. Si chiama vendetta. Si chiama impunità.

Il Papa aveva commentato la Trasfigurazione, cuore del Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima, ricordando che essa «anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza». 

I corpi flagellati dalla violenza. Non “le strutture militari colpite”. Non “i target neutralizzati”. I corpi. Di persone. Di bambine di una scuola elementare di Minab.

La Trasfigurazione mostra un Cristo che risplende sul monte. Il Medio Oriente in fiamme è il contraltare: il monte che brucia. La scelta è sempre la stessa, in ogni generazione: la Gloria o il fuoco.

L’impotenza che non è indifferenza

C’è chi si chiede cosa serva la voce della Chiesa in questi frangenti. Se Parolin chiama il presidente del Libano, mentre prosegue dietro le quinte il lavoro della diplomazia vaticana su ogni tavolo possibile per provare a placare l’allargarsi a macchia d’olio del conflitto qualcuno sorride: cosa potrà mai il Vaticano contro i B-2 Spirit partiti dal Missouri?

La risposta è: niente, sul piano militare. Tutto, sul piano morale.

Il compito della Chiesa non è fermare le bombe con le mani. Il suo compito è custodire la memoria di cosa siamo, di cosa dovremmo essere. È tenere accesa la lampada del diritto internazionale quando i grandi della terra la spengono. È ricordare — con ostinazione, con pazienza, con quella che Parolin chiama “la fatica nobile della politica” — che non ci sono morti di serie A e di serie B. Che le 140 bambine di Minab contano esattamente quanto qualunque altra vittima di qualunque altra guerra.

Leone XIV ha pregato così: «Signore, illumina i leader delle nazioni, affinché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte, fermare la corsa agli armamenti e mettere al centro la vita dei più vulnerabili. Fa’ che la minaccia nucleare non condizioni mai più il futuro dell’umanità.» 

La voragine è lì, aperta. La voce è lì, piccola e ferma. Dipende da tutti noi — non solo dai “leader delle nazioni” — decidere quale delle due avrà l’ultima parola.

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Nella foto: L’ultimo Natale di Papa Francesco davanti a un presepe palestinese