Inchiesta sulle pseudo congregazioni religiose o derive settarie nel mondo aggregativo cattolico

C’è un’ipocrisia che puzza d’incenso. Si annida nelle pieghe della devozione, si nasconde dietro un crocifisso appeso al muro, si nutre del silenzio dei vescovi e della buona fede dei fedeli. È l’ipocrisia dei gruppi autocefali che proliferano nell’orbita della Chiesa cattolica come escrescenze non dichiarate: troppo cattolici per essere perseguiti dalla legge, troppo irregolari per essere difesi dall’istituzione, abbastanza opachi da sopravvivere per anni nell’impunità.

António Madaleno giornalista portoghese d’inchiesta sta cercando di fare luce su questo sottobosco. Il suo lavoro e quello della sua équipe merita rispetto, perché richiede una virtù rara: guardare senza sconti in una direzione scomoda, quella che punta non ai nemici dichiarati della fede, ma ai suoi parassiti interni. Hanno già portato alla luce il caso dei Legionari di Cristo,del Sodalitium Christianae Vitae — quella che il cardinale di Lima definì «un tentativo fascista di strumentalizzare la Chiesa» e che il Papa ha dovuto sciogliere nel gennaio 2025, dopo decenni di abusi sessuali, spirituali e finanziari perpetrati dal fondatore Luis Fernando Figari. Adesso hanno posato l’obiettivo su qualcosa che, nelle nebbie della devozione fatimita e nelle colline irpine, continua a operare indisturbato nella diocesi di Sant’Angelo de’Lombardi.

La cosiddetta Famiglia del Cuore Immacolato e di San Francesco. Nessun riconoscimento canonico. Nessuno statuto ecclesiale. Eppure, un convento improvvisato a Fatima, ospitato in un albergo messo a disposizione dai genitori di una giovane adepta — anch’essi nel frattempo adescati, anch’essi assorbiti nell’orbita del gruppo. Con annesso negozio di articoli religiosi. Un business nel business, avrebbe detto qualunque investigatore laico; un’opera di carità, diranno loro. La casa madre si trova in un altro ex hotel a Frigento, in Irpinia, e si riconduce a don Stefano Manelli: sacerdote ormai nonagenario, iniziatore storico dei Francescani dell’Immacolata, l’istituto religioso dal quale è uscito per farsi prete secolare e incardinarsi nella diocesi di Sanremo-Ventimiglia dove però non risiede. Una scelta non casuale: il perimetro diocesano offre margini di manovra che la vita religiosa, con i suoi superiori e i suoi controlli interni, non concede. E quei margini servono, quando i propri frati ti hanno già smascherato, quando la Santa Sede ti ha sospeso a divinis, quando la tua storia è costellata di accuse che non si possono liquidare come calunnie di “traditori”.

Il meccanismo è sempre lo stesso, qualunque sia il nome del gruppo, qualunque la latitudine. Si individua una zona grigia tra il diritto canonico e quello civile, e lì ci si installa. Si cercano anime giovani, spesso brillanti, spesso fragili, spesso in cerca di assoluto in un mondo che di assoluto non sa che farsene. Si offre loro una comunità, una certezza, un padre spirituale il cui sguardo vale più di qualunque laurea. Poi, lentamente, si comincia a togliere: i contatti con la famiglia, il diritto a curarsi, la possibilità di andarsene senza sentirsi dannati. Il linguaggio si cristallizza in formule ripetute come scongiuri. L’obbedienza cieca viene elevata a virtù teologale. L’identità personale si dissolve come zucchero nell’acqua benedetta.

E i vescovi? Troppo spesso i vescovi guardano altrove. Non per cattiveria, qualche volta nemmeno per vigliaccheria: a volte per quella forma sottile di complicità che nasce dalla convenienza. Questi gruppi portano vocazioni, donazioni, presenze alle messe. Riempiono i seminari svuotati, animano processioni che altrimenti sarebbero deserte. Costano poco e rendono molto, almeno finché le vittime non escono e non parlano. E quando parlano — e chi esce da un regime settario porta ferite che non si rimarginano in una stagione — spesso trovano porte chiuse, fascicoli archiviati per «insufficienza di indizi», procuratori della Repubblica che non sanno come classificare un abuso spirituale perché il codice penale è stato scritto prima che la psicologia clinica capisse quanto può fare male un confessore che ti dice che Dio ti abbandonerà se lasci la comunità.

Il lutto di chi sopravvive a queste esperienze è tra i più crudeli: è il lutto di chi è vivo ma deve fare i conti con anni rubati, con una fede sequestrata e spesso irrecuperabile, con famiglie che hanno aspettato e non capito. È il lutto ambiguo di una madre che sa che sua figlia respira da qualche parte nel mondo, ma non sa dove, non sa come, e sa solo che la ragazza brillante che aveva cresciuto è diventata qualcosa di irriconoscibile — una voce che ripete formule imparate, uno sguardo che non risponde.

Dire che questo non riguarda la Chiesa è una menzogna. Riguarda la Chiesa eccome, e proprio perché la riguarda essa ha il dovere di guardarlo in faccia. Purificare non è tradire: è l’unico atto d’amore che rimane quando la cancrena è già sotto la pelle. I giornalisti d’inchiesta stanno facendo la loro parte. La gerarchia faccia la sua — prima che tocchi farlo, ancora una volta, ai tribunali penali e all’opinione pubblica.