Quando Mosca ha parlato di “atto di aggressione armata” contro il Venezuela e ha chiesto con solennità la liberazione di Nicolás Maduro e della moglie, il linguaggio è sembrato quello delle grandi occasioni. Ma alle parole non è seguito nulla. Né un avvertimento, né una protezione, né un gesto concreto. La Russia ha protestato, sì, ma da spettatrice, mentre un alleato definito fino a pochi mesi prima “strategico” veniva prelevato e portato a New York come un qualunque imputato.

Ed è qui che la caduta di Maduro diventa qualcosa di più di un episodio latinoamericano: diventa uno specchio impietoso della debolezza russa fuori dal suo immediato vicinato. Sette mesi prima Putin e Maduro firmavano al Cremlino un trattato di cooperazione strategica, promettendo difesa reciproca contro “forze ostili esterne”. Al momento decisivo, quel trattato si è rivelato carta diplomatica senza peso operativo.

Il copione non è nuovo. Dalla guerra totale contro l’Ucraina in poi, la Russia appare assorbita, prosciugata, concentrata su un solo fronte, incapace di sostenere davvero i suoi partner autoritari. È successo in Siria, dove Assad è crollato nonostante l’intervento russo; è successo con l’Iran, difeso più a parole che con strumenti efficaci; ed è successo ora in Venezuela, dove Mosca non ha nemmeno tentato di intervenire.

Per Putin, il colpo è anche simbolico. Il Venezuela non era solo un alleato: era il segno che la Russia poteva mettere piede nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. Un messaggio rivolto a Managua, a L’Avana, a molti regimi che guardano a Mosca come scudo contro Washington. Quel messaggio oggi suona vuoto. Maduro non era davvero “di Mosca”, e la sua caduta lo dimostra.

Dietro la retorica antiamericana, il rapporto russo-venezuelano è sempre stato più transazionale che ideologico: armi in cambio di petrolio, prestiti difficilmente recuperabili, investimenti energetici spesso in perdita. Con Chávez funzionava, finché il petrolio pagava tutto. Con Maduro è diventato un fardello: repressione crescente, economia collassata, sanzioni, incapacità strutturale di governare. La Russia ha continuato a sostenere il regime, ma non a rafforzarlo davvero.

E qui sta il punto decisivo: Mosca sa sostenere uomini, non sistemi. Può mandare mercenari, intelligence, aerei simbolici; ma non sa – o non vuole – costruire istituzioni, economia, consenso. Quando il potere locale scricchiola, la Russia può offrire un esilio dorato, non una salvezza. È accaduto ad Assad, potrebbe accadere anche altrove.

Il paradosso è che tutto questo rende Mosca meno temibile come alleato, ma non innocua come attore globale. La Russia, quando non riesce a vincere o proteggere, diventa sabotatrice. Resta sul terreno, aspetta, alimenta instabilità, pronta a indicare il caos come prova del “fallimento americano”. È una strategia già vista: non costruire, ma rovinare ciò che altri non riescono a consolidare.

Il Venezuela, oggi, è proprio questo: un laboratorio aperto. Se l’uscita di Maduro non porterà a una transizione credibile, a elezioni vere, a un minimo di ordine sociale, Mosca potrà dire: ve l’avevamo detto. Non per riprendersi il Paese, ma per dimostrare che nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, sa davvero governare il disordine.

La lezione, per Washington e per il mondo, è chiara: la Russia non è più un impero capace di proteggere i suoi alleati lontani, ma resta una potenza capace di sfruttare i vuoti. Non una tigre globale, forse. Ma nemmeno un animale addomesticato. Una tigre di carta, sì — ma che sa ancora graffiare quando il caos le conviene.