Il 10 marzo 2026, mentre il Medio Oriente bruciano e i missili di precisione continuano a ridisegnare confini che nessun trattato ha mai saputo rendere stabili, nell’Aula San Francesco della Pontificia Università Antonianum a duecento metri dal Colosseo e a duemila anni dalla prima Pentecoste — si firma un accordo tra la Facoltà di Filosofia dell’Antonianum e il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. L’oggetto dell’accordo è, nelle parole del convegno che lo accompagna: “La dignità infinita e la diplomazia delle culture.”
Sinfonia delle diversità. Il titolo è bello, e non è retorico. È una sfida. Perché una sinfonia non è un coro all’unisono — è precisamente il contrario: è la capacità di tenere insieme voci diverse, strumenti diversi, timbri e tempi diversi, senza che nessuno sopraffaccia l’altro e senza che la differenza si dissolva in una media indistinta. Richiede un direttore. Richiede uno spartito. E richiede — questo è il punto che la cultura contemporanea fatica enormemente ad accettare — che ogni strumento accetti di non suonare da solo.
Francesco d’Assisi, il cui nome custodisce questa aula, non era un diplomatico. Era qualcosa di più difficile e di più raro: era un uomo capace di inchinarsi davanti al sultano al-Kamil senza rinunciare a dire chi era e cosa credeva. Andò in Terra Santa nel 1219, in piena crociata, attraversò le linee nemiche, fu catturato, fu condotto davanti al sultano. Non portava armi. Portava il Vangelo e — cosa che i contemporanei trovarono più scandalosa delle armi — il rispetto genuino per l’interlocutore. Al-Kamil lo ricevette. Lo ascoltò. Non si convertì. Ma lo rispettò. E lo lasciò andare.
Quella scena è lo spartito della sinfonia di cui oggi si parla nell’Aula intitolata a Francesco. Non la resa. Non il relativismo. Non il “tutte le culture si equivalgono” che è la forma più pigra e più insincera di rispetto. Ma l’incontro vero, quello che richiede di portare sé stessi — identità, fede, storia — e di portarli in modo tale che l’altro li possa vedere senza sentirsi minacciato. La diplomazia delle culture, se è seria, comincia lì. Da quella scena sul Nilo. Da quel frate scalzo davanti al sultano armato.
Il programma del convegno è, a leggerlo bene, una mappa della complessità del nostro tempo. Sotto l’organizzazione e la moderazione del prof. Paolo Cancelli, nel programma diacronico dell’evento, Il professor Fabrizio Lobasso, Direttore centrale per l’internazionalizzazione economica del Ministero degli Esteri, porta la prospettiva dello Stato e del mercato. Il professor Marco Scurria, porta quella del legame atlantico e del conflitto irrisolto in Medio Oriente. Il professor Mohamed Bamashmosh, dell’Istituto italiano degli Studi islamici e umanistici BAYAN, porta la voce dell’Islam italiano — quella che troppo spesso viene o demonizzata o ignorata, raramente ascoltata. La professoressa Sabrina Martucci porta l’analisi della radicalizzazione e della prevenzione. Il professor Luigi Carunchio porta il mondo dell’apertura internazionale. La professoressa Francesca Abate porta la dimensione economica concreta, quella dei numeri che reggono o non reggono le visioni del mondo.
Non è un convegno tematico. È una conversazione su tutto. E tutto — in questo momento storico — significa: come si vive insieme quando le civiltà si scontrano, quando le economie si frantumano, quando le guerre religiose tornano a fare morti reali su fronti reali, quando la tecnologia accelera ogni tensione fino al punto di rottura?
La risposta non è in nessuno dei singoli interventi. È nello spazio che si crea tra loro. Nella qualità dell’ascolto. Nel fatto stesso che siedano allo stesso tavolo, nell’Aula di San Francesco, sotto l’egida di un’università che porta il nome del Poverello e che da secoli pratica quella virtù intellettuale così rara e così necessaria: prendere sul serio le domande degli altri senza rinunciare alla propria risposta.
L’accordo tra l’Antonianum e la Vanvitelli non è un atto burocratico. O meglio: è anche un atto burocratico, con firme e timbri e articoli di convenzione. Ma sotto la carta c’è qualcosa di più interessante: il tentativo di costruire un ponte tra filosofia e diritto, tra la speculazione teologica e la norma positiva, tra il che cosa è l’uomo e il come lo tuteliamo. È un tentativo antico — il diritto canonico, il diritto internazionale moderno, la Dichiarazione universale dei diritti umani sono tutti, in diversa misura, figli di questa tensione — che ogni generazione deve rifondare dalle radici, perché ogni generazione tende a dimenticarne le premesse e a conservarne solo le conclusioni.
Il documento della Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas?, pubblicato sei giorni fa dalla Santa Sede, ha ricordato quella premessa con una frase che vale da sola tutto un trattato: «Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede.» La dignità non si negozia. Non si guadagna. Non si può togliere perché non è stata data da nessun potere umano. È ricevuta. E ciò che è ricevuto — non prodotto, non acquistato, non conquistato — obbliga in modo del tutto diverso da ciò che si possiede.
Questa è la premessa filosofica dell’accordo che si firma oggi. O dovrebbe esserlo. Perché se la dignità è un dono, allora la diplomazia delle culture non è una negoziazione tra interessi contrapposti in cui vince il più forte. È il riconoscimento reciproco di qualcosa che precede entrambi i contraenti. È, in termini paolini — e questa università sa cosa significa ragionare in termini paolini — l’eco terrena di quell’anakephalaiōsasthai, di quel ricondurre tutto all’unico Capo in cui le differenze non si annullano ma finalmente si compiono. È in questi termini che si è espresso in sintesi il prof. Andrea Bizzozzero Decano della Facoltà di Filosofia dell’Antonianum.
Fuori dall’Aula San Francesco, mentre si firma e si discute, il mondo fa quello che fa da sempre: i carri armati sparano, i missili volano, i parroci muoiono soccorrendo i feriti, e gli uomini potenti si riuniscono in luoghi segreti per parlare di Anticristo con i cellulari banditi. La sinfonia delle diversità, là fuori, suona spesso come una cacofonia di dolore. Come sempre, la domanda è se l’accordo firmato oggi in viale Manzoni produca qualcosa di reale — un metodo, una comunità di ricerca, una generazione di giuristi e filosofi capaci di ragionare insieme sulla dignità umana — o se rimanga, come troppi accordi accademici, una bella cerimonia che non lascia traccia oltre il comunicato stampa.
La tradizione francescana non ha mai avuto molta pazienza per le belle cerimonie fini a sé stesse. Francesco non firmò accordi con il sultano. Ci andò di persona, scalzo, senza scorta, con il Vangelo in mano. L’Antonianum porta il suo nome: è un’eredità esigente. Non basta la sinfonia scritta sulla carta. Bisogna suonarla. Bisogna, come diceva Giovanni Paolo II che di francescanesimo capiva, alzarsi e camminare.
L’accordo è firmato. La sinfonia può cominciare. L’Aula San Francesco aspetta di sapere se i suoi muri hanno sentito oggi una promessa o una formalità.
Noi speriamo — con la speranza teologale, quella che non delude — nella promessa.
