C’è un momento, nei discorsi parlamentari dei presidenti del Consiglio in difficoltà, in cui la difensiva si trasforma in attacco. È una mossa antica, quasi un riflesso condizionato della politica italiana: quando non hai argomenti comodi, sfida l’avversario a trovarne di migliori. Giorgia Meloni, presentandosi alla Camera il 9 aprile dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia, le dimissioni di Santanchè e Delmastro, e un contesto internazionale che brucia come l’Iran sotto le bombe, ha scelto esattamente quella strada. Con una certa abilità, bisogna riconoscerlo.
“Vi sfido sul merito”, ha detto. Una frase che funziona sempre, perché l’opposizione italiana, nella sua variopinta incoerenza, non ha quasi mai un merito da offrire in risposta. E in effetti le repliche di Schlein, Conte e Renzi hanno confermato la previsione: insulti, invettive, promesse di mandarla a casa nel 2027. Nessuna proposta. Il campo largo come specchio fedele dei propri limiti, proprio nel momento in cui il governo mostrava i suoi.
Eppure, tolta la retorica della sfida, che cosa rimane del discorso di Meloni? Rimane il profilo di una premier che ha attraversato quattro anni di governo senza fare le riforme che aveva promesso — niente premierato, niente nuova legge elettorale, niente di quella “rivoluzione conservatrice” evocata con tanta enfasi nel 2022 — e che ora rivendica i risultati di gestione: il fondo sanitario a 143 miliardi, il piano casa, i diecimila ausiliari per le forze dell’ordine. Cifre amministrative, non storia politica. Il bilancio di chi ha tenuto in piedi la baracca, non di chi l’ha rifatta.
Il punto più scivoloso rimane la politica estera, e Meloni lo sa. Ha definito l’Italia “testardamente occidentale”, rivendicando la coerenza atlantica come una virtù in sé, quasi che stare con Washington fosse un valore assoluto indipendentemente da ciò che Washington fa. Sulla crisi iraniana, il suo “non condivido e non condanno” dell’attacco americano è diventato per l’opposizione un emblema della subalternità a Trump. Lei ha risposto che la posizione italiana era analoga a quella degli altri principali alleati europei — il che è vero, ma non è necessariamente una difesa: significa semmai che l’imbarazzo è condiviso.
C’è qualcosa di sintomatico nel fatto che il discorso più lungo sia stato dedicato non ai problemi del paese, ma a sgombrare il campo dalle “fantasiose ricostruzioni” su dimissioni e rimpasti. Ha dovuto spiegare che “non c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato”, il che è esattamente il tipo di frase che si pronuncia quando ci si sente in obbligo di dirla. I governi che vanno bene non dedicano un’ora del Parlamento a spiegare che non stanno per cadere.
Il passaggio più rivelatore, però, è stato quello sulla mafia. Meloni ha tirato in ballo il padre — condannato per narcotraffico, morto, “che non vedo da quando avevo 11 anni” — per rispondere alle accuse di vicinanza con la criminalità organizzata. È una difesa comprensibile sul piano umano, meno su quello politico: portare in aula la propria biografia familiare come scudo significa uscire dal terreno della politica per entrare in quello dell’autodifesa sentimentale. Un presidente del Consiglio risponde alle accuse con i fatti istituzionali, non con l’orfanezza.
Quello che manca, al netto dei numeri e delle sfide, è una visione. Meloni è arrivata al governo con una narrazione forte — la nazione, le radici, la sovranità, il popolo contro le élite — e ha governato come qualunque altro premier di centrodestra europeo degli ultimi vent’anni: con prudenza, con pragmatismo, con un occhio ai mercati e l’altro ai sondaggi. Non è un disonore, è la normalità del potere. Ma crea uno scarto tra il personaggio e la realtà che prima o poi diventa insostenibile.
Renzi ha detto che Meloni ha tenuto in aula il primo comizio della campagna 2027. Forse sì. Ma in Italia, come si sa, i comizi funzionano meglio dei programmi.
E le elezioni sono ancora lontane.
