La stampa parla di presunte tensioni Vaticano-Washington a causa della guerra
C’è qualcosa di antico, quasi di consolante, nel vedere un uomo in bianco che si mette di traverso davanti ai carri armati — metaforicamente, s’intende, ché i tempi di Giovanni Paolo II davanti ai panzer dell’URSS sono lontani, e per giunta erano tempi in cui Washington e il Vaticano viaggiavano in tandem, con la CIA che condivideva dossier col cardinale Casaroli come vecchi soci in affari.
Oggi lo scenario è rovesciato, e fa una certa impressione.
Leone XIV — nato a Chicago, americano fino al midollo, primo Papa a stelle e strisce — si ritrova a fare la voce fuori dal coro proprio nel coro di casa sua. Ha il coraggio, o l’incoscienza, di pronunciare parole come multilateralismo e diritto umanitario internazionale mentre l’esercito del suo paese nativo rapisce un presidente in Venezuela e minaccia l’Iran. Ha il candore, o la fermezza, di ricordare che “la guerra è tornata di moda” davanti al corpo diplomatico, sapendo benissimo chi siede alla Casa Bianca.
La risposta non si è fatta attendere. Il Pentagono — non il Dipartimento di Stato, si noti bene: il Pentagono — ha ricevuto il nunzio apostolico. Una convocazione anomala nei protocolli diplomatici, come sanno tutti tranne chi finge di non saperlo. Poi le smentite di rito, le dichiarazioni di “rispetto e cordialità”, il cardinale Pierre che parla di “fabbricazioni”. Il balletto delle smentite, in diplomazia, è spesso più eloquente degli insulti.
Quel che rimane, al netto dei comunicati, è la frattura. Esistenziale, scrive qualcuno, e il termine non sembra eccessivo. Da una parte una potenza che crede nella pace attraverso la forza, che ha in Stephen Miller il suo teorico dei “rapporti di ferro”, e in Elbridge Colby il suo stratega. Dall’altra una istituzione bimillenaria che ritiene — parole del cardinale Parolin — “un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi”. Due cosmologie incompatibili, mascherate per anni da convenienze geopolitiche e oggi finalmente allo scoperto.
La cosa notevole è che Leone non si è lasciato sedurre dall’occasione simbolica di essere il primo Papa americano. Avrebbe potuto. La tentazione di incarnare una riconciliazione provvidenziale tra fede e potenza, tra Roma e Washington, doveva essere forte. Invece ha scelto la continuità con Bergoglio: i poveri, la terra, i migranti respinti, i villaggi libanesi sotto il fuoco. Ha ricevuto David Axelrod — consigliere di Obama, non di Trump — con un tempismo che difficilmente è casuale.
In un’epoca in cui quasi ogni istituzione occidentale ha imparato a declinare le proprie obiezioni sottovoce, a dosare i silenzi, a misurare le parole sulla bilancia degli interessi, fa uno strano effetto trovare in un vecchio palazzo vaticano una delle poche voci che ancora si ostina a chiamare la guerra con il suo nome. Non per ingenuità — il Vaticano è la più antica macchina diplomatica del mondo — ma per quella che, volendo essere generosi, si potrebbe chiamare coerenza dottrinale, e che altri, volendo essere più prosaici, potrebbero chiamare testardaggine.
In ogni caso, almeno una voce fuori dal coro.
E il coro, bisogna ammetterlo, è diventato molto, molto affollato.
