L’ultimo numero di Limes, la rivista di geopolitica che da trent’anni legge il mondo con il piglio freddo di chi non ha illusioni da vendere, dedica un lungo e documentato saggio alla questione che nessun dibattito pubblico italiano ha ancora affrontato con la serietà che meriterebbe: la Marina militare vuole una portaerei nucleare. Non è un’indiscrezione, non è la fantasia di qualche ufficiale visionario. È un progetto inserito in un documento di budget che arriva fino al 2040, firmato da un ammiraglio, studiato da un consorzio industriale che ha già un nome — Minerva — e un obiettivo preciso: marinizzare i reattori di quarta generazione per dotare la Marina di una capacità di proiezione che oggi non ha e che, nei calcoli degli strateghi di Roma, sarebbe necessaria per presidiare un “Mediterraneo globale” che si estende dallo Stretto di Malacca al Golfo del Bengala, passando per il Mar Rosso, il Corno d’Africa e i fondali dell’Artico.
È un progetto ambizioso. È anche, a ben guardare, un progetto che rivela molto su come l’Italia stia ripensando se stessa nel mondo — e su quanto quella visione sia insieme seducente e fragile.
Partiamo dal senso strategico, che è reale e non va liquidato con fastidio pacifista. Le navi a propulsione convenzionale hanno un tallone d’Achille che la guerra nel Mar Rosso ha reso visibile a tutti: dipendono dai porti altrui. Le fregate italiane impegnate nell’operazione Aspides dovevano rifornirsi a Gibuti, a uno o due giorni di navigazione dalle zone di operazione, perché i porti sauditi non erano accessibili e quelli egiziani richiedevano tempi e burocrazia. Un accordo di basi navali può essere revocato, un porto amico può diventare ostile, una crisi può chiudere i rifornimenti nel momento peggiore. La propulsione nucleare taglia questo nodo. Un sottomarino nucleare non emerge mai — il limite sono le scorte di cibo, non il carburante. Una portaerei nucleare è, in sostanza, una base mobile sovrana. Per un paese che dipende dal mare per il quaranta per cento del suo commercio e che ha interessi energetici dal Mozambico all’Indonesia, questa non è vanità militare: è geopolitica elementare.
Detto questo, conviene non perdere di vista i nodi che l’entusiasmo strategico tende a nascondere sotto il tappeto. E il primo, prima ancora di quelli tecnici e diplomatici, è un nodo che in Italia nessuno osa nominare quando si parla di difesa: il nodo delle priorità.
L’Italia è il paese europeo che invecchia più in fretta. Il tasso di natalità è tra i più bassi del mondo sviluppato. I giovani emigrano — non per avventura, ma per necessità — e chi rimane affronta un mercato del lavoro che li precarizza, un sistema universitario sottofinanziato, un costo della casa che rende impossibile mettere su famiglia. Gli anziani, nel frattempo, vivono più a lungo ma in condizioni assistenziali sempre più fragili, con un sistema di welfare che scricchiola sotto il peso demografico e con una sanità territoriale che in molte aree del paese è già collassata. Non sono emergenze future: sono il presente di milioni di italiani. Sono la ragione per cui la coperta è corta oggi, figurarsi quando si tratterà di finanziare per quindici anni la costruzione di una portaerei nucleare.
Scegliere dove mettere i soldi pubblici non è un esercizio di contabilità. È un atto politico che dice chi siamo e cosa vogliamo diventare. Un paese che investe in portaerei nucleari mentre taglia i fondi agli asili nido, mentre lascia le università del Sud senza laboratori decenti, mentre non riesce a pagare i medici di base in modo da trattenerli nel sistema pubblico, sta facendo una scelta precisa: sta scommettendo sulla proiezione esterna rinunciando alla coesione interna. È una scommessa che i grandi imperi hanno fatto molte volte nella storia. Raramente è andata bene.
Il secondo nodo è il tempo, e si intreccia con il primo. Il 2040 non è lontano quanto sembra, e costruire una filiera nucleare navale da zero — con reattori di quarta generazione che non hanno ancora applicazioni navali collaudate, con ingegneri da formare, normative da scrivere, basi da attrezzare per le manutenzioni — richiede una continuità di investimento e di visione politica che l’Italia non ha mai dimostrato nel settore della difesa. I programmi militari italiani hanno la tendenza a sopravvivere ai governi che li concepiscono solo sulla carta: nel mondo reale vengono ridotti, rinviati, cancellati alla prima legge di bilancio in difficoltà. Una portaerei nucleare costa, in costruzione e in gestione, cifre che richiedono un impegno decennale blindato. In un paese che discute ogni anno di tagli alla sanità e alle pensioni, la domanda politica è: chi garantisce la continuità? E soprattutto: a quale altra voce si toglie, per garantirla?
Il terzo nodo è l’uranio. Ed è qui che il progetto Minerva incontra la geografia del potere mondiale nella sua forma più cruda. L’Italia non ha una filiera del combustibile nucleare. Per costruirla dovrebbe guardare al Canada — stabile, affidabile, ma conteso dagli americani che vogliono per sé quella risorsa strategica — o all’Australia, che ha uranio in abbondanza ma resistenze politiche e costi di trasporto proibitivi. Le alternative più vicine geograficamente — Niger, Namibia, Kazakistan, Uzbekistan — sono tutte segnate dalla presenza russa e cinese in modo così capillare da rendere qualunque “filiera sicura” una finzione. Il Niger lo sa già la Francia, che per decenni si è rifornita di uranio saheliano e ha visto evaporare quel rapporto dopo il golpe del 2023. L’Italia ha il Piano Mattei, ha le visite di Meloni ad Astana e Tashkent, ha i buoni rapporti con Giacarta. Sono mattoni utili. Ma una filiera nucleare richiede qualcosa di più: accordi blindati, investimenti industriali pesanti, protezione diplomatica robusta. Niente di tutto questo si costruisce in un decreto.
Il quarto nodo è il più sottile, e riguarda le conseguenze involontarie. L’Italia vuole essere un fattore stabilizzante nel Mediterraneo allargato — questa è la narrazione ufficiale, e in parte è anche sincera. Ma dotarsi di unità a propulsione nucleare in uno spazio geopolitico dove la Turchia ha già dichiarato apertamente di volersi dotare di sottomarini nucleari, dove il settantuno per cento dei cittadini turchi vorrebbe anche le testate, dove Erdogan da anni ripete che il Trattato di non proliferazione è una truffa dei potenti — significa mettere sul tavolo una fiches che potrebbe accelerare dinamiche che si vorrebbero contenere. Non è detto che l’Italia debba rinunciare ai propri interessi per non disturbare Ankara. Ma è detto che la narrazione “puramente difensiva” che Roma dovrebbe costruire per accompagnare questa scelta richiede una finezza diplomatica e una credibilità regionale che si guadagnano nei decenni, non nei comunicati stampa.
C’è infine una domanda che Limes formula con onestà ammirevole: nel 2040, quando dovrebbe essere pronta la portaerei nucleare italiana, avrà ancora senso avere una portaerei? I missili ipersonici cinesi non sono oggi intercettabili. Gli sciami di droni saturano le difese. I sottomarini silenziosi a propulsione avanzata mettono in discussione il valore delle grandi unità di superficie come mai prima. La storia militare è piena di armi concepite per la guerra precedente. La corazzata era il simbolo del potere navale — fino a Pearl Harbor, dove fu affondata dall’aviazione. La portaerei ha preso il suo posto — e oggi qualcuno discute seriamente se sopravviverà ai missili del 2035.
Non è una ragione per non progettare. È una ragione per progettare con meno certezze e più umiltà di quante i comunicati del ministero della Difesa tendano a mostrarne.
L’Italia che guarda all’Indo-Pacifico, che manda il Vespucci in Giappone, che stringe accordi navali con Indonesia e Malesia, che pensa a sé stessa come potenza marittima globale — è un’Italia che ha capito qualcosa di importante sul proprio futuro. Il Mediterraneo è piccolo per gli interessi di un paese che importa energia dall’Africa e vuole esportare cantieristica in Asia. La visione è giusta.
Ma la potenza navale si costruisce su fondamenta interne solide, non nonostante la loro fragilità. Una nazione che non riesce a trattenere i propri giovani, che non investe abbastanza nell’istruzione da produrre gli ingegneri nucleari di cui avrebbe bisogno, che non ha ancora risolto come accudire i propri anziani senza dissanguare le famiglie, che guarda al 2040 con un tasso di natalità da prefisso telefonico — quella nazione non ha ancora il diritto di distogliere lo sguardo da se stessa per fissarlo sull’orizzonte dell’Indo-Pacifico. Non perché la geopolitica non conti. Ma perché la geopolitica, alla fine, la fanno i popoli. E i popoli hanno bisogno, prima delle portaerei, di un futuro in cui valga la pena restare.
Tra la visione e la portaerei nucleare del 2040 c’è un paese che non riesce a mantenere i treni in orario, che taglia i fondi alla ricerca, che non ha ancora una legge seria sull’energia nucleare civile, e che la settimana scorsa ha litigato su chi dovesse pagare il conto della benzina negli aeroporti pugliesi.
Minerva era la dea della saggezza. Prima di tutto, della saggezza pratica.
