Un’analisi del discorso elaborata da un mediologo
C’è un momento preciso in cui una civiltà politica smette di discutere e inizia a imprecare. Non è un momento morale — è un momento semiotico. Significa che il linguaggio condiviso si è rotto, che le parole normali non bastano più a contenere ciò che si vuole dire, che la comunicazione politica ha abdicato alla sua funzione primaria — convincere, argomentare, persuadere — e ne ha abbracciato un’altra, più antica e più brutale: segnalare l’appartenenza tribale attraverso lo shock.
Donald Trump non ha inventato la parolaccia in politica. Ma ha fatto qualcosa di più radicale: l’ha normalizzata come strumento di potere. Prima di lui, le volgarità dei potenti erano private — i nastri di Nixon, il Cheney sussurrato a un senatore democratico — oppure accidentali, gaffe imbarazzanti da cui ci si scusava. Trump ha capito, con l’istinto del venditore di appartamenti che sa come leggere una stanza, che nell’America del 2016 l’oscenità pubblica non era una debolezza: era un messaggio. Diceva: sono uno di voi. Non sono un politico. Non ho paura delle regole. Le regole sono per i perdenti.
Il nastro di Access Hollywood — «grab them by the pu**y» — avrebbe dovuto distruggere una candidatura. Ha fatto il contrario. Ha convinto milioni di americani che quell’uomo parlava come loro. O meglio: come loro avrebbero voluto parlare se non avessero avuto paura di farlo. Trump ha liberato qualcosa. Non il meglio, ma qualcosa di molto reale: la voglia di dire le cose senza filtri, la stanchezza del politicamente corretto, il desiderio di rompere la vetrina del linguaggio istituzionale e dire finalmente quello che si pensa.
Il problema è che quella rottura non era innocente. Il linguaggio non è mai solo linguaggio. È una mappa del mondo — determina cosa si può pensare, cosa si può proporre, cosa si può fare. Quando il presidente degli Stati Uniti descrive i migranti come «invasori», non sta solo usando una parola colorita: sta costruendo una categoria giuridica e morale che rende accettabile il loro trattamento come nemici, non come persone. Quando Stephen Miller scrive che «l’unico processo a cui gli invasori sono dovuti è la deportazione», non sta imprecando: sta azzerando secoli di diritto internazionale in una frase. Il linguaggio brutale di Trump non è una forma di autenticità. È una tecnica di demolizione.
E ora i democratici, che per anni hanno combattuto Trump sul terreno delle norme, della decenza, del rispetto istituzionale, hanno alzato la bandiera bianca e si sono messi a imprecare anche loro. Con gioia, quasi con sollievo. Il senatore Gallego ha usato la parola in settantasette post su X in sei anni. La governatrice candidata Stratton ha costruito un intero spot elettorale intorno a sostenitori che la urlano contro Trump. La deputata Lee ha scritto «so f**king f**ked up» e poi ha cancellato il post aggiungendo: «Sorry, I say f**k a lot these days». Una scusa che è anche una rivendicazione.
Dal punto di vista della comunicazione politica, è una resa totale. I democratici stanno combattendo Trump con le armi di Trump, sul terreno scelto da Trump, con le regole stabilite da Trump. Ed è esattamente quello che Trump vuole. Perché su quel terreno — quello dell’autenticità performativa, dello shock calcolato, del «dico quello che penso senza filtri» — Trump è imbattibile. È il campione indiscusso. È lui che ha fatto le regole. Chiunque lo imiti gioca in trasferta.
La professoressa Kathleen Hall Jamieson, che studia la comunicazione politica all’Università della Pennsylvania, ha offerto la diagnosi più lucida: «È un’espressione di frustrazione. “Non ho più le parole per descrivere questo — mi sposto nel territorio del tabù”». Ma è esattamente qui che si nasconde il paradosso. Il politico che non trova più le parole per descrivere la realtà e ricorre al tabù non sta comunicando più efficacemente: sta comunicando la propria impotenza. Sta ammettendo che il linguaggio normale — quello della proposta, dell’argomento, della visione — si è esaurito. Che non ha altro da offrire se non la rabbia.
La rabbia è legittima. È comprensibile. Di fronte a bambini separati dalle famiglie alla frontiera, a giudici dell’immigrazione licenziati perché concedevano asilo a tropte persone, a mega centri di detenzione costruiti nelle città più povere d’America senza avvisare nessuno, di fronte a tutto questo, la rabbia non solo è umana — è la risposta moralmente appropriata. Ma la rabbia gridata non è una politica. La parolaccia non è un programma. Il «fuck Trump» urlato in uno spot elettorale fa milione e mezzo di visualizzazioni nelle prime ventiquattro ore — e poi? Poi resta l’eco di uno sfogo, non il peso di una proposta.
Il vero danno che Trump ha inflitto al linguaggio pubblico americano — e per contagio, a quello occidentale — non è l’oscenità in sé. È la sostituzione del pensiero con l’emozione, dell’argomento con il segnale tribale, della politica come costruzione del bene comune con la politica come guerra di identità. In un sistema dove ciò che conta non è cosa dici ma come lo dici, dove l’autenticità si misura in blasfemia e la forza si esibisce nella violazione delle norme, il contenuto diventa irrilevante. Resta solo il tono. E il tono si scala sempre verso il basso — verso il più basso, il più grezzo, il più istintivo.
Harry Truman nel 1960 aveva detto che chi votava Nixon «should go to hell». Era uno scandalo. Kennedy dovette quasi scusarsi in un dibattito presidenziale. Oggi quella frase suonerebbe quasi vittoriana nel suo garbo.
Il punto non è la morale. Non è che i politici non debbano imprecate. È che il linguaggio è pensiero — e quando il linguaggio si riduce allo shock, il pensiero si riduce alla reazione. Trump ha trasformato la politica in un teatro dell’emozione permanente, dove il ciclo dell’indignazione sostituisce il ciclo del dibattito, dove ogni dichiarazione è progettata per provocare e ogni risposta è un’altra provocazione. In quel teatro non si costruisce nulla. Si consuma solo energia — e si distrugge, pezzo per pezzo, la capacità collettiva di immaginare qualcosa di diverso da quello che c’è.
«I say f**k a lot these days», ha scritto la deputata Lee. Tutti capiscono perché. Ma la domanda che nessuno sembra volersi porre è l’altra: e dopo? Dopo aver detto fuck, dopo aver sfogato la rabbia, dopo aver fatto il milione e mezzo di visualizzazioni — cosa resta? Cosa si costruisce?
Il linguaggio della politica non è mai solo descrittivo. È prescrittivo: prefigura il mondo che si vuole. E un linguaggio ridotto all’imprecazione prefigura solo un mondo in cui si combatte, non uno in cui si vive.
Trump ha vinto la guerra delle parole. Il modo di rispondergli non è parlare come lui. È parlare meglio di lui.
Ammesso che qualcuno, da qualche parte, stia ancora imparando a farlo.
