I vantaggi della sudditanza italiana a Trump: allarme terrorismo dopo attacco all’Iran.

C’è un genere di paura che non fa rumore. Non è quella del missile che si vede arrivare, non è quella della flotta che si addensa all’orizzonte. È la paura del lupo solitario che cammina tra noi, della cellula dormiente che aspetta il segnale, del ragazzino che confida a un algoritmo i propri fantasmi violenti. È la paura che l’intelligence chiama “minaccia diffusa” e che i cittadini, nella vita quotidiana, faticano persino a immaginare — perché non ha forma, non ha divisa, non ha un fronte riconoscibile.

La relazione annuale dell’intelligence italiana, presentata in queste ore drammatiche di escalation mediorientale, ha il merito raro di dire le cose come stanno senza l’anestetico della diplomazia. Alfredo Mantovano — Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, uomo di poche parole pubbliche e di molte responsabilità reali — è netto: la minaccia terroristica di matrice iraniana e sciita verso l’Europa è alta da tempo. Non è una novità di oggi. È una condizione strutturale che il conflitto in corso non ha creato, ma ha accelerato, amplificato, reso più urgente.

Vale la pena fermarsi su questa distinzione, perché è decisiva. L’Iran non è una minaccia nuova per l’Europa. Le reti sciite, i Pasdaran, le cellule sparse sul continente come semi in attesa di pioggia — esistono da decenni, monitorate, parzialmente neutralizzate, ma mai del tutto disinnescate. Quello che cambia oggi è il contesto emotivo e politico in cui queste reti operano. Un conflitto aperto, con bombardamenti americani e israeliani sul territorio iraniano, produce quello che i terrorologi chiamano “mobilitazione del rancore”: non necessariamente ordini dall’alto, non necessariamente strutture organizzate, ma una vasta platea di individui già radicalizzati che trovano nella crisi la giustificazione morale — nella loro distorta percezione — per passare all’azione.

Il lupo solitario, appunto. È la figura più difficile da contrastare perché è la più imprevedibile. Non comunica con reti intercettabili, non frequenta moschee sorvegliate, non compare in nessuna banca dati finché non colpisce. Si radicalizza in solitudine, spesso online, nutrendosi di contenuti che le piattaforme distribuiscono con l’indifferenza degli algoritmi verso le conseguenze reali delle proprie raccomandazioni. E può colpire con mezzi elementari — un coltello, un veicolo — che nessun sistema di sicurezza, per quanto sofisticato, può intercettare con certezza assoluta.

L’Italia, in questo quadro, non è uno spettatore neutro. È membro della NATO, ospita basi americane, ha forze militari impegnate in diverse aree del Medio Oriente, intrattiene relazioni commerciali e diplomatiche con Israele. È, in altre parole, un bersaglio con una superficie di esposizione ampia. Il fatto che negli ultimi anni non abbia subito attentati di rilievo non è necessariamente una garanzia: può essere il risultato del buon lavoro dell’intelligence — e i direttori di Aisi e Aise lo rivendicano, con ragione — ma può anche essere semplicemente la quiete prima di qualcosa.

Ma c’è un passaggio della relazione che merita ancora più attenzione di quello iraniano, perché riguarda un orizzonte più lungo e più profondo: la radicalizzazione dei minori. È il fenomeno più nuovo, più inquietante, e forse meno compreso. Non sempre ideologica, non sempre legata a un progetto politico riconoscibile, questa deriva nasce dalla desensibilizzazione: corpi giovani e menti giovani esposti quotidianamente a contenuti di violenza estrema, normalizzati dagli algoritmi, digeriti come intrattenimento, fino al punto in cui la soglia tra il virtuale e il reale si assottiglia pericolosamente.

Il caso del ragazzino italiano che aveva condiviso con un chatbot l’idea di un attentato è una storia piccola nei numeri e enorme nel significato. Ci dice che l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produzione economica o di ottimizzazione logistica: è anche un confessionale digitale in cui le pulsioni più oscure trovano un interlocutore infinitamente paziente, mai giudicante, e — nelle sue versioni meno controllate — capace di indirizzare, suggerire, alimentare. Il direttore del Dis Rizzi ha ragione quando dice che la tecnologia è insieme acceleratore e vulnerabilità: è la stessa mano che costruisce il rifugio e scava la fossa.

Sullo sfondo di tutto questo, come un basso continuo che non si interrompe mai, c’è la Russia. La guerra ibrida di Mosca contro l’Europa — cyberattacchi, disinformazione, operazioni clandestine, sabotaggi — è diventata la normalità. Gli attacchi contro infrastrutture critiche sono più che quintuplicati in due anni. Non si tratta di episodi: si tratta di una strategia sistematica di erosione, condotta da un paese che ha deciso di trattare l’Unione Europea come il proprio principale nemico, e che lavora metodicamente per indebolirla dall’interno prima ancora che dall’esterno.

Il quadro che emerge dalla relazione è quello di un mondo in cui la guerra non ha più un fronte unico, non ha più una dichiarazione formale, non ha più un armistizio possibile. È ovunque e da nessuna parte, si combatte su reti informatiche e su piattaforme social, si alimenta di adolescenti annoiati e di cellule dormienti, si misura in blackout elettrici e in algoritmi che raccomandano video di decapitazioni. Il numero di conflitti attivi nel mondo — sessantuno, il più alto dalla Seconda guerra mondiale — è un dato che dovrebbe fermare chiunque: significa che siamo tornati a un livello di violenza organizzata che pensavamo superato, e che ci siamo arrivati così gradualmente da non esserci accorti del momento esatto in cui la soglia è stata varcata.

Mantovano ha scelto la parola “inevitabile” — o almeno, il testo lo lascia intendere. L’allarme è quasi inevitabile, si legge. È una formulazione che non è rassegnazione, ma realismo. Significa: date le premesse, date le dinamiche in corso, sarebbe irresponsabile non aspettarsi conseguenze. Non è una profezia: è un’analisi. E le analisi, quando vengono dalla parte giusta, si ascoltano.

Il problema — e qui sta il vero nodo politico, non solo di sicurezza — è che le democrazie hanno difficoltà strutturali a rispondere a minacce diffuse, invisibili, ibride. Hanno bisogno di nemici riconoscibili, di fronti dichiarati, di emergenze con un inizio e una fine. La guerra ibrida non ha nessuna di queste caratteristiche: è permanente, ambigua, deniabile. Richiede investimenti in intelligence, in cybersicurezza, in prevenzione della radicalizzazione — tutte attività che non fanno notizia finché non falliscono.

Nel frattempo, il Medio Oriente brucia, i titoli si accavallano, i caccia si spostano nel Golfo e gli algoritmi continuano imperterriti a consigliare al prossimo ragazzino solo e arrabbiato esattamente i contenuti che lo porteranno un passo più in là.

La vera domanda che la relazione dell’intelligence pone, senza dirlo esplicitamente, è questa: siamo un paese — un continente — capace di difendersi da una guerra che non assomiglia a nessuna guerra che abbiamo imparato a riconoscere?

La risposta, per ora, è sospesa nel silenzio tra un titolo e l’altro.