Esiste un principio elementare di fairness — di quella giustizia minima che persino i bambini conoscono istintivamente — che dice: le regole del gioco non si cambiano mentre si sta perdendo. Non perché sia illegale. Ma perché è scorretto. E la scorrettezza, anche quando è formalmente lecita, ha un nome: slealtà verso gli altri e, prima ancora, verso sé stessi.

Il giorno dopo la sconfitta referendaria, mentre il centrodestra ancora metabolizzava il risultato, è arrivata la notizia della calendarizzazione: il 31 marzo, in commissione Affari costituzionali, inizia l’esame della nuova legge elettorale voluta da Fratelli d’Italia. La tempistica non è casuale — non lo è mai, in politica. È un segnale, rivolto sia all’esterno che all’interno della coalizione: andiamo avanti, cambiamo le regole, prepariamo il terreno per quello che verrà.

Giovanni Donzelli, fedelissimo della premier, ha avuto almeno il merito della franchezza: “Giorgia la vuole assolutamente: non vuole pareggi e governi tecnici. Meglio perdere”. È una frase rivelatrice, perché ammette ciò che il linguaggio ufficiale sempre nega — che le leggi elettorali non sono strumenti neutri di democrazia, ma architetture di potere costruite con precise intenzioni. Meglio perdere con questa legge che pareggiare con quella vecchia. È la logica del giocatore di scacchi che preferisce il matto netto alla patta: comprensibile come strategia, inquietante come visione della cosa pubblica.

Dentro la coalizione, però, qualcuno ha fatto i conti. E i conti non tornano.

La Lega frena, e lo fa con argomenti che hanno una loro logica brutale. Stefano Candiani, sul treno Roma, osservava senza troppi giri di parole che il premio di maggioranza previsto dallo “Stabilicum” rischia di essere un’arma a doppio taglio: magnifico se vinci, devastante se perdi. E i sondaggi post-referendum dicono che perdere, oggi, non è più un’ipotesi peregrina. Salvini lo sa. I suoi parlamentari lo sanno. Con il nuovo sistema, il Carroccio rischierebbe di eleggere molti meno rappresentanti, concentrati com’è nelle circoscrizioni settentrionali dove i seggi sicuri abbondano ma il premio di maggioranza non compensa.

È la contraddizione strutturale di ogni legge elettorale costruita su misura: funziona solo se le proporzioni rimangono quelle di quando è stata disegnata. Se cambiano i rapporti di forza — e i sondaggi dicono che sono cambiati, almeno in parte — la trappola scatta su chi l’aveva tesa.

Forza Italia, nel mezzo del proprio caos post-referendum, prova a mediare. “Bisogna dialogare con le opposizioni”, dice il viceministro Sisto. È una posizione sensata e quasi commovente nella sua solitudine: in una maggioranza in cui il partito più grande vuole correre e il secondo frena, il terzo cerca il dialogo che nessuno ha voglia di avere.

Da un punto di vista cattolico — e uso questa prospettiva non come etichetta di parte, ma come tradizione di pensiero politico che ha riflettuto per secoli sul potere e sui suoi limiti — la questione della legge elettorale tocca qualcosa di più profondo delle convenienze tatiche.

Le regole comuni di una democrazia hanno una sacralità laica: sono il patto con cui una comunità decide di convivere, di contarsi, di riconoscersi reciprocamente come legittimi anche quando si è avversari. Modificarle è lecito — le leggi elettorali non sono incise nella pietra — ma richiede un processo che abbia almeno l’apparenza della buona fede. Un processo che non parta dalla domanda “come vinciamo?” ma da quella “come rappresentiamo meglio i cittadini?”.

Quando Magi di +Europa parla di aspetti “che non esistono in nessuna democrazia europea”, non sta solo facendo opposizione: sta sollevando una questione di legittimità sistemica. Un premio di maggioranza abnorme non produce governabilità: produce la finzione della governabilità, cioè maggioranze parlamentari che non corrispondono alla reale distribuzione delle preferenze dei cittadini. È una forma di falsificazione della volontà popolare — non illegale, ma moralmente problematica per chi crede che la democrazia sia sostanza e non solo procedura.

C’è poi la questione del tempo e del metodo. Calendarizzare una riforma costituzionale di questa portata il giorno dopo una sconfitta referendaria — senza mandato chiaro, senza consenso interno, senza dialogo con le opposizioni — è un atto che dice qualcosa di preciso sullo spirito con cui viene concepita. Non nasce da una riflessione matura sul sistema rappresentativo italiano. Nasce dall’urgenza di chi sente il terreno muoversi sotto i piedi e cerca di cambiare le fondamenta prima che l’edificio tracolli.

È la politica della paura travestita da audacia riformatrice. E la paura, si sa, è una cattiva consigliera — soprattutto quando si tratta di costruire istituzioni che devono durare oltre il mandato di chi le progetta.

Il viceministro Rixi ha detto una cosa semplice e vera: “Non si vincono le elezioni cambiando il sistema di voto”. È un’osservazione quasi ovvia, eppure necessaria in un momento in cui l’ovvio sembra sfuggire ai piani alti. Le elezioni si vincono con le idee, con la credibilità, con la capacità di interpretare i bisogni reali delle persone. Si vincono essendo degni di fiducia — non costruendo trappole istituzionali nella speranza che l’avversario ci cada dentro.

Il paradosso di questa vicenda è che una maggioranza che ha fatto del rispetto della volontà popolare il proprio mantra — “gli italiani ci hanno scelto”, “il popolo sovrano”, “la democrazia diretta” — stia ora cercando di modellare il sistema elettorale in modo da ridurre la rilevanza di quella stessa volontà popolare nel momento in cui rischia di pronunciarsi diversamente.

Non è ipocrisia consapevole, probabilmente. È qualcosa di più comune e di più umano: la tendenza di chi ha il potere a credere, in buona fede, che il proprio permanere al potere coincida con il bene comune. È la stessa tentazione che la tradizione cristiana identifica nell’orgoglio — non quello sbruffone e vistoso, ma quello quieto e convinto di chi ha smesso di distinguere tra sé e la cosa pubblica.

La legge elettorale giusta è quella che un partito sarebbe disposto ad accettare anche sapendo che potrebbe perdere le prossime elezioni con quelle regole. Tutto il resto è ingegneria del potere. Utile, forse. Ma non da confondere con la democrazia.