L’ombra che cresce mentre i missili volano
Ogni volta che il Medio Oriente entra in una guerra grande, il primo errore è pensare che ci siano solo i protagonisti visibili: Stati, eserciti, milizie, alleanze, petroliere, mercati. In realtà, nelle fratture aperte dai conflitti maggiori si insinuano quasi sempre attori terzi, più piccoli ma più pazienti, meno appariscenti ma spesso più pronti a sfruttare il disordine. È qui che torna la domanda che l’Occidente tende a farsi sempre troppo tardi: l’Isis può approfittare della guerra con l’Iran per rialzare la testa?
La risposta seria è: non automaticamente, ma il pericolo è reale. Non perché il Daesh disponga oggi della forza territoriale del 2014, ma perché ogni guerra regionale che assorbe risorse, distrae intelligence, sposta priorità militari e lacera gli equilibri locali crea per i gruppi jihadisti un ambiente più favorevole. È una regola quasi costante della regione: quando gli Stati e le coalizioni si concentrano su un fronte maggiore, il sottobosco insurrezionale si riattiva.
Già prima dell’attuale guerra, i segnali di una possibile ripresa dell’Isis non mancavano. Reuters aveva riferito nel giugno 2025 che lo Stato islamico stava riattivando combattenti e cercando una nuova finestra operativa tra Siria e Iraq, mentre apparati di sicurezza dei due Paesi dicevano di aver sventato almeno una dozzina di grandi complotti nello stesso anno. Anche il sistema ONU ha continuato a descrivere l’Isis e le sue affiliate come una minaccia in evoluzione, capace di adattarsi e di usare nuove tecnologie.
Il punto, allora, non è se l’Isis sia “già tornato” nel senso di un nuovo califfato territoriale. Il punto è che potrebbe trovare nello scontro con l’Iran un’occasione storica di rigenerazione clandestina. E le ragioni sono almeno quattro.
La prima è la distrazione strategica. Oggi l’attenzione di Washington, di Israele, delle monarchie del Golfo e di gran parte degli apparati regionali è assorbita dall’escalation con Teheran, dallo Stretto di Hormuz, dai droni, dai proxy, dal Libano, dai prezzi del petrolio. In un quadro simile, la pressione contro l’Isis rischia inevitabilmente di diventare meno intensa e meno continua. Lo stesso Pentagono, in altri momenti di transizione siriana, aveva ammesso che condizioni “caotiche e dinamiche” potevano offrire all’Isis spazio per riattivarsi e pianificare operazioni.
La seconda ragione riguarda Siria e Iraq, che restano il vero terreno di incubazione del Daesh. Nel febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno completato il trasferimento di oltre 5.700 detenuti adulti dell’Isis dalla Siria all’Iraq, una misura presentata come necessaria a prevenire una resurrezione del gruppo dopo l’instabilità nel nord-est siriano e il riposizionamento degli assetti curdi. Reuters ha spiegato che il trasferimento è avvenuto proprio per ridurre il rischio che il caos siriano restituisse spazio operativo allo Stato islamico. Se però la regione entra adesso in una guerra lunga e diffusa, il problema non è solo dove si trovano i detenuti, ma chi avrà tempo, uomini e risorse per sorvegliarli, processarli e impedire nuove reti di reclutamento.
La terza ragione è più propriamente politica. La guerra con l’Iran tende a settorializzare di nuovo il Medio Oriente in blocchi confessionali e geopolitici, riaccendendo narrazioni settarie che l’Isis sa sfruttare meglio di chiunque altro. Ogni volta che il conflitto si presenta come scontro tra asse sciita, potenze occidentali, Israele e regimi arabi, il jihadismo sunnita prova a riposizionarsi come unica forza “pura”, anti-occidentale e anti-sciita insieme. È una narrativa tossica, ma efficace nei vuoti di potere e nei contesti di radicalizzazione. Se il mondo torna a parlare soprattutto dell’Iran, Hezbollah, delle milizie sciite e della deterrenza regionale, il Daesh può cercare di riprendersi lo spazio della mobilitazione settaria sunnita radicale.
La quarta ragione è militare e amministrativa: i vuoti. L’Isis prospera nei vuoti, non nei sistemi stabili. E oggi i vuoti rischiano di allargarsi. Reuters ha raccontato, nelle scorse settimane, anche il progressivo riassetto e in parte il ritiro di forze statunitensi dalla Siria, pur con la promessa americana di restare pronta a colpire eventuali minacce dell’Isis. Ma se la priorità strategica si sposta in modo crescente sulla guerra con l’Iran, è inevitabile che, almeno sul terreno, certe zone periferiche di Siria e Iraq diventino più vulnerabili. E il Daesh non ha bisogno, in questa fase, di grandi conquiste simboliche: gli basta ricostruire reti locali, estorsioni, logistica, cellule dormienti e libertà di movimento nelle aree grigie.
Questo non significa, però, che il rafforzamento dell’Isis sia inevitabile. Ci sono anche fattori che possono contenerlo. Il primo è che il gruppo oggi non parte da zero avversari: Iraq, Siria, curdi, americani, e perfino rivali jihadisti sanno bene che una sua rinascita avrebbe costi enormi. Il secondo è che gli apparati antiterrorismo regionali hanno accumulato esperienza e memoria operativa. Il terzo è che la gestione dei detenuti e dei campi, pur problematica, è oggi molto più presente nel radar politico rispetto a qualche anno fa. E lo stesso CENTCOM continua a pubblicare operazioni anti-Isis in Siria anche nel 2026.
Ma sarebbe un errore rassicurarsi troppo. Perché il Daesh, storicamente, non cresce solo quando è forte. Cresce soprattutto quando gli altri si convincono che il vero problema sia altrove. La guerra con l’Iran rischia esattamente questo: di far percepire il jihadismo sunnita come una minaccia secondaria, residuale, quasi amministrativa, proprio mentre si moltiplicano le condizioni che possono alimentarlo. Un attentato esterno o un ritorno di pianificazione internazionale cambierebbero molto in fretta questa percezione. Già nel 2025 Reuters notava che l’Isis stava tentando di riparare le sue operazioni mediatiche e rilanciare il plotting esterno.
In termini di proiezione, dunque, la risposta è netta: sì, l’Isis può rafforzarsi come conseguenza indiretta della guerra in Iran, soprattutto in forma reticolare, clandestina, insurrezionale, più che come entità territoriale immediata. Non vedremo necessariamente domani un nuovo “califfato” con capitali e ministeri. Potremmo vedere qualcosa di più subdolo: più attentati, più libertà di movimento nel deserto siriano-iracheno, più reclutamento nelle prigioni e nei campi, più propaganda, più infiltrazione delle faglie settarie, più capacità di aspettare mentre gli altri si logorano.
È sempre così in Medio Oriente: mentre i grandi attori si colpiscono in alto, qualcuno sotto raccoglie i pezzi del disordine e li trasforma in potere. L’Isis è stato maestro in questa arte. E se la guerra con l’Iran si prolunga, se Siria e Iraq restano periferie strategiche, se la pressione contro le cellule jihadiste diminuisce, allora l’ombra nera del Daesh non tornerà forse con gli stessi stendardi di ieri, ma potrebbe riapparire con il volto più pericoloso di oggi: meno visibile, più adattabile, più paziente.
Ed è questa, forse, la lezione che l’Occidente continua a imparare troppo lentamente: in Medio Oriente non esiste quasi mai una guerra che resti limitata ai suoi bersagli dichiarati. Ogni conflitto apre una seconda guerra, silenziosa, laterale, opportunistica. E molto spesso è lì, nelle crepe del sistema, che il jihadismo riprende fiato.
