È iniziato a New York l’iniquo processo a Maduro

Non si comincia da Manhattan. Si comincia da Caracas, da uno Stato sovrano violato da un’azione militare americana, da un presidente catturato da forze speciali straniere, da case distrutte, da morti che non possono essere cancellati con il lessico asettico della “sicurezza nazionale”. Reuters ha documentato che Maduro fu preso in un raid statunitense a gennaio nella capitale venezuelana; nelle ore successive furono segnalate abitazioni danneggiate o distrutte nei dintorni di Caracas, e Associated Press riferì che il bilancio ufficiale era salito ad almeno 56 morti, compresi almeno 24 militari venezuelani.  

È da qui che un uomo giusto deve partire. Non dalla simpatia o dall’antipatia verso Nicolás Maduro, ma da un principio più profondo: la forza non crea diritto. Se una superpotenza decide di entrare con le armi nel territorio di un altro Paese, rovesciare gli equilibri, prelevare il capo dello Stato e trascinarlo davanti ai propri tribunali, il processo nasce già sotto una nube pesante. Non basta mettere una toga sopra un’operazione di potenza per trasformarla in giustizia. Quello che inquieta non è soltanto l’imputato; è il metodo. E il metodo, qui, sa troppo di diritto del vincitore.  

Poi viene l’aula, certo. E anche lì il quadro resta stonato. Il giudice Alvin Hellerstein non ha accolto la richiesta di archiviazione, ma ha apertamente messo in dubbio la scelta del governo americano di impedire a Maduro di usare fondi venezuelani per pagare i propri avvocati, richiamando il peso costituzionale del diritto alla difesa e mostrando scetticismo verso l’argomento della “sicurezza nazionale”. Reuters e AP riferiscono che Washington sostiene che Maduro e Cilia Flores possano avere difensori d’ufficio o usare fondi personali, mentre la difesa sostiene che il blocco dell’OFAC lede il diritto a scegliere i propri legali.  

Qui si vede tutta l’ipocrisia imperiale. Gli Stati Uniti vogliono processare Maduro in nome della legge, ma nello stesso tempo controllano le condizioni materiali della sua difesa. Prima catturano, poi incarcerano, poi sanzionano, poi decidono perfino con quali mezzi l’imputato possa o non possa difendersi. È troppo. Una giustizia seria non teme una difesa robusta; la garantisce. Una giustizia che vuole l’avversario indebolito, economicamente e proceduralmente, non appare più come giustizia imparziale, ma come amministrazione politica del nemico.  

Il garantismo non è un lusso per anime belle: è una difesa concreta della dignità umana contro l’arbitrio del potere. La morale non ha mai insegnato che il fine giustifica i mezzi, e non ha mai autorizzato una civiltà a dichiararsi innocente solo perché il suo nemico è compromesso. Anche se Maduro fosse colpevole di tutto ciò che gli viene contestato, resterebbe intatto un punto: non si cura la malattia del potere con la medicina dell’impero. Un’aggressione militare a uno Stato sovrano non diventa morale solo perché viene compiuta da Washington anziché da un altro.  

C’è poi un altro elemento che dovrebbe far riflettere. Reuters ricorda che la legge americana sul “narcoterrorismo” usata contro Maduro ha avuto un successo processuale limitato: decine di imputati, pochissime condanne al processo, e alcune persino annullate in appello. Questo non assolve nessuno. Ma mostra che non siamo davanti a una macchina giuridica infallibile bensì a uno strumento eccezionale, fortemente politico, che rischia di essere usato come estensione della strategia estera americana. Quando il diritto penale diventa un braccio della geopolitica, i confini fra giustizia e dominio si fanno pericolosamente sottili.  

Per questo l’atteggiamento cattolico deve essere duplice e fermo. Da una parte, nessuna indulgenza verso la corruzione, la repressione o l’uso criminale del potere. Dall’altra, nessuna genuflessione davanti alla pretesa americana di essere giudice, poliziotto e carceriere del mondo. Il Vangelo non ci chiede di scegliere tra il culto del caudillo e il culto dell’impero. Ci chiede di stare dalla parte della verità e della giustizia, che non coincidono mai con la legge del più forte.

E allora il punto non è difendere Maduro. Il punto è difendere l’idea stessa di giustizia dalla sua degradazione in trionfo del vincitore. Perché quando una superpotenza può bombardare, catturare, trasferire, sanzionare e poi anche amministrare il processo, siamo davanti a qualcosa che assomiglia meno a un tribunale e più a una catechesi armata della potenza. E un cristiano, davanti a questo, non può applaudire. Deve inquietarsi. Deve parlare. Deve dire che la sovranità dei popoli non è carta straccia, che i morti di Caracas non possono essere rimossi, e che la giustizia, per essere tale, non può arrivare su un elicottero militare.