Leone XIV raccomanda di riconoscere in chi soffre il volto stesso di Cristo
“Amare portando il dolore dell’altro”. È questo il tema scelto da Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026, un tema che affonda le sue radici nell’esperienza pastorale e missionaria maturata anche nella diocesi di Chiclayo, in Perù, dove Robert Francis Prevost è stato vescovo prima di essere chiamato da Papa Francesco a nuovi e più ampi servizi nella Chiesa universale e poi, l’ 8 maggio scorso, eletto Pontefice. E proprio Chiclayo sarà il cuore della celebrazione di quest’anno, che a nome di Leone sarà presieduta dal card. Czerny, presidente del dicastero per lo svluppo umano integrale.
Da quella Chiesa locale, segnata da povertà, fragilità e profonda fede popolare, emerge secondo Leone, uno sguardo capace di leggere la sofferenza non come periferia della vita cristiana, ma come uno dei suoi luoghi centrali.
In un’epoca segnata dalla velocità, dall’efficienza e da una crescente difficoltà a fermarsi davanti alla fragilità, il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato rappresenta un invito controcorrente. È un richiamo a rallentare, a guardare in profondità, a riconoscere nella sofferenza non un fastidio da evitare, ma un luogo decisivo dell’incontro umano e spirituale. Il Papa ci conduce al cuore del Vangelo attraverso la parabola del Buon Samaritano, figura che non si limita a provare compassione, ma la traduce in gesti concreti, rischiosi, personali.
Il Samaritano non delega, non passa oltre, non cerca giustificazioni. Si avvicina, tocca le ferite, si prende carico del dolore dell’altro. In questo gesto si rivela un modo di amare che Papa Leone XIV propone come criterio di vita cristiana: un amore che non resta in superficie, ma accetta di portare il peso dell’altro, di lasciarsi coinvolgere, di cambiare i propri programmi. È un amore che costa, ma proprio per questo genera vita, dignità e speranza.
Nel messaggio emerge con forza una critica implicita alla cultura dell’indifferenza, che spesso si manifesta anche nei contesti più avanzati e organizzati. Quando la malattia diventa solo un dato clinico, quando la persona viene ridotta a un numero o a un caso, si perde qualcosa di essenziale. Il Papa ci ricorda che la vera cura non è solo tecnica o sanitaria, ma profondamente umana. Essa passa attraverso lo sguardo, l’ascolto, la capacità di stare accanto senza fretta e senza giudizio.
La sofferenza, pur restando un mistero difficile da accettare, diventa così un luogo di rivelazione. Nel volto del malato, del fragile, di chi dipende dagli altri, il cristiano è chiamato a riconoscere il volto stesso di Cristo. Non si tratta di un’idea astratta, ma di una presenza reale che interpella la coscienza e chiede una risposta concreta. Prendersi cura dell’altro significa allora custodire la propria umanità, riscoprire che il valore di una persona non dipende dalla sua autonomia o produttività.
Il messaggio di Leone XIV è anche un incoraggiamento rivolto a chi opera nel mondo della sanità e dell’assistenza. Medici, infermieri, operatori, volontari e familiari sono presentati come testimoni silenziosi di una speranza quotidiana, spesso vissuta nella fatica e nell’invisibilità. Il loro servizio, quando è animato da uno spirito di autentica prossimità, diventa una forma alta di vocazione, capace di trasformare luoghi di dolore in spazi di umanità condivisa.
Infine, l’affidamento a Maria, Salute dei malati, apre il messaggio a una dimensione di fiducia e di consolazione. È un gesto che non elimina la sofferenza, ma la consegna a uno sguardo materno, capace di accompagnare senza abbandonare. In questo orizzonte, la Giornata Mondiale del Malato non è solo una ricorrenza, ma un appello permanente a costruire relazioni fondate sulla compassione, sulla responsabilità reciproca e sulla speranza che nasce dall’amore vissuto fino in fondo.
