In Israele approvata la pena di morte. In Parlamento stappano lo spumante. La sionista Daniella Weiss vuole colonizzare anche Libano e Siria

Itamar Ben Gvir ha stappato una bottiglia. In aula, il giorno in cui il parlamento israeliano ha approvato la pena di morte per terrorismo, il ministro per la Sicurezza nazionale ha festeggiato con applausi, abbracci e spumante. A novembre, dopo la prima lettura, aveva offerto dolcetti a tutti i presenti. C’è qualcosa di rivelatore in questi gesti — non nella loro crudeltà, che sarebbe troppo semplice da condannare, ma nella loro gioia. La gioia di chi ottiene qualcosa che desiderava profondamente, che considera una vittoria, che celebra come un traguardo storico. “Abbiamo fatto la storia”, ha scritto. “Lo avevamo promesso e lo abbiamo mantenuto.”

Sessantadue voti a favore, quarantotto contrari. Netanyahu si è recato personalmente in aula per votare sì. La legge stabilisce l’impiccagione per i palestinesi della Cisgiordania condannati per omicidi a sfondo nazionalistico, e conferisce ai tribunali il potere di infliggere la stessa pena ai cittadini israeliani. Una norma che i gruppi per i diritti umani — israeliani e palestinesi — hanno definito razzista e draconiana, e che quattro ministri degli Esteri europei, in una dichiarazione congiunta rimasta inascoltata, avevano chiamato “una forma di punizione disumana e degradante, priva di qualsiasi effetto deterrente.”

La legge è passata lo stesso. Israele, come si dice in questi casi, ha tirato dritto.

Sullo sfondo di questa notizia c’è una figura che aiuta a capire il clima in cui essa è maturata. Daniella Weiss, ottant’anni, turbante in testa, sguardo che i suoi stessi sostenitori descrivono come “spiritato”, guida da mezzo secolo il movimento dei coloni messianici in Cisgiordania. Ha fondato nel 2005 l’organizzazione Nachala per espandere gli insediamenti a Gaza. Ha dichiarato pubblicamente che i palestinesi “dovranno andarsene” perché “non daremo loro né cibo né acqua.” Ha paragonato la distruzione di Gaza a quella di Dresda, Amburgo e Hiroshima, lasciando intendere che il mondo sia ipocrita a indignarsi. Ha dichiarato che il suo obiettivo è colonizzare non solo Gaza ma la Siria, il Libano, “l’intera Terra Promessa.” Il suo motto: “Combattere, conquistare e insediarsi, a qualunque costo.”

Fino a una decina di anni fa queste erano considerate le farneticazioni di un gruppo di esaltati. Oggi sono — almeno in parte — politica di governo. Weiss è amica di Ben Gvir e di Smotrich, i ministri dell’estrema destra che siedono nel gabinetto Netanyahu. La sua narrazione, come si dice, è diventata mainstream.

Non è necessario equiparare Weiss a Ben Gvir, né Ben Gvir alla legge sulla pena di morte, per vedere che c’è un filo che li attraversa: l’idea che la vita del nemico valga meno, che la violenza contro di lui sia non solo giustificata ma celebrabile, che la morte possa essere una festa da commemorare con dolcetti e spumante.

La tradizione cattolica sulla pena di morte ha avuto una storia lunga e non sempre lineare. Ma il suo punto d’arrivo, sancito dal Catechismo nella formulazione voluta da Francesco nel 2018, è netto: la pena di morte è “inammissibile” perché “attenta alla dignità inviolabile della persona.” Non perché i crimini non esistano, non perché il dolore delle vittime non conti — ma perché nessun crimine, per quanto atroce, autorizza lo Stato a togliere la vita a un essere umano. La dignità non si guadagna con il comportamento: è costitutiva, inalienabile, precedente a qualsiasi atto.

Questa posizione non è sentimentalismo. È teologia. È l’affermazione che ogni essere umano — anche il terrorista, anche l’assassino, anche chi ha compiuto atti che la coscienza fatica persino a nominare — porta in sé l’immagine di Dio, l’imago Dei che nessuna violenza può cancellare e che nessuna legge può dichiarare estinta.

Giovanni Paolo II, che aveva conosciuto la guerra, l’occupazione nazista, il totalitarismo sovietico, i martiri del comunismo, scrisse nell’Evangelium Vitae che “la vita umana è sacra e inviolabile in ogni momento della sua esistenza, anche in quella del malfattore.” Non nonostante la sua esperienza del male — grazie ad essa. Chi ha visto fino a dove arriva la logica dello sterminio sa meglio di chiunque dove conduce la strada che comincia con il dichiarare alcune vite meno degne di altre.

La legge israeliana si applica, formalmente, ai casi futuri. Non ha effetto retroattivo. Sarà probabilmente impugnata davanti alla Corte Suprema. I suoi sostenitori sostengono che riguarda solo i terroristi, solo chi vuole distruggere lo Stato di Israele, solo i casi più estremi.

Ma le leggi non vivono nel vuoto. Vivono nel clima che le ha prodotte — nel clima in cui un ministro stappa lo spumante per la pena di morte, in cui una leader colona parla di non dare acqua né cibo ai palestinesi fino a quando non se ne vanno, in cui la distruzione di Gaza viene paragonata a Dresda con l’aria di chi trova la questione chiusa.

In quel clima, la pena di morte non è uno strumento giuridico tra gli altri. È un segnale. Dice chi conta e chi no. Dice dove si trova la soglia oltre la quale la vita smette di essere sacra. E quella soglia, una volta abbassata, tende a scendere ancora.

Leone XIV, in piazza San Pietro questa domenica delle Palme, ha detto che Dio non ascolta la preghiera di chi ha le mani che grondano sangue. Lo ha detto guardando un mondo in cui le porte del Santo Sepolcro si chiudono e si riaprono per pressione diplomatica, in cui i missili cadono sulle città, in cui i parlamenti approvano la forca mentre i ministri festeggiano.

La tradizione cristiana, nata da un’esecuzione capitale — dalla morte di un innocente su una croce, per mano di uno Stato che aveva il potere di uccidere e lo esercitò — non può guardare a nessuna forca con indifferenza. Tantomeno quando qualcuno la festeggia.

Il vino dello spumante di Ben Gvir e il vino dell’Eucaristia non parlano la stessa lingua. Anzi: parlano esattamente lingue opposte. Uno celebra la morte. L’altro la trasforma.