Non servono regimi dichiaratamente atei per perseguitare il cristianesimo: basta un potere che lo usi come vernice, e una folla che si lasci rendere complice. Oggi anche in Italia si moltiplicano “pecoroni” pronti a seguire un Charlie Clark o un Trump di turno, scambiando l’identità cristiana con l’identitarismo, la fede con la bandiera, il Vangelo con lo sfottò.
Nel tempo di Natale la Chiesa osa dire la sua parola più scandalosa: il Verbo si è fatto carne. Non idea, non slogan, non bandiera. Carne. Storia. Fragilità. E proprio per questo, il Natale è anche il tempo in cui le maschere cadono e le ipocrisie diventano più evidenti.
Il cristianesimo non nasce come ideologia difensiva, né come collante identitario per tempi di paura. Nasce come irruzione di Dio nella storia, come attraversamento della carne umana, con tutto ciò che comporta: conflitto, rifiuto, incomprensione. Il Bambino di Betlemme non viene per rafforzare i potenti, ma per smascherarli. Non viene per rassicurare i “giusti”, ma per disturbare le coscienze.
Eppure, anche oggi — forse soprattutto oggi — c’è chi tenta di ridurre il Natale a un marchio culturale, a un vessillo da agitare contro qualcuno. In Italia come altrove, proliferano pecoroni devoti a predicatori identitari, epigoni locali di Charlie Kirk o imitatori nostrani del trumpismo religioso: croce al petto, vangelo in mano, rabbia in tasca. Parlano di “difesa dei valori” mentre giustificano la crudeltà; invocano Dio mentre disumanizzano; si dicono cristiani mentre deridono i poveri, i migranti, le donne, i fragili.
Il problema non è che il cristianesimo venga perseguitato. Il problema è più sottile e più grave: viene sequestrato. Come accade sempre nei regimi culturali, non si combatte la fede frontalmente; la si svuota dall’interno. Si abitua la gente a pensare che essere cristiani significhi essere aggressivi, sospettosi, violenti nelle parole. Si rende il popolo complice, non vittima. Si insegna a odiare “nel nome del bene”.
È successo nella storia. Succede ancora. Il Verbo che entra nella carne attraversa anche queste distorsioni. Ma il prezzo lo pagano soprattutto i giovani. Non pochi ragazzi oggi, quando vedono una croce ostentata sui social o in televisione, non pensano più al Vangelo. Pensano al disprezzo, all’arroganza, alla mancanza di misericordia. Pensano a un cristianesimo che predica la vita e pratica la durezza; che parla di famiglia e umilia; che invoca l’ordine e semina paura.
Questo è il veleno dell’ipocrisia. Ed è corrosivo come l’acido: anche quando lo riconosci, lascia segni. Durante gli anni formativi, associare il cristianesimo alla cattiveria pubblica è devastante. Non perché i giovani siano ingenui, ma perché il cuore umano — soprattutto quando cresce — ha bisogno di coerenza, non di prediche urlate.
Il Natale, invece, dice altro. Dice che Dio non ha scelto il megafono, ma il silenzio di una grotta. Non ha scelto la forza, ma la vulnerabilità. Non ha scelto la propaganda, ma la prossimità. Il Verbo attraversa la storia assumendo la carne, non imponendo una narrativa. Entra nelle contraddizioni del mondo senza giustificarle. Sta con i peccatori senza chiamare il peccato virtù. Ama senza chiedere tessere di appartenenza.
Per questo, nel tempo di Natale, il compito dei cristiani non è mimetizzarsi né tacere. Ma nemmeno urlare. È non diventare complici del sequestro della fede. Non lasciare che la croce diventi un simbolo di parte. Non ritirare il Vangelo nella sfera privata per paura di essere confusi con i fanatici. E soprattutto, non permettere che qualcuno convinca le nuove generazioni che questo — l’odio travestito da zelo — sia il cristianesimo.
Non esiste una deroga natalizia alle Beatitudini.
Non esiste un’eccezione storica all’amore dei nemici.
Non esiste un “ma” che renda legittima la disumanizzazione.
Il Verbo fatto carne continua a camminare nella storia. Anche oggi. Anche nel 2025. Continua a chiedere cristiani che non mentano, anche quando la menzogna sembra utile; che non colpiscano, nemmeno con le parole; che non sacralizzino la forza, nemmeno quando è popolare. Cristiani che sappiano chiedere perdono, non solo accusare. Che desiderino redenzione per tutti, perché Cristo è nato per tutti.
Se vogliamo ancora che la croce ci appartenga — o meglio, se vogliamo appartenere ancora a Cristo — allora il Natale ci chiede coraggio. Non quello di vincere una battaglia culturale, ma quello di restare fedeli al Vangelo quando è scomodo. Anche quando costa. Anche quando i pecoroni belano più forte.
Il Verbo si è fatto carne.
Non ideologia.
E la carne, ancora una volta, ci chiede verità.
