Da mezzo secolo sappiamo che segregare non cura. Eppure continuiamo a costruire recinti.
Il quotidiano dei vescovi italiani, l’Avvenire, presenta un’Italia che non compare nelle cartoline. Non ha piazze rinascimentali né tramonti sul mare. Ha recinzioni metalliche, fango, una sola sorgente d’acqua per cinque famiglie, notti senza luce. È un’Italia che esiste da trent’anni, che ha un nome preciso — “campo rom” — e che ha avuto, per trent’anni, la funzione che i nomi eufemistici assolvono sempre: rendere invisibile ciò che si nomina, trasformando una scelta politica in un dato di natura.
La segregazione, quando dura abbastanza, finisce per sembrare inevitabile. È questo il suo vero meccanismo di difesa.
Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, ha usato di recente una comparazione che vale la pena sostare ad ascoltare: quella con la legge Basaglia. Come nel 1978 l’Italia smise di credere che rinchiudere i malati di mente fosse una soluzione — e scoprì, non senza resistenze, che era soltanto una rimozione — così oggi comincia faticosamente a smettere di credere che concentrare i rom in aree monoetniche periferiche costituisca una politica di accoglienza. Non lo è mai stata. Era, ed è, l’architettura della discriminazione.
I numeri del Rapporto annuale dell’associazione dicono cose che andrebbero lette ad alta voce nelle aule consiliari di ogni comune italiano. L’aspettativa di vita nelle baraccopoli è inferiore di dodici anni e mezzo rispetto alla media nazionale. L’età media degli abitanti di questi insediamenti è 25,7 anni — meno della metà di quella italiana. Più di un residente su due è minorenne. Un bambino rom ha il venti per cento di probabilità di arrivare alla terza media.
Ci si può fermare qui. Non occorrono altre statistiche. Basta questa: un bambino che nasce in certi luoghi dell’Italia contemporanea ha già, per nascita, una vita di scarto.
Eppure i progressi ci sono, e sarebbe disonesto non riconoscerli. In dieci anni gli insediamenti monoetnici formali sono diminuiti del 38 per cento, i loro abitanti del 63. Il 2018 è stato l’anno dell’ultima costruzione di un campo monoetnico in Italia — una data che speriamo diventi, col tempo, uno spartiacque storico. Il modello Ma.Rea., sperimentato dalla 21 luglio in diverse città, dimostra che esistono alternative praticabili: percorsi di accompagnamento sociale, transizione verso alloggi ordinari, costruzione paziente di comunità inclusive. Non è utopia. È metodo.
Il problema, come sempre, non è la mancanza di soluzioni. È la mancanza di volontà politica di applicarle.
Pavia, in questi giorni, è il nome che più pesa. Un’amministrazione che vuole riprendere la costruzione di aree monoetniche per i sinti — un’idea che si credeva sepolta, un refuso della storia che si ripresenta con la disinvoltura di chi non ha letto la storia. Il comune tace, non risponde, non incontra. Il sindaco non sarà al convegno organizzato per aprire un confronto pubblico.
C’è qualcosa di rivelatore in questo silenzio. La segregazione non ha bisogno di essere difesa apertamente: basta non parlarne, non riceverli, non rispondere alle lettere. Basta lasciare che le cose restino come stanno, che è sempre la forma più comoda di violenza.
A Giugliano, nell’area metropolitana di Napoli, 545 persone vivono in quello che è oggi il campo più grande d’Italia, a via Carrafiello, con una sola fonte d’acqua e senza elettricità. È il 2025. Siamo un paese del G7. Esistono leggi europee, sentenze che dichiarano discriminatori questi insediamenti, rapporti che ne documentano gli effetti devastanti sulla salute e sull’aspettativa di vita. E ci sono 545 persone senza luce.
La retorica del “non ci sono risorse” non regge: mantenere un campo costa più, in termini economici oltre che umani, di qualunque percorso di inclusione strutturale. L’argomento economico, per chi non fosse persuaso da quello morale, è stato fatto decine di volte e continua a non essere ascoltato. Il che suggerisce che non è davvero di risorse che si tratta.
Basaglia disse che la follia non era il problema dei matti, ma il problema di tutti noi. Qualcosa di simile vale qui. I campi rom non sono il problema dei rom. Sono il problema di una società che ha scelto, con ostinazione degna di miglior causa, di risolvere la propria difficoltà con la diversità costruendole attorno una recinzione e dimenticandosene.
Il tramonto del “sistema campi” — per usare le parole di Stasolla — non è soltanto una questione di diritti delle comunità rom e sinte, per quanto sarebbe già sufficiente. È una questione di che paese vogliamo essere, di quale idea di comunità siamo disposti a difendere, di quanti bambini siamo disposti a sacrificare alla nostra incapacità di immaginare il futuro diversamente dal passato.
Le recinzioni, in fondo, le costruiamo sempre per tenere fuori qualcuno. Ma finiscono inevitabilmente per dire qualcosa anche di noi, che siamo rimasti dentro.
