Mentre il dibattito internazionale finge che il nucleare in Medio Oriente sia un problema “futuro” legato all’Iran, la regione vive da anni dentro un’asimmetria già operante: un attore possiede l’ultima garanzia e gli altri devono arrangiarsi tra alleanze fragili e paure crescenti. In questo vuoto di regole credibili, Ankara matura una tentazione strutturale: non tanto inseguire Teheran, quanto sottrarsi al ricatto della forza e rivendicare uno status di potenza piena.
C’è un errore di prospettiva che inquina quasi ogni analisi sul nucleare mediorientale: si discute della Bomba come se fosse sempre un evento a venire, una minaccia “potenziale” che qualcuno potrebbe realizzare domani. È una comoda narrazione lineare, utile ai dossier e alle campagne, ma incapace di spiegare ciò che davvero muove gli Stati. Perché la geopolitica non ragiona in base ai desideri morali degli osservatori: ragiona in base alle asimmetrie reali. E quando un’asimmetria è già percepita come strutturale — un attore dotato della garanzia ultima e altri costretti a vivere sotto quella ombra — allora non serve che la Bomba esploda: basta che esista per riorientare comportamenti, alleanze, scelte industriali, posture militari.
È in questo scenario che la Turchia va letta. Non come un comprimario della contesa tra Israele e Iran, e neppure come un Paese che reagisce istericamente a ogni fiammata regionale. Ankara è una potenza che da anni lavora per trasformare la propria geografia in destino: controllare i mari vicini, proiettarsi lungo i corridoi energetici, giocare su più tavoli senza legarsi definitivamente a nessuno. E soprattutto: farsi riconoscere per ciò che ritiene di essere — una grande potenza regionale con vocazione globale.
Il punto è che oggi questa ambizione incontra un ostacolo: il linguaggio della forza è diventato il dialetto dominante del Medio Oriente post-7 ottobre 2023. In un’area già segnata da conflitti irrisolti, la guerra è tornata ad essere non un’eccezione, ma un metodo: un modo di “creare condizioni”, di intimidire, di spostare confini di fatto, di ridefinire gerarchie. Quando la forza si normalizza, la sicurezza si trasforma in ossessione; quando la sicurezza diventa ossessione, la tentazione dell’“ultima assicurazione” si fa plausibile.
Ecco perché Ankara si trova davanti a un bivio che non è soltanto tecnico, ma politico e perfino antropologico: continuare a poggiare sulla protezione delle alleanze tradizionali — che appaiono sempre più condizionate, intermittenti, negoziabili — oppure costruire un’autonomia strategica che non dipenda da nessuno. In questo tipo di ragionamento, l’arma nucleare non è solo un’arma. È un simbolo di non-ricattabilità, una clausola di sopravvivenza che dice: “con me non puoi fare tutto ciò che vuoi”.
Qui entra in gioco la parte più interessante — e più pericolosa — della storia: la Turchia non ragiona sul nucleare solo in termini di emergenza. Lo considera un tema di status e di architettura. Le potenze “vere” possiedono la garanzia ultima; chi non la possiede resta, prima o poi, dipendente. È un modo di pensare che non nasce ieri e che non si esaurisce con l’attualità. Ma gli ultimi anni lo hanno reso più urgente, più concreto, più sdoganato anche nell’opinione pubblica.
La tentazione cresce perché, nel frattempo, si è incrinata la fiducia in un principio che dovrebbe reggere l’ordine internazionale: la credibilità delle regole. Se il messaggio percepito nella regione è che la non proliferazione è un dovere per alcuni e un tabù intoccabile per altri, allora la non proliferazione smette di apparire un patto comune e diventa un vincolo imposto. E quando un vincolo è percepito come ingiusto, prima o poi viene aggirato. Non necessariamente con un test nucleare, ma con la costruzione paziente di opzioni: filiere, competenze, infrastrutture, margini di manovra.
È qui che il nucleare “civile” assume un significato politico che spesso viene sottovalutato. Non perché una centrale sia una bomba — non lo è — ma perché un programma energetico nucleare costruisce capitale tecnico e negoziale, mette Ankara in una rete di scambi tecnologici, rafforza l’idea che il Paese stia entrando nella fascia alta delle potenze industriali. E in geopolitica le percezioni sono quasi importanti quanto i fatti: ciò che appare possibile oggi, diventa negoziabile domani.
Tutto questo, però, ha un costo morale che non si può eludere. L’arma atomica è la forma più pura di una tentazione antica: credere che la pace si fondi sulla minaccia assoluta. È un’idea che seduce perché promette ordine senza conversione, sicurezza senza giustizia, stabilità senza riconciliazione. Ma la tradizione cristiana, quando è fedele a se stessa, non benedice la paura. E non chiama “pace” un equilibrio costruito sull’angoscia reciproca.
Il paradosso è che l’atomica, presentata come garanzia ultima, spesso produce l’effetto opposto: moltiplica la diffidenza, irrigidisce le rivalità, trasforma ogni crisi in rischio esistenziale. Se l’Europa del Novecento ha imparato qualcosa, è che la corsa agli armamenti non è soltanto una gara tecnica: è una pedagogia del sospetto. E in una regione già sfinita da guerre e vendette, introdurre una logica di deterrenza nucleare diffusa significherebbe rendere permanente la possibilità del disastro.
Per questo la questione turca non va liquidata con sarcasmo né demonizzata con moralismi. Va presa sul serio come sintomo: la regione sta dicendo che non crede più alle regole perché vede che le regole non valgono per tutti. E quando le regole non valgono per tutti, i Paesi cercano garanzie altrove: nel riarmo, nelle alleanze opportunistiche, nella tecnologia, nella minaccia.
Se davvero si vuole evitare un Medio Oriente che corre verso l’“ultima arma”, bisogna fare ciò che la politica spesso rifiuta: chiamare per nome l’asimmetria, mettere sul tavolo la questione della sicurezza regionale in modo non selettivo, ricostruire credibilità con scelte coerenti. Altrimenti Ankara farà ciò che fanno gli Stati quando percepiscono che il mondo è governato dalla forza: cercherà di non restare disarmata. E la Bomba, da tabù, diventerà una lingua comune.
