Nella giornata del 3 gennaio le proteste in Iran sembravano aver superato il loro picco entrando nel secondo giorno consecutivo di calo d’intensità, con un quadro che appariva più orientato alla de‑escalation che a un’ulteriore esplosione di violenza.
Tuttavia lunedì 5 gennaio si è registrata una nuova ondata di proteste, caratterizzata da un salto di qualità nella violenza e dalla crescente presenza di gruppi armati e cellule riconducibili a organizzazioni terroristiche islamiste iraniane, infiltrate nel tessuto delle manifestazioni originariamente pacifiche. Il loro obiettivo è di trasformare le proteste economiche in conflitto etnico.
Uno degli epicentri di questa fase è l’ovest dell’Iran, nelle province a forte presenza di minoranze etniche come Ilam e Lorestan, dove la gran parte degli scontri più sanguinosi degli ultimi giorni si è concentrata. Qui le manifestazioni hanno assunto la forma di veri e propri combattimenti urbani, con uso di armi da fuoco, imboscate contro forze di sicurezza e attacchi mirati alle infrastrutture statali e caserme della polizia.
Ad Abdanan, nella provincia di Ilam, si sono svolte alcune delle mobilitazioni più imponenti di questa ondata, con cortei inizialmente pacifici che hanno rapidamente degenerato in atti di vandalismo e sabotaggio, inclusa la distruzione di generi alimentari, negozi e scontri armati con la polizia. A Malekshahi, sempre in Ilam, i cortei – descritti in un primo momento come spontanei e popolari – sono stati segnati da una crescente radicalizzazione, con la presenza di gruppi armati e figure riconducibili a sigle terroristiche curdo‑separatiste e jihadiste dotate di armi da guerra pesanti che stanno parzialmente armando i manifestanti invitandoli alla violenza.
La dura risposta delle autorità
In risposta all’aumento della violenza in provincia di Ilam, dove in un solo giorno 12 membri dei Basij e delle forze di sicurezza sono stati uccisi o feriti, le autorità hanno autorizzato il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica a intervenire militarmente nelle aree dove è accertata la presenza di rivoltosi armati. Nel frattempo, secondo fonti militanti e social, i rivoltosi sarebbero riusciti a prendere il controllo della cittadina di Barandaz Gohbokhor, presentata come “totalmente caduta” nelle mani dei gruppi anti‑governativi: un’informazione difficile da verificare, ma indicativa del rischio di territorializzazione della rivolta in alcune sacche periferiche. Le milizie terroristiche islamiche hanno ingaggiato una violenta battaglia nel distretto di Khorramabad riuscendo a sconfiggere la polizia e ad occupare la città di Khorramabad che conta un milione di abitanti. La popolazione non si é unita ai terroristi e rimane chiusa nelle proprie case terrorizzata.
Anche nella capitale le manifestazioni sono riprese violentemente. Scontri tra gruppi di rivoltosi e forze di sicurezza sono esplosi martedi 6 gennaio nell’area del Gran Bazar di Teheran, cuore commerciale e simbolico del Paese. Gli scontri sono stati molto duri ma non si é registra la presenza di terroristi né di armi da fuoco. Ingenti pero’ i danni alle botteghe artigianali causa vandalismi e saccheggi provocati dai manifestanti. Purtroppo nella sera del 8 gennaio i terroristi sono giunti anche a Téhéran, ingaggiando violenti scontri a fuoco con le forze dell’ordine e attaccando alcune stazioni di polizia due delle quali completamente saccheggiate e incendiate. L’intervento delle forze speciali e dei Guardiani della Rivoluzione Pasdaran é riuscito a riprendere il controllo. Negli scontri a fuoco dieci persone sono state uccise tra cui 4 terroristi in possesso di armi da guerra. Sono stati effettuati un centinaio di arresti tra i manifestanti.
Parallelamente, mercoledi’ 7 gennaio grandi manifestazioni si sono svolte a Esfahan e in altre città, ma in questo caso con un segno opposto: cortei di massa a sostegno della Repubblica islamica, che condannano le rivolte violente e le infiltrazioni terroristiche, confermando come la maggioranza della popolazione non abbia scelto di unirsi alla protesta radicale.
Da parte delle autorità emerge la volontà di marcare una distinzione tra il diritto di protesta e l’azione insurrezionale armata. Il capo della polizia di Abdanan ha dichiarato che “la popolazione sta esercitando il proprio diritto a protestare entro il quadro della Costituzione della Repubblica islamica” e che “la polizia e le forze di sicurezza stanno con il popolo, tra il popolo e al fianco del popolo, e non interverranno finché si manterrà un’atmosfera pacifica”.
Questo approccio mira a legittimare la contestazione pacifica, pur riservandosi una risposta dura contro chi imbraccia le armi o si coordina con reti terroristiche infiltrate nelle piazze. La connessione internet é stata sospesa ma al momento il governo iraniano non ha decretato lo stato di emergenza e la legge marziale. Foto e video testimonianti la presenza di miliziani armati sono stati pubblicati dalla televisione nazionale iraniana.
Una sollevazione comunque circoscritta
Nonostante l’ampiezza mediatica, la durezza di molti scontri e la presenza di milizie armate, le proteste restano minoritarie in rapporto all’intera popolazione iraniana, con un coinvolgimento che, per ora, non ha assunto la forma di una sollevazione nazionale generalizzata. La partecipazione è molto alta in specifiche sacche geografiche occidentali, etnicamente composite, economicamente marginalizzate ma non ha sfondato in modo omogeneo nei grandi centri urbani e nelle aree rurali, dove permane un mix di paura del caos siriano‑iracheno e reale sostegno al sistema della Repubblica islamica. Anche nella capitale, teatro dei violenti scontri di giovedi’ la maggioranza della popolazione non aderisce alla rivolta.
Le manifestazioni di massa a favore del governo tenutesi a Esfahan e in altre città segnalano che una quota importante della società, pur colpita dall’inflazione e dalle sanzioni, continua a vedere nello Stato islamico un argine contro il collasso istituzionale e l’ingerenza straniera. Il governo sta preparando una manifestazione in suo sostegno a Teheran. L’adesione popolare a questa manifestazione sarà il migliore barometro per comprendere quanto il governo iraniano gode del sostegno popolare. Allo stesso tempo, l’uso della forza in province come Ilam e Lorestan, la repressione delle piazze universitarie e la gestione opaca dei casi di morte durante i raduni rischiano di alimentare un logoramento progressivo della legittimità dell’apparato, specie tra i giovani urbani e le minoranze etniche.
In questo quadro, la dimensione interna delle proteste si intreccia con una evidente partita geopolitica. Le reti clandestine occidentali e israeliane hanno una lunga storia di operazioni coperte in Iran, dal sostegno a gruppi separatisti e jahidisti al sabotaggio di infrastrutture nucleari e militari, passando per campagne di disinformazione e guerra psicologica. Non sorprende quindi che a Teheran molti leggano l’attuale combinazione di crisi economica, svalutazione del rial e improvvisa militarizzazione di alcune piazze come il prodotto di una strategia coordinata di CIA e Mossad volta a trasformare il malcontento sociale in una “rivoluzione colorata” funzionale al cambio di regime.
Disordini eterodiretti
Il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato che i manifestanti stanno devastando le strade per compiacere Trump. Khamenei ha ribadito che non ci sarà “alcuna tolleranza verso i cittadini che collaborano con agenti stranieri” e ha invitato gli USA a occuparsi degli affari di casa loro: “Lasciamo che Trump si occupi dei problemi nel suo Paese” Ha infine esortato i cittadini a non riporre speranze nel presidente americano aggiungendo che “le mani di Trump sono macchiate del sangue di oltre mille iraniani. Trump dovrebbe sapere che gli oppressori del mondo sono stati rovesciati al culmine della loro arroganza; anche lui verrà rovesciato”.
A rafforzare questo sospetto contribuiscono le recenti dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, che ha espresso apertamente il proprio sostegno alla “lotta del popolo iraniano per la libertà” e ha ventilato l’ipotesi di un attacco israeliano per “aiutare gli iraniani a liberarsi del regime”, sulla scia dell’operazione militare statunitense contro il Venezuela che ha salutato con entusiasmo. In questa prospettiva, Netanyahu punta a un coinvolgimento americano diretto contro l’Iran che, in caso di vittoria, consentirebbe a Tel Aviv di ribaltare i rapporti di forza regionali dopo lo “scacco” rappresentato dall’accordo irano‑saudita, ridisegnando l’architettura di sicurezza mediorientale in chiave apertamente anti‑iraniana.
Gli USA si preparano ad attaccare?
Il fatto che gli Stati Uniti stiano aumentando la propria presenza militare nel Levante, porta a credere che in alcuni ambienti strategici di Washington e Tel Aviv questa opzione venga presa seriamente in considerazione.
Un sospetto rafforzato dalla irresponsabile dichiarazione del Presidente Trump che ha apertamente minacciato l’Iran: “Gli stati uniti colperanno duramente l’Iran se uccideranno i manifestanti”, senza ovviamente accennare che tra i manifestanti ci sono terroristi islamici con armi da guerra. L’ex Direttore della CIA, Mike Pompeo (coinvolto nelle fabbricazione delle false prove di armi chimiche che diede la scusa per distruggere l’Iraq) ha dichiarato ai media americani di essere “estremamente contento delle manifestazioni in Iran” rifiutandosi di rispondere alla domanda posta dai giornalisti se agenti del Mossad e della CIA stiano operando all’interno dell’Iran manovrando le manifestazioni.
Il principe ereditario iraniano Reza Pahlavi, in esilio, sul social X ha esortato Trump a intervenire nella situazione in Iran. Pahlavi ha dichiarato che le persone stanno affrontando sempre maggiori difficoltà. In diverse occasioni dal 2023 Reza ha dichiarato di essere disponibile a guidare il Paese qualora il “sanguinario regime islamico” venga abbattuto. Reza si ritiene l’unico attore credibile in grado di riportare “Democrazia e benessere” in Iran. Reza, nipote dell’ultimo Scià Mohammad Reza Pahlavi é odiatissimo in Iran a casua della brutale dittatura dei suo nonno. Sotto il regime Pahlavi in Iran (fino al 1979), le vittime furono principalmente legate alla repressione politica di oppositori, dissidenti e movimenti di sinistra, con arresti, torture, esecuzioni da parte della polizia segreta (SAVAK). Si calcola che otre 300.000 persone sono state massacrate prima delle proteste popolari del 1978-79 che portarono alla rivoluzione islamica e alla caduta dello Scià.
Gli agenti stranieri
Al momento le autorità iraniane non hanno ancora comunicato prove di agenti stranieri israeliani o americani nel Paese anche se non hanno scartato questa possibilità. Le indagini sono in corso. L’Intelligence iraniana sta analizzando le riprese delle videocamere di sicurezza per individuare “individui sospetti” e sta interrogando i manifestanti e terroristi arrestati. Tuttavia occorre sottolineare che il 06 gennario sul account del social X del Mossad in lingua farsi é apparso un post in cui si dichiarava il pieno sostegno del Mossad alle proteste in Iran. Il post chiudeva con un chiaro e inevocabile invito a continuare le violenze. “Scendiamo insieme in piazza. È giunto il momento. Siamo con voi. Non solo da lontano e a parole. Siamo con voi anche sul campo”. Il post é stato cancellato dopo 4 ore dalla sua pubblicazione.
Le interferenze dirette di Washington e Tel Aviv tramite loro agenti in Iran sono al momento tutte da dimostrate tuttavia é innegabile che le proteste interne che si stanno trasformando in rivolte armate, l’infiltrazione tra i manifestanti di terroristi islamici e le campagne mediatiche che amplificano il collasso del regime funzionano come moltiplicatore di pressione su Teheran, spingendo la leadership iraniana verso una scelta binaria tra repressione dura – utile alla narrativa occidentale del “regime sanguinario” – e concessioni percepite come segno di debolezza.
Le decisioni a Washington e Tel Aviv
La crisi iraniana, insomma, non si gioca solo nelle strade di Abdanan o nei vicoli del bazar di Teheran, ma anche nelle stanze del potere a Washington e Tel Aviv, dove la destabilizzazione dell’Iran viene letta come chiave per ribaltare l’intero equilibrio del Medio Oriente.
