Come la crisi del Golfo ha trasformato l’isolamento energetico russo in un’insperata rendita geopolitica
C’è una petroliera che cambia rotta nel mezzo dell’Oceano Indiano, e in quel gesto meccanico si legge tutta la fortuna improvvisa di Vladimir Putin. La nave, che stava eseguendo il consueto balletto clandestino del petrolio russo — spegnimento dei transponder, trasbordi notturni al largo dell’Oman, destinazione finale la Cina — ha virato di centottanta gradi il 6 marzo scorso, puntando verso una raffineria indiana. Non per scelta propria, ma perché il mercato energetico mondiale era già un altro.
La guerra nel Golfo ha fatto ciò che nessuna diplomazia russa avrebbe potuto negoziare: ha reso il petrolio di Mosca non solo accettabile, ma desiderabile.
Il prezzo come ancora di salvezza
Fino a pochi mesi fa, il quadro per il Cremlino appariva fosco in modo insolito. Le grandi raffinerie asiatiche — India e Cina, pilastri dell’export energetico russo — avevano rallentato gli acquisti in anticipo rispetto all’entrata in vigore delle sanzioni americane contro Rosneft e Lukoil. I volumi esportati erano crollati di un quinto. Le entrate da petrolio e gas avevano subito una contrazione superiore al quaranta per cento rispetto all’anno precedente. Il deficit di bilancio di Mosca nei soli primi due mesi del 2026 aveva già raggiunto nove decimi dell’obiettivo annuale.
Poi Ormuz si è chiuso — di fatto, non di diritto — e tutto è cambiato. Il Brent, che a dicembre toccava i sessanta dollari, ora sfiora i cento. Il greggio russo Urals, tradizionalmente scontato sul mercato, viene oggi scambiato addirittura con un premio rispetto al benchmark internazionale. Ogni dieci dollari in più sul barile valgono a Mosca quasi tre miliardi di dollari mensili in esportazioni, di cui una quota sostanziale finisce nelle casse statali. Una manna silenziosa, che non richiede né trattative né concessioni.
La diplomazia delle deroghe
Il secondo vantaggio per Putin è di natura politica, e forse ancora più prezioso. La crisi energetica ha reso assai difficile per l’Occidente irrigidire ulteriormente il regime sanzionatorio. Washington ha già concesso deroghe temporanee che autorizzano l’acquisto di greggio russo già caricato sulle navi, erodendo la propria credibilità come attore sanzionatorio coerente. Parallelamente, si allarga la frattura tra la Casa Bianca e Bruxelles: la Commissione europea aveva proposto un divieto totale dei servizi marittimi per le esportazioni russe, da coordinarsi con il G7. Quel progetto — già ostacolato da Budapest e Bratislava — appare ora ancor meno praticabile.
C’è poi lo spettro del gas. Se la crisi si protraesse, alcuni paesi europei potrebbero essere tentati di rimandare l’addio al GNL russo, previsto per il prossimo anno. La finestra di vulnerabilità che Mosca sperava di sfruttare si sta riaprendo, questa volta non per sua iniziativa, ma per la pressione degli eventi.
Pechino, il partner riluttante che si avvicina
Il terzo fronte di vantaggio è quello cinese. La guerra nel Golfo ha reso la Cina acutamente consapevole della propria fragilità energetica: le sue riserve di gas naturale coprono appena quaranta giorni di consumo. Questo rende improvvisamente attraente ciò che Pechino aveva fino a ieri trattato con distacco calcolato: il gasdotto “Power of Siberia 2”, un’infrastruttura da duemilaseicento chilometri che potrebbe più che raddoppiare le forniture russe. I negoziati si erano arenati su prezzi e impegni di acquisto. Ora la Cina potrebbe mostrarsi più flessibile, e con essa potrebbe aprirsi anche la strada a una maggiore integrazione nei colossali progetti di GNL artico russo.
Lo zucchero non nutre
Eppure, a guardar bene, questa fortuna ha i piedi d’argilla. Gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe continuano a degradare la capacità produttiva, dirottando capitali preziosi dalla perforazione alla riparazione. Le sanzioni e anni di investimenti insufficienti hanno lasciato il settore energetico russo con una capacità di riserva esigua — appena trecentomila barili giornalieri — troppo poco per compensare i vuoti lasciati dalla crisi del Golfo. La produzione, secondo le stime degli analisti, è destinata a calare comunque di circa il tre per cento l’anno.
I soldi in più, poi, non si traducono automaticamente in successi militari. Il problema di Mosca sul campo di battaglia non è finanziario: è la difficoltà di proiettare forza in modo efficace. E l’economia civile — svuotata di manodopera e capitali dalla macchina bellica — continua a deteriorarsi silenziosamente.
La chiusura di Ormuz ha offerto a Putin uno di quei regali inattesi che la storia a volte dispensa con ironia: un colpo di fortuna nel momento più difficile. Ma come ogni fiammata di zucchero, brucia in fretta e non rimpiazza il nutrimento vero. La Russia del 2022 — prima delle sanzioni, prima della guerra totale, quando le sue compagnie collaboravano con i giganti occidentali e vendevano a chiunque — era un attore energetico incomparabilmente più solido di quello che oggi si trova a raccogliere le briciole di una crisi altrui.
Il petrolio ha guadagnato tempo a Mosca. Ma il tempo, da solo, non vince le guerre.
