C’è un’immagine che ritorna, nelle ore in cui i mercati tremano e lo stretto di Hormuz torna a stringersi come un cappio attorno alla gola del commercio mondiale: quella di un uomo che, convinto di spegnere un incendio, getta benzina sul fuoco e si stupisce delle fiamme.
La storia degli Stati Uniti nel Medio Oriente è, in fondo, una storia di stupori ricorrenti. Nel 1953, la CIA rovesciò Mohammad Mossadegh — uomo eletto, riformatore, nazionalista — e rimase stupita quando, ventisei anni dopo, la rivoluzione incenerì lo scià che aveva installato al suo posto. Come se la memoria collettiva di un popolo non conservasse le umiliazioni, come se il rancore non maturasse lentamente, come il vino nei tini, fino a diventare qualcosa di inebriante e di feroce.
Oggi la storia non si ripete — raramente lo fa con tanta fedeltà — ma rima, come amava dire Mark Twain. E la rima è stonata, quasi caricaturale.
Il potere, nella sua forma più sottile, non è mai stato il missile di precisione né la portaerei che incute timore nei porti altrui. È stato sempre, per l’America nel suo momento aureo, qualcos’altro: la capacità di farsi desiderare, di incarnare un’idea abbastanza convincente da farla scegliere liberamente. I teorici lo chiamano soft power, con un’espressione un po’ asettica per designare qualcosa che assomiglia, nella pratica, al fascino. E il fascino, si sa, non si impone: si esercita, o si perde.
Un’egemonia che rinuncia alla persuasione per affidarsi esclusivamente alla minaccia cessa di essere egemonia e diventa occupazione. E le occupazioni, per quanto ben armate, generano resistenza. L’Iran lo sa da settant’anni. Sa aspettare, sa soffrire, sa trasformare la propria sopravvivenza in narrazione vittoriosa. Sa che lo stretto di Hormuz è la sua carta più antica e più robusta, e che basterà tenerla in mano con fermezza — senza nemmeno giocarla del tutto — per far salire il prezzo del petrolio e scendere la fiducia dei mercati.
Quello che sorprende, in questa vicenda, non è l’arroganza del potere — quella è antica quanto il potere stesso. Sorprende l’assenza di strategia, la mancanza di qualsiasi riflessione sulle conseguenze del giorno dopo. Decapitare un regime senza avere un piano per ciò che viene dopo la decapitazione è un errore che persino i manuali militari più elementari insegnano a evitare. Eppure eccoci qui, a guardare funzionari che sembrano genuinamente sorpresi che l’Iran non sia collassato su se stesso come un soufflé mal riuscito.
Vi è, in questo, qualcosa di più profondo di una semplice incompetenza tattica. Vi è il sintomo di una classe dirigente che ha smesso di credere nella complessità del mondo, che ha sostituito l’analisi con il riflesso, la strategia con il gesto. Governare per scosse, per proclami, per atti plateali che saturino il ciclo dell’informazione prima che l’attenzione pubblica abbia il tempo di ragionare: è questo il metodo. E funziona, fino a quando la realtà non si fa abbastanza pesante da non poter essere ignorata.
L’economia, alla fine, è sempre il grande rivelatore. L’inflazione non ha colore politico, il prezzo della benzina non riconosce le bandiere, la disoccupazione non risparmia gli elettori fedeli. E tuttavia — e qui sta il rischio più oscuro — in un sistema già polarizzato fino all’osso, la crisi economica potrebbe non tradursi in lucidità politica, ma in ulteriore radicalizzazione. I focolai non si spengono necessariamente quando bruciano anche chi li ha appiccati: a volte, invece, si trasformano in incendi di proporzioni incontrollabili.
Rimane, sullo sfondo, una domanda che nessun missile può rispondere: cosa resterà, quando il fumo si sarà diradato, dell’idea stessa dell’America come faro — imperfetto, contraddittorio, ma pur sempre orientato verso qualcosa? La risposta, temo, dipenderà non da ciò che accadrà a Teheran, ma da ciò che accadrà a Washington. E su questo, le previsioni sono le più difficili di tutte.
