Dopo Dobbs: la marcia, il paradosso e la resa che non c’è

Mentre il movimento pro-life americano si prepara alla 53ª Marcia per la Vita, la scena che si apre davanti ai suoi leader è tutt’altro che lineare. La grande vittoria giuridica del 2022 – la sentenza Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, che ha cancellato il presunto diritto costituzionale all’aborto – non ha prodotto l’effetto simbolicamente atteso: gli aborti, anziché diminuire, sono aumentati. Un paradosso che pesa come un macigno sulla strategia politica e culturale del fronte pro-life.

Il dato è ormai consolidato: dal 2022 in poi il tasso di aborto negli Stati Uniti è cresciuto, nonostante i divieti introdotti in diversi Stati. La spiegazione è meno ideologica di quanto si voglia ammettere. L’aborto non è scomparso: si è trasformato. Sempre meno sale operatorie, sempre più pillole. Sempre meno visibilità pubblica, sempre più privatizzazione chimica dell’atto.

Oggi quasi due aborti su tre avvengono tramite farmaci. E la decisione della Food and Drug Administration di approvare una versione generica del mifepristone, nel primo anno del secondo mandato di Donald Trump, ha rappresentato per molti attivisti pro-life un colpo duro, inatteso, quasi un tradimento silenzioso. La promessa di una revisione di sicurezza si è dissolta nella continuità amministrativa. La rivoluzione annunciata si è fermata alla soglia dei laboratori.

Qui emerge il nodo politico centrale: l’ambiguità trumpiana. Trump resta il presidente che ha reso possibile Dobbs, nominando tre giudici decisivi della Corte Suprema. Ma la sua eredità pro-life, come osservano molti analisti, assomiglia a un test di Rorschach: ognuno vi vede ciò che vuole. A parole, “il presidente più pro-vita della storia”. Nei fatti, un leader che insiste nel relegare l’aborto a questione esclusivamente statale, promettendo il veto a ogni divieto federale e invitando i repubblicani a “flessibilità” sull’emendamento Hyde.

Ed è proprio Hyde il vero campo di battaglia. Non una legge permanente, ma una fragile clausola di bilancio che, da decenni, impedisce l’uso di fondi federali per aborti elettivi. Una linea di compromesso che ha retto anche nei momenti più tesi della politica americana. Metterla in discussione significa non solo finanziare l’aborto con denaro pubblico, ma costringere i contribuenti a una cooperazione morale forzata. Su questo punto il movimento pro-life non arretra. E avverte.

Non è un caso che alcune grandi organizzazioni abbiano minacciato di riconsiderare decine di milioni di dollari destinati alle elezioni di medio termine. Non è una ritorsione, ma un segnale: il pro-life non è una decorazione identitaria del GOP, è una forza politica autonoma, capace di premiare e punire. “Se i repubblicani vacillano – avvertono – rischiano di perdere”.

Trump ha compiuto alcuni gesti simbolicamente forti: i perdoni per i condannati in base al FACE Act, il ripristino della Mexico City Policy. Ma questi atti non compensano l’impressione crescente che, sul fronte più delicato – quello dell’aborto chimico e del finanziamento pubblico – la Casa Bianca preferisca non disturbare l’assetto consolidato.

Il movimento pro-life si trova così davanti a una verità scomoda: Dobbs ha restituito il tema alla politica, ma la politica non ha restituito una visione. Senza un’azione federale minima – regolazione dei farmaci abortivi, tutela dell’obiezione di coscienza, difesa dell’Hyde Amendment – i divieti statali rischiano di diventare gusci vuoti, aggirati da una pillola spedita per posta.

Eppure, nella marcia che si prepara, non c’è rassegnazione. C’è piuttosto la consapevolezza che la battaglia non è finita, ma è cambiata. Non più solo tribunali e leggi, ma sanità, farmaci, bilanci, coscienze. La Chiesa cattolica lo ripete con insistenza: la difesa della vita non è mai contro qualcuno, ma per due – la madre e il figlio – e richiede politiche di sostegno reale, non slogan.

Il paradosso americano è tutto qui: la più grande vittoria giuridica del pro-life ha inaugurato la sua fase più difficile. Non quella dell’entusiasmo, ma della maturità. Dove non basta aver vinto una sentenza. Bisogna decidere che tipo di Paese si vuole costruire dopo.