Commento a un’intervista al New York Times di Cyril Ramaphosa
C’è una scena, nel racconto che Cyril Ramaphosa fa della sua visita allo Studio Ovale, che vale più di mille analisi geopolitiche: le luci che si abbassano, lo schermo che si accende, i ritagli di giornale posati sul tavolo come prove di un’accusa già decisa. Un presidente africano, ospite della casa più potente del mondo, che si ritrova in una sala proiezioni improvvisata, costretto a guardare filmati fuorvianti sul proprio paese come uno studente convocato dal preside. “Un’imboscata”, l’ha chiamata Ramaphosa. È la parola giusta. Ed è anche una metafora perfetta per descrivere il rapporto tra gli Stati Uniti di Trump e quella larga porzione di mondo che Washington non capisce, non vuole capire, e punisce per questo.
La nebbia come politica estera
Ramaphosa ha usato un’immagine memorabile per descrivere la visione che Trump ha del Sudafrica: una “lente nebbiosa”. È una diagnosi gentile, forse troppo. Perché la nebbia può essere involontaria — effetto dell’ignoranza, della distanza, della disinformazione. Ma quando la nebbia viene coltivata, alimentata da narrazioni false e poi trasformata in politica — tariffe punitive, programmi di rifugiati per una minoranza che rifugiata non è, esclusioni dal G20 — non si chiama più nebbia. Si chiama ideologia.
La tesi di Trump sul Sudafrica è elementare nella sua struttura e pericolosa nella sua diffusione: i bianchi sono le nuove vittime, l’apartheid è stato ribaltato, il vero genocidio è quello anti-bianco. È una narrazione che non nasce dall’analisi ma da un ecosistema di media ultraconservatori e movimenti identitari che hanno trovato nel secondo mandato Trump il loro momento di massima influenza. Il fatto che nessun terreno sia stato effettivamente sequestrato — come Ramaphosa ribadisce con pazienza quasi pedagogica — non intacca la narrativa, perché la narrativa non ha bisogno di fatti: ha bisogno di emozioni, e le emozioni di un certo elettorato americano sono già pronte, già caricate, già puntate.
Quello che colpisce non è tanto l’ignoranza di Trump — l’ignoranza, in politica, è spesso strumentale — quanto la certezza con cui essa si traduce in sanzione. Il Sudafrica viene colpito con tariffe tra le più alte inflitte a un paese africano non perché abbia fatto qualcosa agli Stati Uniti, ma perché si è rifiutato di recitare il copione che Washington gli ha assegnato. È la punizione del disallineamento, non del crimine.
L’Africa come specchio scomodo
C’è un paradosso al cuore di questa storia. Il Sudafrica è l’unico paese africano con abbastanza peso specifico — economico, simbolico, storico — da permettersi di rispondere a Trump senza sprofondare immediatamente nel silenzio diplomatico. È la prima economia del continente. Ha guidato la lotta contro l’apartheid, uno dei crimini politici più documentati del Novecento. Ha Ramaphosa, che non è un politico qualsiasi: è un uomo che ha condiviso il palco con Mandela, che è stato arrestato due volte durante la repressione, che porta nel corpo la memoria di cosa significhi resistere al potere quando il potere ha torto.
Eppure persino lui, con tutto questo, è stato messo in un angolo a guardare un video nelle luci abbassate.
Il messaggio implicito è terribile nella sua chiarezza: non importa chi sei, non importa cosa rappresenti, non importa la tua storia. Se non sei allineato — con Washington, con Israele, con la narrativa dominante sull’Occidente come campione del bene — sei sospetto. E la tua storia viene riscritta dall’esterno, da chi non l’ha vissuta, da chi non ha nemmeno il pudore di informarsi prima di giudicare.
Ramaphosa lo dice con quella lucidità che viene solo da chi ha già affrontato la versione più brutale di questa logica: “Siamo piuttosto stupiti dell’attenzione che ci dà. Siamo un piccolo paese e non siamo una minaccia per gli Stati Uniti.” È la voce della ragionevolezza che parla a chi ha smesso di voler essere ragionevole. Ed è, in fondo, la solitudine di chi ha ragione in un mondo che non premia la ragione.
Il non allineamento come filosofia, non come pigrizia
Uno degli aspetti più significativi dell’intervista è la rivendicazione esplicita di Ramaphosa di un ruolo per le potenze “non allineate” nella crisi globale attuale. È una posizione che nell’Occidente viene spesso letta come ambiguità morale — come se stare con tutti significasse non stare con nessuno. Ma c’è un’altra lettura, più sottile e storicamente più onesta.
Il Sudafrica parla con l’Iran, con la Cina, con gli Stati Uniti e con le Nazioni Unite. Ha mediato tra Putin e Zelensky. Sostiene che l’adesione dell’Ucraina alla NATO sia stata una delle cause strutturali del conflitto — posizione controversa, certo, ma non priva di analisti seri che la condividono. Vuole la rappresentanza africana nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, un’istituzione nata nel 1945 che rispecchia un ordine mondiale che non esiste più.
Questa non è neutralità cinica. È la visione di un paese che ha imparato, a proprie spese, che gli ordini mondiali costruiti senza includere tutti finiscono per escludere i più vulnerabili. L’apartheid era anche questo: un sistema che si dichiarava legittimo perché le potenze che contavano lo tolleravano. Il non allineamento di Ramaphosa non è indifferenza morale — è memoria storica applicata alla geopolitica.
Il tempo, la speranza e i conti che non tornano
“Il tempo è un grande guaritore”, dice Ramaphosa a un certo punto. È una frase che potrebbe sembrare rassegnazione, e invece è tattica. È la saggezza di chi sa che le relazioni tra stati non si costruiscono né si distruggono in un mandato presidenziale, e che la diplomazia silenziosa — “lo strato tranquillo della relazione”, come la chiama lui — sopravvive ai clamori dei social media e alle scenografie dello Studio Ovale.
Ma è anche, bisogna dirlo, la risposta di chi non ha molte altre opzioni. Gli Stati Uniti restano il secondo partner commerciale del Sudafrica. Le tariffe fanno male. L’esclusione dal G20 è uno schiaffo simbolico con conseguenze reali. E nel frattempo il paese affronta disuguaglianze enormi — quelle eredità dell’apartheid che Trump ha il coraggio di paragonare alla condizione dei neri durante il regime stesso — e ha bisogno di stabilità, non di nuovi fronti aperti.
C’è quindi qualcosa di malinconico, oltre che di ammirevole, nella compostezza di Ramaphosa. È la compostezza di chi sa che il mondo non è giusto, che il potere non si distribuisce secondo i meriti, e che la dignità — quella vera, non quella esibita — si misura nella capacità di continuare a trattare anche quando si è stati umiliati.
La Storia come Bussola
Ramaphosa chiude l’intervista parlando di speranza. Non la speranza ingenua di chi non ha visto il peggio, ma quella forgiata negli anni dell’apartheid, negli arresti, nelle proteste soffocate nel sangue. “Molte persone, guardando la situazione sudafricana, avrebbero perso la speranza. Sembrava intrattabile.” Eppure Mandela non si era arreso. E lui, Ramaphosa, non si arrende adesso.
È un messaggio che trascende la contingenza diplomatica e tocca qualcosa di più profondo: la capacità di un popolo, e di un leader, di non lasciarsi definire dallo sguardo di chi li osserva con disprezzo. Trump può abbassare le luci, può mostrare video falsi, può imporre tariffe e dimenticarsi il Sudafrica dal G20. Ma non può riscrivere la storia. E la storia, in questo caso, non è dalla sua parte.
Il vero Sud Africa — quello dell’apartheid vinto, del miracolo costituzionale, della Commissione per la Verità e la Riconciliazione — è un paese che ha già sconfitto una versione molto più feroce del bullo che oggi gli abbassa le luci in faccia. E lo sa.
