Dal “modello Gaza” al Litani: la nuova strategia israeliana rischia di riscrivere con la forza la geografia politica del Libano
Non è più soltanto una guerra contro Hezbollah. Dal quadro ricostruito dal New York Times emerge qualcosa di più grave e strutturale: la trasformazione del Libano meridionale in una fascia di sicurezza sotto controllo israeliano, ottenuta con evacuazioni di massa, ponti distrutti, villaggi rasi al suolo e una pressione militare che somiglia sempre meno a un’operazione limitata e sempre più a un progetto di occupazione.
Israele non sta semplicemente colpendo Hezbollah. Sta ridisegnando il Sud del Libano. E lo sta facendo secondo una logica che conosciamo già: svuotare, spezzare, isolare, occupare. Non è un’impressione polemica, ma la traiettoria che affiora dal reportage di Christina Goldbaum, Samuel Granados e Sanjana Varghese. Se le parole hanno ancora un senso, qui non siamo davanti solo a una risposta militare, ma a una progressiva riconfigurazione territoriale imposta con la forza.
La chiave di tutto è il fiume Litani. Israele dichiara di voler prendere il controllo del territorio libanese a sud di quel corso d’acqua, circa il dieci per cento dell’intero Paese, in nome di una “zona di sicurezza” che dovrebbe impedire futuri attacchi contro il nord di Israele. Ma dietro il lessico della sicurezza si intravede una realtà più brutale: centinaia di migliaia di libanesi sciiti espulsi di fatto dal proprio spazio vitale, villaggi desertificati, ponti abbattuti per spezzare la continuità con il resto del Libano, città rese inabitabili. Una sicurezza che, per essere costruita, esige la precarietà permanente dell’altro.
È qui che il conflitto cambia natura. La guerra tradizionale mira a neutralizzare un nemico. Questa strategia, invece, mira a svuotare un territorio. Non colpisce solo combattenti, depositi, postazioni, linee logistiche. Colpisce la possibilità stessa di abitare. È questo il significato politico della distruzione dei villaggi di confine, delle demolizioni sistematiche, della devastazione di Khiam, dei ponti sul Litani fatti saltare, dell’isolamento materiale del Sud. Israele sembra voler produrre una nuova realtà sul terreno: un Libano meridionale troppo distrutto per tornare a vivere, troppo spezzato per ricostruirsi rapidamente, troppo controllato per restare davvero libanese.
Colpisce, nel testo, il richiamo esplicito di Israel Katz al “modello di Rafah e Beit Hanoun”. È una frase rivelatrice. Non siamo nell’ambito dell’errore collaterale o dell’eccesso contingente. Siamo dentro una dottrina. Rafah e Beit Hanoun evocano una guerra che non si limita a inseguire i miliziani, ma trasforma lo spazio urbano in un deserto tattico. Quartieri cancellati, infrastrutture rese inutili, ritorno dei civili impedito non soltanto dai combattimenti ma dalla scomparsa fisica dei luoghi. Trasportare quel modello in Libano significa una cosa sola: fare del paesaggio la prima vittima strategica.
Tutto questo ha anche un risvolto politico più ampio, che in Europa e in Occidente si tende a rimuovere. Il Sud del Libano non è solo una retrovia di Hezbollah. È una società. È una trama di villaggi, famiglie, memorie, economie locali, legami religiosi e politici. Devastarla non significa soltanto indebolire un attore armato sciita; significa colpire la base sociale da cui quel movimento ha tratto per decenni forza, protezione, consenso e legittimità. In altri termini: non si sta solo combattendo Hezbollah. Si sta tentando di ridisegnare la sociologia del Sud libanese con i bombardamenti.
Qui si comprende un altro punto decisivo. Israele presenta la propria offensiva come risposta a un’aggressione e come misura preventiva contro una minaccia esistenziale. E nessuno serio può fingere che il problema Hezbollah non esista. Hezbollah non è una confraternita innocua, ma un attore armato, ideologico e regionale, incardinato nell’asse con Teheran e capace di trascinare il Libano in guerre che molti libanesi non vogliono. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più urgente: combattere Hezbollah autorizza a trasformare un’intera regione in una fascia di devastazione permanente? La neutralizzazione della minaccia può coincidere con la neutralizzazione della vita civile?
Il rischio storico è chiaro. Ogni “zona di sicurezza” tende a diventare una forma di occupazione con un altro nome. Lo si è già visto nel Libano del passato. Si entra per prevenire, si resta per controllare, si giustifica la permanenza con l’insicurezza prodotta dalla stessa presenza militare. Nel frattempo cresce la radicalizzazione, si alimenta il risentimento, si rinsaldano le narrazioni vittimarie del nemico, si produce la prossima guerra mentre si dice di voler impedire la precedente. La sicurezza, così concepita, diventa un dispositivo senza uscita.
C’è poi un altro elemento che rende questa offensiva ancora più inquietante: la distruzione dei ponti. Nelle guerre moderne i ponti non sono soltanto infrastrutture. Sono simboli della continuità territoriale e strumenti della sopravvivenza civile. Se li fai saltare, non impedisci soltanto il passaggio dei rinforzi nemici; interrompi il flusso del cibo, delle cure, degli aiuti, delle vie di fuga, del ritorno. Tagli il territorio fuori da sé stesso. E infatti il senso di ciò che emerge dal reportage è proprio questo: il Sud del Libano va separato, non solo occupato. Va reso periferia assoluta, quasi un’enclave sospesa fra interdizione militare e spopolamento.
In questa logica rientra anche il targeting di infrastrutture economiche e civili accusate di avere legami con Hezbollah. È il paradigma, ormai consolidato, per cui ogni cosa che in un territorio dominato da un attore armato genera denaro, servizi o consenso può essere trattata come obiettivo legittimo. Ma il risultato concreto è che a pagare non è solo la macchina politico-militare del gruppo, bensì la popolazione che da quelle reti dipende anche per vivere. Quando si colpiscono stazioni di servizio che rappresentano pure un’ancora per i più poveri, la distinzione tra lotta al nemico e punizione del tessuto sociale si assottiglia fino quasi a sparire.
Mediafighter dovrebbe dirlo con chiarezza: questa guerra mostra ancora una volta che il Medio Oriente non viene più governato secondo il diritto, ma secondo il principio della trasformazione irreversibile del terreno. Chi può, cambia i fatti sul campo. Poi il resto del mondo discuterà definizioni, proporzioni, versioni diplomatiche. Prima si distrugge, poi si negozia sull’entità della distruzione. Prima si svuota, poi si discute se si tratti di occupazione, buffer zone, deterrenza avanzata o semplice esigenza tattica. Le parole arrivano sempre dopo le ruspe.
Il dramma è che questa brutalizzazione dello spazio produce anche una brutalizzazione del tempo. Chi fugge non sa se tornerà. Chi torna non sa se troverà qualcosa. Chi resta vive dentro un territorio mutilato. La guerra non è più un evento che interrompe temporaneamente la vita; diventa il meccanismo con cui si decide chi avrà ancora il diritto di abitare un luogo. È per questo che le testimonianze degli sfollati di Kfar Kila o di Khiam colpiscono più delle mappe satellitari: non parlano solo di case distrutte, ma della perdita dell’idea stessa di ritorno.
Ed è proprio qui che la strategia israeliana, almeno per come emerge da questo quadro, mostra il suo volto più pericoloso. Perché un conto è colpire un nemico armato. Un altro è convincere un’intera popolazione che non esiste più un futuro nella propria terra. Quando accade questo, non si sta solo vincendo una battaglia. Si sta fabbricando una frontiera di disperazione. E le frontiere di disperazione, in Medio Oriente, non restano mai immobili: generano milizie, vendette, religioni della perdita, memorie incandescenti.
Il punto, allora, non è difendere Hezbollah né ignorare la minaccia che rappresenta per Israele. Il punto è riconoscere che la sicurezza di uno Stato non può essere costruita sulla disintegrazione permanente del territorio e della società dell’altro. Quando la guerra diventa urbanistica coercitiva, ingegneria demografica, amputazione infrastrutturale, allora siamo oltre la risposta militare. Siamo dentro una politica di dominio.
E forse è proprio questo il nome che molti evitano, ma che qui si impone. Non semplice incursione. Non semplice rappresaglia. Non semplice autodifesa. Ma controllo territoriale attraverso devastazione. Il Sud del Libano, oggi, appare come un laboratorio di questo metodo. E chi continua a chiamarlo soltanto “operazione di sicurezza” finge di non vedere che cosa sta accadendo davanti ai suoi occhi.
