Un sottomarino americano affonda la fregata iraniana IRIS Dena: 80 morti nell’Oceano Indiano
GALLE, SRI LANKA — Ottanta morti, trentadue sopravvissuti portati in ospedale sulle coste dello Sri Lanka, e una frase — “morte silenziosa” — che il Pentagono ha usato per descrivere l’operazione come se si trattasse di una réclame pubblicitaria. Nella notte tra martedì e mercoledì, un sottomarino della Marina statunitense ha colpito e affondato con un siluro la fregata iraniana IRIS Dena nell’Oceano Indiano. Lo ha confermato il segretario alla Difesa Pete Hegseth, inquadrando l’azione nel contesto delle operazioni militari in corso contro l’Iran.
Dei 180 uomini a bordo, secondo fonti governative citate da Reuters, almeno 80 non hanno fatto ritorno. I corpi sono stati recuperati nelle acque al largo di Galle. Le autorità dello Sri Lanka, allertate all’alba, hanno condotto le operazioni di soccorso.
IL VANTO E LA CONTESTAZIONE
Hegseth ha presentato l’affondamento come un primato storico: la prima volta dalla Seconda guerra mondiale che un sottomarino americano colpisce una nave nemica con un siluro. La notizia è stata ripresa da decine di testate internazionali. Ma BBC Verify, secondo quanto riportato dal Guardian, ha già contestato l’accuratezza di questa ricostruzione.
Il primato, vero o gonfiato che sia, rivela comunque qualcosa: il bisogno di dare alla guerra una cornice epica, di trasformare ogni azione militare in un capitolo di storia. È la stessa logica che spinge un generale a citare l’Apocalisse durante il briefing mattutino, o un primo ministro a evocare Amalek davanti alle telecamere.
“MORTE SILENZIOSA”: QUANDO IL LINGUAGGIO TRADISCE
Chiamare un siluro “morte silenziosa” non è una svista lessicale. È una scelta. È il tentativo di estetizzare la violenza, di renderla pulita, quasi tecnica, sottraendola al giudizio morale. La guerra, nella retorica del Pentagono, diventa un’operazione chirurgica. I morti diventano una metrica. I corpi in mare davanti allo Sri Lanka diventano un dato nel comunicato stampa.
La tradizione cattolica — da Agostino a Francesco — ha sempre resistito a questa anestesia del linguaggio. Non perché ignori la complessità della geopolitica, non perché abbia risposte semplici a domande difficili. Ma perché sa che il primo passo verso ogni atrocità è sempre lo stesso: smettere di chiamare le cose con il loro nome.
DIO NON FIRMA COMUNICATI STAMPA
Il conflitto in corso ha già mostrato con chiarezza la tentazione di santificare la guerra. Comandanti americani che dicono alle truppe di combattere per accelerare l’Armageddon. Un segretario alla Difesa che denuncia le “delusioni profetiche islamiche” del nemico mentre usa egli stesso un linguaggio escatologico. Un primo ministro che cita la Torah per giustificare operazioni militari che hanno già causato migliaia di morti civili.
La dottrina cattolica della guerra giusta non è un amuleto da distribuire ai belligeranti che si dichiarano cristiani. È un sistema di criteri severi — proporzionalità, ultima ratio, protezione dei civili — che nella maggior parte dei conflitti contemporanei vengono violati prima ancora che le trattative falliscano. E che non lascia spazio, in nessuna delle sue formulazioni, alla teologia dell’Armageddon come strumento di politica estera.
Chi usa Dio per giustificare una guerra non sta portando Dio in battaglia. Sta portando la guerra in chiesa.
QUEL CHE CAMBIA, E QUEL CHE RESTA
L’affondamento della Dena segna un’escalation geografica significativa: il conflitto, già esteso dal Medio Oriente al Golfo Persico, entra ora nell’Oceano Indiano, coinvolge nuove rotte commerciali, nuove marine, nuovi rischi di incidenti e ritorsioni a catena.
Ma al di là della mappa, resta una domanda che nessun comunicato stampa ha risposto: chi erano quei ottanta uomini? Cosa pensavano, quella notte, mentre la nave si spezzava? Avevano figli? Qualcuno li aspettava?
In mare, al largo di Galle, non è affondata soltanto una fregata. È affondata un’altra porzione di quel lessico minimo di umanità che dovrebbe impedire ai governi — a tutti i governi — di trattare la morte come una prestazione e la guerra come una liturgia.
La Chiesa non ha il diritto di diventare cappellania della potenza. Ha il dovere — impopolare, scomodo, spesso inascoltato — di stare dalla parte dei morti. Di tutti i morti. Anche di quelli che affogano in silenzio nell’Oceano Indiano mentre qualcuno, dall’altra parte del mondo, sceglie le parole giuste per il comunicato stampa.
