Sciopero dei giornalisti
Oggi i giornali non escono. I siti si fermano. Le agenzie tacciono. Per ventiquattro ore, chi fa informazione in Italia sceglie il silenzio come forma di parola — e il paradosso è solo apparente, perché a volte il silenzio è l’unico modo rimasto per farsi sentire.
È il secondo sciopero della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Il terzo è già convocato per il 16 aprile. Non è una escalation improvvisa: è la risposta lenta, paziente e sempre più esasperata di una categoria che aspetta il rinnovo del contratto nazionale da dieci anni. Dieci anni. Un primato assoluto nel panorama del lavoro italiano, una di quelle anomalie che diventano normalità per usura progressiva, finché qualcuno non si ferma e dice: no, questo non è normale.
Il contratto è scaduto nel 2016. Le retribuzioni sono ferme lì, erose nel frattempo da un’inflazione che non ha aspettato i negoziatori. Chi lavora oggi guadagna in termini reali quasi il venti per cento in meno di chi lavorava allora — e chi lavora “fuori” dalle redazioni, i collaboratori classificati pudicamente come “liberi imprenditori di sé stessi”, ha visto proporre dagli editori compensi inferiori a quelli di dodici anni fa, cifre che il Consiglio di Stato ha già giudicato inique. Non l’opposizione sindacale: il Consiglio di Stato.
La parola scelta dalla FNSI per questa giornata è dignità. È una parola antica, carica di storia filosofica e teologica. Nella tradizione cristiana ha un fondamento preciso: la dignità non è qualcosa che si guadagna con le prestazioni o che si perde con le sconfitte. È costitutiva della persona, iscritta nella sua natura di creatura fatta a immagine di Dio. Non si negozia, non si erode, non si compra a forfait.
Applicare questa categoria al lavoro giornalistico non è retorica sindacale. È riconoscere che dietro ogni articolo, ogni servizio, ogni notizia verificata e raccontata con cura, c’è una persona che ha dedicato anni a imparare un mestiere difficile, che lavora su più piattaforme contemporaneamente, che tiene ritmi frenetici, che porta il peso di organici decimati dai tagli — e che lo fa spesso in condizioni economiche che non reggerebbero il confronto con qualsiasi altro settore professionale di pari responsabilità sociale.
Perché il giornalismo ha una responsabilità sociale che non si può ignorare. Non è un servizio qualsiasi. È il sistema nervoso della democrazia: quello che trasmette le informazioni senza le quali i cittadini non possono decidere consapevolmente, non possono giudicare il potere, non possono partecipare alla vita pubblica con cognizione di causa. Una democrazia senza informazione libera e di qualità è una democrazia di facciata — formalmente integra, sostanzialmente svuotata.
Ed è qui che la vicenda del contratto dei giornalisti smette di essere una questione sindacale e diventa una questione politica nel senso più alto del termine.
Gli editori italiani hanno ricevuto negli ultimi anni oltre quattrocento milioni di euro in contributi pubblici. Soldi di tutti — compresi i giornalisti precari che faticano ad arrivare a fine mese. Questi contributi erano giustificati, almeno nelle intenzioni, dalla funzione pubblica dell’informazione: sostenere un settore in difficoltà affinché potesse continuare a svolgere il proprio ruolo nella democrazia. Un investimento collettivo in un bene comune.
In cambio di questo investimento, la strategia degli editori è stata una sola: tagliare. Tagliare i costi, tagliare i posti di lavoro, tagliare i compensi, portare al tavolo delle trattative cifre che vanno indietro nel tempo invece di andare avanti. Non è una strategia industriale: è una resa. È la dichiarazione implicita che non si crede più nel prodotto che si dovrebbe sostenere. Se gli editori non credono nell’informazione, perché lo Stato dovrebbe continuare a finanziarli? E se lo Stato smette di farlo, chi rimane a garantire quel bene comune che si chiama informazione libera?
La FNSI ha ragione quando dice che il mancato rinnovo del contratto è una minaccia alla libertà di stampa. Non in senso drammatico e immediato — nessuno sta mettendo i giornalisti in prigione. Ma in senso strutturale e progressivo: un giornalista mal pagato, precario, dipendente dalla benevolenza dell’editore per la propria sopravvivenza economica, è un giornalista meno libero. Non necessariamente per viltà personale — spesso per necessità oggettiva. E la somma di tante piccole libertà compresse produce un’informazione che tende ad autocensurarsi, ad ammorbidire, ad evitare il conflitto con chi paga.
C’è un dettaglio nei dati che merita attenzione: tra le motivazioni dei catecumeni francesi — Mediafighter lo ricordava nel contesto di un recente articolo — solo l’undici per cento citava i social media e gli influencer cristiani. Il canale principale restava la testimonianza diretta, la prossimità, la persona in carne e ossa. Vale anche per il giornalismo: la notizia vera, quella che cambia le cose, nasce ancora da qualcuno che va sul posto, che incontra le persone, che verifica, che rischia. Nasce dal lavoro umano, incarnato, faticoso. Non da un algoritmo.
Impoverire chi fa quel lavoro significa impoverire la qualità dell’informazione. Significa premiare la velocità sulla profondità, il click sull’inchiesta, la viralità sulla verità. Significa costruire un’informazione che assomiglia all’informazione senza esserlo davvero — come un’ostia senza consacrazione: ha la forma, manca la sostanza.
Il silenzio di domani non è rassegnazione. È un atto di presenza: siamo qui, esistiamo, il nostro lavoro ha un valore che non si misura solo in clic e in forfait. È la dignità che si fa sentire nel modo più antico che conosce — smettendo per un giorno di essere invisibile.
Ascoltarla, questa voce silenziosa, sarebbe un atto di giustizia. Prima ancora che di contrattazione.
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