Il patriarca Pizzaballa prega sul sepolcro vuoto. Fuori, Israele continua a scavarne di nuovi. E la Pasqua diventa la domanda più antica e più scomoda: fino a quando?

 Il Cardinale Patriarca di Gerusalemme ha celebrato la Messa di Pasqua nel luogo più carico di memoria cristiana del mondo con parole di rara potenza teologica e politica. «Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio, dalla violenza e dalla vendetta». Non è una metafora. È una cronaca. Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran: la Terra Santa è diventata un mattatoio benedetto dalle potenze e ignorato dalle coscienze

C’è un luogo sulla terra dove le parole pesano più che altrove. Non perché l’acustica sia migliore, non perché chi parla sia più eloquente, ma perché il luogo stesso è una parola — la più antica, la più controversa, la più insanguinata della storia dell’umanità. Si chiama Gerusalemme. E dentro Gerusalemme c’è il Santo Sepolcro, e dentro il Santo Sepolcro, la mattina di Pasqua del 2026, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa ha pronunciato una omelia che è insieme una meditazione teologica di rara profondità e un atto di accusa politica di rara coraggio.

«Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio, dalla violenza e dalla vendetta». Ha detto così, il Patriarca di Gerusalemme, nell’unica città del mondo dove quella frase non è una metafora ma una descrizione topografica. Dove le tombe non sono un’immagine retorica ma una realtà che si misura in cifre aggiornate ogni giorno, ogni ora, ogni lancio di missile, ogni raid aereo, ogni operazione di terra battezzata con un nome in codice che suona come un salmo e produce morti come una fabbrica.

Pizzaballa non ha fatto nomi. Un Patriarca cattolico a Gerusalemme non può permettersi la franchezza di un editorialista. Vive lì, lavora lì, deve poter rientrare a casa la sera, deve poter raggiungere le sue comunità sparse in una terra che è tre religioni e mille conflitti sovrapposti. Parla con il linguaggio obliquo di chi sa che le parole, in certi luoghi, hanno conseguenze immediate sulla pelle di persone reali. Ma chi conosce la geografia di questi mesi capisce benissimo di chi e di cosa parla.

Parliamone noi, allora. Con i nomi.

Gaza: dal 7 ottobre 2023 a oggi, oltre cinquantamila morti secondo le stime più conservative — un numero che le autorità sanitarie di Gaza aggiornano quotidianamente e che le cancellerie occidentali accettano con la stessa flemma con cui accettano i dati meteorologici. Ospedali bombardati, dichiarati sistematicamente obiettivi militari con giustificazioni che i tribunali internazionali stanno esaminando con crescente severità. Una carestia indotta dal blocco degli aiuti umanitari che ha colpito prima i bambini, come sempre colpisce prima i bambini, con la matematica crudele della malnutrizione che non distingue tra combattenti e lattanti. Una popolazione di due milioni di persone compressa in uno spazio sempre più piccolo, spostata e rispostata, sfollata e risfollata, bombardata nelle zone che erano state dichiarate sicure e poi non lo erano più.

Cisgiordania: la demolizione sistematica di villaggi palestinesi prosegue con un’accelerazione che gli osservatori dell’ONU descrivono come senza precedenti dalla guerra del 1967. Le colonie illegali — illegali secondo il diritto internazionale, secondo la Corte Internazionale di Giustizia, secondo ogni organismo che si sia pronunciato sulla questione — si espandono con la protezione dell’esercito e la benedizione del governo Netanyahu, il governo più a destra della storia israeliana, quello che include ministri che non si sono mai preoccupati di nascondere l’obiettivo finale: la pulizia etnica della Cisgiordania. Non lo chiamano così. Lo chiamano «trasferimento volontario» o «ridistribuzione della popolazione» o altri eufemismi che la storia ha già incontrato e classificato.

Libano: i bombardamenti su Beirut dell’autunno 2024 hanno lasciato dietro di sé una città parzialmente distrutta, migliaia di morti, centinaia di migliaia di sfollati e un paese già fragilissimo ulteriormente destabilizzato. Hezbollah è stato colpito duramente — i suoi comandanti eliminati in operazioni chirurgiche che i commentatori militari hanno ammirato con l’entusiasmo dei critici d’arte davanti a un’installazione. Quello che i commentatori militari non hanno calcolato, o hanno calcolato e non hanno detto, è che il vuoto lasciato da Hezbollah in Libano non si riempie di democrazia e fiori. Si riempie di caos, di milizie concorrenti, di un paese che scivola verso qualcosa che somiglia alla guerra civile degli anni Ottanta. Israele ha raggiunto i suoi obiettivi militari. Il Libano paga il conto.

Iran: il capitolo più recente, il più pericoloso, il più vicino all’abisso di una guerra regionale che tutti dicono di non volere e che tutti stanno costruendo mattone per mattone. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture militari iraniane, la risposta iraniana, la contro-risposta, la spirale di escalation gestita con la precisione di chi cammina sul bordo di un precipizio convinto di non cadere. Trump che dice di essersi preso il merito del cambio di regime iraniano «per caso» — con quella leggerezza da giocatore d’azzardo che tratta i destini di ottantacinque milioni di persone come una mano a poker. Netanyahu che governa con una coalizione tenuta insieme dall’unica cosa che ancora unisce i suoi componenti: la guerra. La guerra non come ultima risorsa ma come condizione di sopravvivenza politica.

Pizzaballa, dal Santo Sepolcro, ha detto una cosa che nella sua semplicità contiene una condanna radicale di tutto questo: «Chiamiamo pace una semplice tregua armata e giustizia solo il calcolo dei danni».

È esattamente questo. È precisamente e letteralmente questo che accade da diciotto mesi. Le tregue vengono annunciate e violate. I corridoi umanitari vengono aperti e bombardati. I negoziati vengono avviati e interrotti. I comunicati parlano di «cessate il fuoco temporaneo» e «pause umanitarie» con un linguaggio che ha già deciso che la pace non è l’obiettivo ma la parentesi tra un’operazione e la successiva. La giustizia viene misurata in capacità militare degradata, in tunnel distrutti, in comandanti eliminati — un calcolo contabile che non include, nella colonna dei debiti, i civili morti, le scuole rase al suolo, le generazioni traumatizzate che diventeranno, tra vent’anni, il problema di qualcun altro.

L’Europa guarda. Firma dichiarazioni. Esprime preoccupazione. Invoca la soluzione a due stati con la stessa energia con cui si invoca la pioggia nel deserto — sapendo che non arriverà, ma trovando consolazione nel gesto. Gli Stati Uniti mandano armi e mediatori, in proporzioni che rendono la mediazione grottesca — come arbitrare una partita di boxe fornendo i guantoni solo a uno dei due contendenti. Il mondo arabo osserva con la rabbia impotente di chi ha capito che la propria opinione non conta, non ha mai contato, non conterà finché il petrolio continuerà a scorrere e i codici di accesso ai sistemi d’arma occidentali resteranno nelle mani giuste.

La domanda teologica di Pizzaballa è anche una domanda politica. «Dove lo avete messo?» — la frase di Maria Maddalena davanti al sepolcro vuoto. Dove avete messo il Risorto? Dove avete messo la pace? Dove avete messo il principio che nessuna vittoria militare vale il prezzo di cinquantamila civili? Dove avete messo il diritto internazionale, il diritto umanitario, la Convenzione di Ginevra, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia?

Dove li avete messi?

La risposta, purtroppo, la conosciamo. Li abbiamo messi dove si mettono le cose scomode: in un cassetto, sotto una pila di interessi strategici, di equilibri geopolitici, di dipendenze economiche, di calcoli elettorali, di paure che sono reali — il trauma del 7 ottobre è reale, il massacro di quel giorno è reale, il terrorismo di Hamas è reale — ma che non possono, non devono, non possono diventare la giustificazione per una risposta che ha moltiplicato i morti per mille e non ha prodotto la sicurezza promessa.

Israele ha il diritto di difendersi. Nessuno lo mette seriamente in discussione. Ma il diritto di difendersi non è un diritto illimitato. Non include il diritto di fame. Non include il diritto di bombardare gli ospedali. Non include il diritto di demolire sistematicamente la Cisgiordania mentre il mondo guarda Gaza. Non include il diritto di trascinare il Libano nell’abisso e di portare l’Iran sull’orlo di una guerra che potrebbe diventare l’ultima di molte guerre.

Il cessate il fuoco non è una concessione ai nemici di Israele. È una condizione della sopravvivenza di Israele come stato che si riconosce nei valori che proclama. È la condizione perché quella pace a due stati, che oggi sembra impossibile, non diventi impossibile per sempre.

Il Cardinale Pizzaballa ha aperto la porta del Santo Sepolcro la mattina di Pasqua. È un gesto rituale, antico, carico di significato. Ha detto: la pietra è stata rimossa, la morte non ha l’ultima parola, il Risorto ci precede.

card pizzaballa apre la porta del santo sepolcro 1

Fuori da quella porta c’è Gerusalemme. E intorno a Gerusalemme c’è una terra che aspetta la sua Pasqua da settantasei anni — da quando due popoli hanno cominciato a contarsi i morti invece di contare i giorni che mancano alla pace.

Il sepolcro è vuoto. Ma le fosse comuni sono piene.

E nessuna teologia, per quanto bella, è sufficiente a riempire il vuoto che lascia un bambino morto sotto le macerie di Gaza mentre il mondo celebra la vittoria della vita sulla morte.

La Pasqua, dice Pizzaballa, non è una frase da ripetere. È una porta da attraversare.

Israele deve attraversarla. Deve scegliere — adesso, non domani, non dopo la prossima operazione, non quando le condizioni di sicurezza lo permetteranno — se vuole essere il paese che custodisce il sepolcro più sacro della cristianità o il paese che continua a scavare tombe nella terra che quel sepolcro ha reso santa.

Non si può fare entrambe le cose.

Non a lungo.

 «Chiamiamo pace una semplice tregua armata e giustizia solo il calcolo dei danni». Pizzaballa parla dal Santo Sepolcro e descrive, senza nominarla, la dottrina militare israeliana degli ultimi diciotto mesi. Una dottrina che ha prodotto cinquantamila morti a Gaza, sistematica demolizione della Cisgiordania, bombardamenti su Beirut e ora attacchi all’Iran. Il Risorto, dice il Cardinale, non è dove lo abbiamo messo. Speriamo. Perché dove lo abbiamo messo, stavolta, è sotto le macerie.