Alle quattro e trenta del mattino del primo marzo, nel buio della contea di Abiemnom, uomini armati hanno fatto irruzione nei villaggi mentre la gente dormiva. L’attacco è durato ore. Quando è tornata la luce, i morti erano centosessantanove. Novanta civili — donne, bambini, anziani — e settantanove soldati. Una donna incinta è morta all’ospedale di Abyei mentre i medici di MSF cercavano di salvarla. Ventotto operatori umanitari risultano ancora dispersi.

Centosessantanove morti. In una notte. In un Paese che il mondo ha smesso di guardare.

Mentre scrivo, i telegiornali aprono con i bombardieri americani sull’Iran. È comprensibile: quella guerra brucia il petrolio che muove le nostre auto, scalda i nostri riscaldamenti, fa tremare le borse. Il Jonglei non ha petrolio che interessi a noi. Ha solo sangue. E il sangue dei poveri, si sa, fa meno notizia.

Una nazione nata male e abbandonata presto.

Il Sud Sudan è il Paese più giovane del mondo. Ha ottenuto l’indipendenza nel 2011 con il 98,83% dei consensi: uno dei sì più schiaccianti della storia. Il mondo festeggiò. L’Occidente si congratulò. Poi girò pagina.

L’accordo di pace del 2018 si trova oggi a un bivio critico. L’escalation delle violazioni del cessate il fuoco fa temere un ritorno al conflitto su vasta scala, mentre continui scontri oppongono l’esercito regolare alle truppe fedeli all’ex vicepresidente Riek Machar, ormai arrestato. È la storia tragica e ricorrente dell’Africa postcoloniale: due uomini di due diverse etnie — il presidente Salva Kiir, dinka, e Machar, nuer — si contendono il potere trascinando i loro popoli in un abisso che si ripete, uguale a se stesso, generazione dopo generazione. Ma questa volta la violenza ha smesso di essere soltanto politica. È diventata tribale nel senso più atavico del termine. Vendetta su vendetta. Sangue che chiama sangue.

Il Papa che si inginocchia. E il mondo che non cambia.

Permettetemi qui una digressione che digressione non è, ma è il cuore teologico e umano di tutto questo discorso.

Era l’11 aprile 2019, Giovedì Santo. A conclusione di un ritiro spirituale senza precedenti ospitato a Santa Marta, Papa Francesco si inginocchiò con visibile fatica e baciò i piedi ai leader sud sudanesi: il presidente Salva Kiir, il primo vicepresidente Riek Machar — i due uomini che avevano trascinato il Paese nella guerra — e gli altri vice presidenti designati. Li guardò e disse: «A voi che avete firmato un accordo di pace, vi chiedo come fratello: restate nella pace. Ve lo chiedo con il cuore.»

Un gesto sconvolgente e rivoluzionario: Francesco si inginocchiava davanti a leader cristiani — chi cattolico, chi anglicano — coinvolti in una lotta fratricida che stava facendo del male al loro stesso Paese. Si inginocchiava quasi facendosi carico di tutte le sofferenze, i pesi, le fatiche della gente povera e abbandonata nelle zone rurali, implorando, supplicando, chiedendo misericordia e pace.

Il gesto fu definito dalla Sala Stampa della Santa Sede «un segno straordinario per invocare l’impegno dei leader sud sudanesi per la pace», avvenuto una settimana prima che lo stesso gesto si ripetesse nelle chiese di tutto il mondo per far memoria dell’Ultima Cena, quando Gesù lavando i piedi agli apostoli indicò loro la via del servizio.

Il mondo rimase commosso. Qualcuno si indignò. I social si divisero. E poi — come quasi sempre accade con i gesti profetici — tutto tornò come prima.

Salva Kiir e Riek Machar firmarono l’accordo. Lo violarono. Lo rifirmarono. Lo violarono di nuovo. Oggi, nel Jonglei, centosessantanove persone sono morte in una notte di vendetta incrociata. Per quattro volte, in quel pomeriggio di aprile 2019, Francesco si era inginocchiato e rialzato davanti a loro. Aveva espresso con il corpo quanto aveva detto con le parole Paolo VI nella lettera alle Brigate Rosse: «Vi prego in ginocchio.» Montini si inginocchiava idealmente davanti a interlocutori lontani. Francesco si era inginocchiato realmente davanti a interlocutori a lui prossimi.

Inutilmente? No. Non inutilmente. Profeticamente. Il profeta non garantisce che il mondo lo ascolti. Garantisce che la verità sia detta. Il resto appartiene alla libertà umana, che è il dono più grande e il rischio più pericoloso che Dio abbia mai fatto all’umanità.

“Il sangue dei nostri fratelli grida al cielo.”

In questo deserto di silenzio internazionale si è levata, di nuovo, la voce dei pastori. Non da un palazzo di cristallo a New York, non da una cancelleria europea. Da una Conferenza episcopale.

«Il sangue dei nostri fratelli e sorelle, madri e padri, figli e figlie, versato non su un campo di battaglia ma all’interno delle loro comunità, grida al Cielo», scrivono i vescovi del Sudan e del Sud Sudan in un appello inviato all’agenzia Fides. E poi, con quella forza biblica che solo chi ha i piedi nella terra riesce a trovare, aggiungono: «Cicli di ritorsione, alimentati dalla rabbia, dalla colpa collettiva e dai torti storici, continuano a distruggere famiglie, indebolire comunità e privare i nostri figli del loro futuro. La vendetta non è giustizia.»

“Grida al cielo.” È l’espressione che Dio usa nella Genesi quando chiede a Caino: Dov’è tuo fratello Abele? Non una metafora. Una diagnosi teologica precisa: quel sangue è un atto di accusa. L’impunità non è solo un fallimento giuridico. È un peccato strutturale che si trasmette di generazione in generazione come un veleno.

I vescovi non si limitano a condannare. Chiedono, pretendono, esercitano quella funzione profetica che la Chiesa ha nelle società fragili: rivolgono un appello urgente alle autorità perché si indaghi in modo approfondito e indipendente per identificare e portare di fronte alla giustizia i responsabili, perché l’impunità alimenta la ripetizione dei crimini. La giustizia invece ripristina la fiducia nella popolazione.

Parole che sembrano aver smosso qualcosa. L’esercito del Sud Sudan ha annunciato che i soldati accusati di aver ucciso almeno ventuno civili il mese scorso nello stesso Stato del Jonglei sono stati arrestati e saranno processati davanti a una corte marziale. È un segnale piccolo, fragile, tardivo. Ma è un segnale. E nei Paesi dimenticati, anche i segnali piccoli meritano di essere nominati.

La teologia politica della giustizia.

Qui i vescovi formulano una teoria politica di straordinaria precisione, che vale la pena fermarsi ad analizzare.

“La vendetta non è giustizia.” Sembra ovvio. Non lo è. In una società tribale dove lo Stato è percepito come strumento di una fazione, la vendetta appare come l’unica giustizia accessibile. Se il tribunale non processa, se il governo protegge i propri miliziani, se le leggi esistono sulla carta ma non nella vita reale, allora l’unica giustizia che la gente conosce è quella del proprio gruppo etnico che risponde colpo su colpo.

Spezzare questa logica non è predicazione. È un atto politico radicale. È la richiesta che lo Stato sudanese esista davvero— come soggetto terzo, garante dell’ordine, capace di applicare la legge uguale per tutti, dinka e nuer, governativi e oppositori. Questo è esattamente ciò che Francesco aveva chiesto inginocchiandosi nel 2019: non solo la fine della guerra, ma la nascita di uno Stato degno di questo nome. Uno Stato che non sia il prolungamento armato di un’etnia contro un’altra, ma la casa comune di tutti.

Senza giustizia non c’è pace. Senza pace non c’è sviluppo. Senza sviluppo non c’è futuro. La catena è semplice e inesorabile come una legge fisica.

MSF, i dispersi e il costo dell’indifferenza.

C’è un dettaglio in questa storia che non riesce a lasciarmi: i ventotto operatori di Medici Senza Frontiere dispersi dopo che una loro struttura è stata colpita da un attacco aereo. Ventotto persone che avevano scelto di andare lì, nel Jonglei, mentre il mondo guardava altrove. MSF ha annunciato la sospensione dei servizi medici in alcune aree. Il che significa che i feriti del prossimo attacco — che verrà, puntuale come la storia che si ripete — troveranno porte chiuse. Nessuna cura. Nessuno che rimanga.

È il circolo vizioso perfetto dell’abbandono: meno sicurezza produce meno presenza umanitaria, che produce più morte, che produce meno sicurezza. Lo abbiamo visto in Somalia, in Congo, in Centrafrica. Lo rivediamo qui, con la precisione di un incubo ricorrente.

L’oblio come complicità.

Permettetemi una parola dura, alla fine. Quella che sento il dovere di dire come sacerdote francescano prima che come giornalista.

L’indifferenza non è neutralità. L’oblio non è innocenza. Quando un Paese brucia e il mondo decide di non guardare — perché ha il suo petrolio, i suoi algoritmi, le sue guerre più fotogeniche — quella scelta di non guardare è un atto morale. Ha conseguenze. Ha responsabili.

Francesco lo sapeva nel 2019, quando si inginocchiò sul pavimento di Santa Marta davanti a uomini che avevano fatto della guerra il loro strumento di potere. Lo sapeva bene don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, che commentò così quel gesto: il Papa si era inginocchiato proponendo «in alternativa la logica del servizio, della debolezza, dell’offrire se stessi come gesto più potente e forte di ogni altra logica e di ogni sopruso». La Settimana Santa era vicina. Il giovedì della lavanda dei piedi. Francesco aveva preso quel rito liturgico e lo aveva gettato nella storia reale, nel fango e nel sangue della politica africana. Non come gesto simbolico. Come atto profetico.

Oggi quei piedi baciati appartengono a un presidente che governa su macerie, e a un ex vicepresidente in prigione. Il Jonglei brucia. I bambini muoiono. Ma la Chiesa è rimasta. «La Chiesa è la vostra famiglia. Piangiamo con voi. Preghiamo con voi. Vi portiamo nei nostri cuori», scrivono i vescovi.

La Chiesa è la vostra famiglia. Non lo Stato che vi ha abbandonato. Non la comunità internazionale che guarda l’Iran. La Chiesa locale che non se ne va, che non chiude le strutture quando arrivano i bombardieri, che non spegne le radio quando tacciono i governi. Quella Chiesa che spesso è l’unica cosa rimasta in piedi quando tutto il resto è caduto.

Un Papa si era inginocchiato. I signori della guerra avevano rialzato la testa.

Il sangue grida ancora al cielo. Il cielo sente. E noi?