Proteste su scala globale alla tracotanza dei potenti. Riferimento esplicito a Trump, ma anche ai governanti nazionali. Trecentomila manifestanti a Roma.

Alle sette di mattina la polizia bussa alla porta di una camera d’albergo a Roma. Dentro c’è Ilaria Salis, europarlamentare eletta con Alleanza Verdi e Sinistra, venuta nella capitale per partecipare a una manifestazione. Le chiedono i documenti, la interrogano per sul pianerottolo. Nessun verbale, nessuna spiegazione formale. Solo una segnalazione arrivata alle quattro di notte dall’Interpol tedesco. La questura parla di «atto dovuto». Salis parla di «Stato di polizia».

È questo il modo in cui comincia il sabato dei No Kings in Italia. Non con un corteo, non con uno striscione: con un’europarlamentare svegliata all’alba nella sua stanza d’hotel.

Fuori, nel frattempo, l’Italia si mette in moto. Centinaia di pullman partono da ogni angolo del paese. I caselli autostradali sono presidiati. La stazione Termini è passata ai raggi X. Più di mille uomini in divisa attendono istruzioni. È il giorno del debutto del fermo preventivo, il nuovo strumento introdotto dal governo Meloni con il decreto sicurezza: le forze dell’ordine possono fermare qualcuno prima ancora che abbia fatto qualcosa, se lo ritengono un rischio. Il ministro Piantedosi lo aveva voluto fortemente. Oggi lo usa.

Alle due del pomeriggio da piazza della Repubblica parte il corteo. Trecentomila persone, dicono gli organizzatori. Il percorso previsto non basta: la folla è tanta che la questura autorizza di proseguire fino al Verano, passando per San Lorenzo e la Tangenziale. Roma non se l’aspettava così grande.

Chi c’è? C’è la Cgil con Maurizio Landini in testa. Ci sono le ong che salvano migranti in mare, come Mediterranea. Ci sono i braccianti arrivati dalle campagne, i lavoratori dello spettacolo di Padova, i disabili che ricordano i tagli di Milei in Argentina. Ci sono centinaia di bengalesi riuniti sotto le insegne dell’associazione Dhuumcatu, molti dei quali entrati regolarmente in Italia e poi rimasti intrappolati nelle maglie burocratiche del decreto flussi. C’è un missile di legno pieno di fiori costruito da un maestro del doposcuola. Ci sono le bandiere della Palestina, dell’Iran, della pace. C’è tutto quello che normalmente non finisce nei telegiornali.

Non è una piazza nata ieri. Dietro c’è anni di lavoro paziente: i centri sociali, le reti di solidarietà nate durante il Covid, i sindacati, i giuristi, le associazioni. Pezzi di società che la politica tradizionale fatica a vedere, e che oggi si ritrovano insieme sotto un nome semplice: No Kings. Niente re.

Il nome viene dagli Stati Uniti, dove il movimento è nato nel giugno del 2025 — lo stesso giorno in cui Trump organizzava una parata militare a Washington per festeggiare se stesso. È cresciuto in ottobre, quando sette milioni di persone hanno sfilato in tutti i cinquanta stati americani. Oggi ha attraversato l’oceano: manifestazioni in trenta paesi, da Londra a Madrid, da Berlino ad Amsterdam, da Parigi a Minneapolis dove Bruce Springsteen suona in piazza inaugurando un tour che ha dichiarato esplicitamente di protesta.

Il messaggio non è complicato. I re di cui parla il movimento non sono necessariamente monarchi con corona e scettro. Sono chiunque pensi che il potere non abbia limiti: chi manda eserciti senza chiedere il permesso, chi smantella i diritti sociali chiamandoli spese non profittevoli, chi restringe gli spazi della democrazia un decreto alla volta. Trump, certo. Ma anche le politiche europee sui migranti. Anche il riarmo che cresce mentre la sanità pubblica arranca.

A Roma, tra le polemiche per alcune immagini di Meloni e La Russa esibite a testa in giù — gesto inaccettabile che nulla ha a che fare con la maggioranza pacifica dei manifestanti — il corteo sfila compatto per ore. È una giornata di sole. La gente cammina, canta, si ferma a parlare con chi non ha mai incontrato prima.

Ilaria Salis, nel pomeriggio, è anche lei nel corteo. Ha aperto la porta alle sette di mattina, ha risposto alle domande della polizia, non si è lasciata intimidire. «Il diritto a manifestare è un diritto di tutte e tutti», ha detto, «e lo dobbiamo difendere con ogni forza».

Trecentomila persone, oggi, le hanno dato ragione con i piedi.

cortei no kings