C’è un dettaglio che unisce Vladimir Putin e Donald Trump più di quanto entrambi siano disposti ad ammettere: l’idea che l’ordine internazionale non sia una grammatica condivisa, ma un impaccio da aggirare quando intralcia la volontà del più forte. A distanza di poche ore, il presidente russo e quello americano hanno pronunciato due frasi diverse eppure speculari, che segnano simbolicamente la fine dell’ordine nato ottant’anni fa con le Nazioni Unite. Putin, celebrando il Natale ortodosso in uniforme bellica, ha detto che i suoi soldati «seguono gli ordini di Dio» e compiono una «missione sacra». Trump, intervistato dal New York Times, ha replicato sul piano laico: è guidato dalla propria morale e non ha bisogno del diritto internazionale.
Dio e morale personale: due formule che cancellano il diritto, sostituendolo con l’arbitrio. È il linguaggio di un mondo che ritorna a essere insieme nuovo e arcaico, dove la forza prevale sulla norma e la legittimità nasce dal successo, non dalla legge. In questo scenario, Trump agisce come un pirata oceanico, capace di spostare gli equilibri dal Venezuela alla Groenlandia, passando per l’Iran, mentre Putin appare sempre più come un pirata regionale che osserva, con una miscela di ammirazione e convenienza, le scorrerie del più audace rivale.
Il paradosso è che la Russia, pur brandendo ancora il lessico della grande potenza, non lo è più nei fatti. Come osserva l’analista energetico russo Mikhail Krutijin, oggi in esilio, l’economia russa vale meno dell’1,5% del PIL mondiale. Mosca non ha la forza di difendere i suoi partner strategici — Venezuela, Cuba, Iran — ed è diventata, di fatto, una base di materie prime della Cina, che grazie alla guerra e alle sanzioni detta i prezzi e sorride. Putin è bloccato in Ucraina, dove la Russia consuma uomini e risorse in un conflitto più lungo persino della guerra dell’URSS contro la Germania nazista. Oltre il 30% del bilancio federale è assorbito dalle spese militari; i morti, secondo stime indipendenti, superano i 160 mila, mentre la NATO parla di oltre un milione di vittime complessive.
La guerra che avrebbe dovuto fermare l’espansione della NATO ha prodotto l’effetto opposto: l’Alleanza si è allargata, la Finlandia ha aggiunto 1.300 chilometri di confine diretto con la Russia e l’Europa, almeno sulla carta, è diventata più consapevole della minaccia. Ma la Russia non può reggere più fronti. Lo si è visto in Siria, nel Caucaso, nel Nagorno Karabakh, dove Mosca ha perso influenza lasciando spazio all’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia. L’Armenia, storico alleato, si è raffreddata; i “peacekeeper” russi sono tornati a casa — o al fronte ucraino — e perfino il Gruppo di Minsk è stato archiviato. Ironia della storia: la pace caucasica è stata “contabilizzata” da Trump nel suo portafoglio di guerre risolte.
Ed è qui che il disegno trumpiano si fa più chiaro. Trump non costruisce un nuovo ordine, ma una rete di transazioni: corridoi, accordi, società miste come la TRIPP Development Company sul corridoio di Zangezur, dove la pace diventa progetto economico e la geopolitica un business plan. In questo schema, Putin non è un antagonista, ma un comprimario utile: legittimato nelle sue conquiste, purché non intralci il nuovo regista. Non a caso, Trump invita il leader del Cremlino nel suo “Gaza Peace Board”, una creatura che qualcuno teme possa diventare un surrogato delle Nazioni Unite. Putin, lì, non è più il trasgressore supremo, ma uno dei tanti ospiti.
Resta l’Europa, descritta da un ideologo del Cremlino come Sergei Karaganov come “fallita totale” e minacciata apertamente con l’uso dell’arma nucleare. Parole teatrali, forse, ma non innocue. Perché in questo mondo di pirati, l’Europa appare come una flotta di crociera: bandiere spiegate, equipaggi divisi, rotta incerta. Le rivendicazioni americane sulla Groenlandia non sono una bizzarria, ma un test: l’Europa saprà decidere del proprio destino o continuerà a galleggiare tra due stalker geopolitici, uno che la minaccia e l’altro che la usa?
Finché Putin resterà al potere, la Russia continuerà a sanguinare in Ucraina “fino all’ultimo uomo e all’ultimo rublo”, dice Krutijin. Ma il problema non è solo russo. È sistemico. Quando Dio, morale personale e forza sostituiscono il diritto, non siamo davanti a una nuova era di pace, ma a un ritorno al mare aperto della storia. E in mare aperto, si sa, vince chi ha i cannoni più grandi — finché non affonda anche lui.
