Una visita lampo di Giorgia Meloni in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, dove offre l’appoggio italiano per ricostruire i danni alle infrastrutture energetiche

C’è un momento, in ogni crisi, in cui la retorica cede il passo alla realtà. Per Giorgia Meloni quel momento è arrivato in un sabato santo trascorso tra Gedda, Doha e Al Ain, a stringere mani di emiri e sondare la tenuta dei gasdotti mentre a Roma i fedeli si preparavano alla Veglia pasquale. La politica estera, ha detto lei stessa in un video girato durante un trasferimento a Doha, è un modo per difendere l’interesse nazionale. Una frase che suona quasi banale, e che invece contiene una confessione: siamo qui perché abbiamo freddo, e perché il freddo fa male ai voti.

Non è una critica. È una constatazione. E in un certo senso è persino una forma di onestà — rara, nel lessico diplomatico — che merita di essere riconosciuta. L’Italia dipende dall’energia che viene da lì, lo sapeva prima e lo sa meglio adesso, con gli impianti di Ras Laffan da ricostruire e lo stretto di Hormuz che rischia di trasformarsi in un collo di bottiglia non solo per il petrolio ma per il grano che va in Africa. Quando la geopolitica incontra la geografia, le grandi narrazioni si assottigliano fino a diventare trasparenti. Resta il tubo. Resta il metano. Resta la bolletta.

Eppure c’è qualcosa di più, in questa missione lampo, che vale la pena guardare oltre la superficie dell’interesse energetico. L’Italia si muove — e non è scontato. In un momento in cui l’Europa arranca alla ricerca di una voce comune, Roma prova a ritagliarsi un ruolo da interlocutore credibile in un’area che gli americani guardano con un occhio solo, distratti dai propri dossier interni, e che i europei tendono a osservare con il distacco di chi non ha ancora capito che il Golfo non è lontano. È lì che si decide in buona parte il costo del riscaldamento di un appartamento di Milano, il prezzo del pane in un mercato di Tunisi, la pressione migratoria su Lampedusa. La catena è lunga ma non è invisibile — basta volerla vedere.

Meloni la vede, o almeno fa di tutto per farlo sembrare. Saipem, Snam, Eni offerti come strumenti di ricostruzione. Un canale umanitario a Hormuz per gli approvvigionamenti alimentari africani — dove il fine umanitario, come annota pudicamente Palazzo Chigi, si coniuga alla preoccupazione per le migrazioni. La diplomazia, quando è onesta, è sempre così: un intreccio inestricabile di interesse e principio, dove è impossibile stabilire dove finisce l’uno e comincia l’altro. E forse non è nemmeno necessario.

Quello che stona, semmai, è lo sfondo domestico. Mentre la premier costruisce con pazienza artigiana una linea di approvvigionamento alternativa alla Russia, la Lega le rilancia alle spalle con la disinvoltura di chi non deve rendere conto a nessun cancelliere europeo: riconsideriamo le forniture di Mosca. È il vecchio riflesso pavloviano di una parte della destra italiana che non ha mai metabolizzato del tutto il febbraio 2022 — e che coglie ogni crisi energetica come un’occasione per riaprire una porta che gli alleati considerano chiusa a doppia mandata. Giorgetti è più sofisticato: vuole sospendere il Patto di stabilità, non riabilitare Putin. Ma la linea di confine, in questi casi, è sottile e scivolosa.

Il risultato è che Meloni si trova a fare due partite contemporaneamente: una all’estero, dove cerca di accreditarsi come interlocutrice seria di un’area in fiamme, e una in casa, dove deve tenere insieme una coalizione che non sempre guarda nella stessa direzione. Non è una situazione nuova per nessun presidente del Consiglio italiano. È, anzi, la condizione strutturale della politica estera di questo paese: ambiziosa nei proclami, frenata dalle divisioni interne, costretta a navigare tra la fedeltà atlantica e le tentazioni sovraniste che periodicamente riemergono come maree.

E intanto, negli aeroporti, il razionamento comincia. La realtà, come sempre, non aspetta che la politica finisca di litigare.