C’è una parola che torna dal lessico del Novecento, e che oggi risuona con inquietante naturalezza nei dispacci su Caracas: controllo. Non embargo, non sanzione, non mediazione diplomatica. Controllo. Delle petroliere, dei flussi, delle vendite, perfino dei profitti. Il Venezuela, nel racconto che arriva da Washington, non è più solo un Paese in crisi: è un giacimento da amministrare.

Il sequestro di due petroliere — una battente bandiera russa — segna un salto di qualità nella pressione statunitense. Non è solo un atto coercitivo contro Nicolás Maduro, ormai definito ex alleato di Mosca più che leader sovrano. È un messaggio geopolitico diretto al Cremlino: l’energia latinoamericana non è terreno neutro. È una mossa che allarga il fronte dello scontro russo-americano ben oltre l’Ucraina, portandolo nel cuore dei Caraibi.

Le parole del segretario all’Energia Chris Wright sono state sorprendentemente esplicite, quasi brutali nella loro chiarezza: “Venderemo noi il petrolio che esce dal Venezuela, a tempo indeterminato”. Non un commissariamento temporaneo, non una supervisione tecnica. Un controllo strutturale, che ricorda più un mandato fiduciario coloniale che una politica estera del XXI secolo. E quando Donald Trump aggiunge che gli Stati Uniti incasseranno e controlleranno i profitti di 30-50 milioni di barili venezuelani, il quadro si completa: la leva energetica diventa strumento di ingegneria politica.

Il paradosso è evidente. Dopo anni di sanzioni durissime, imposte proprio dall’amministrazione Trump nel 2019 per strangolare PDVSA e isolare Caracas, oggi Washington propone una soluzione che aggira quelle stesse sanzioni: non liberalizzare il petrolio venezuelano, ma appropriarsene. Non restituire sovranità, ma sospenderla in nome del “bene del popolo”. Una formula che la storia conosce bene, e che raramente ha prodotto democrazia.

Resta poi il nodo giuridico, volutamente lasciato in penombra. Su quale base legale uno Stato può “supervisionare” la vendita del petrolio di un altro Stato sovrano? L’accordo con presunte autorità ad interim — non confermato da Caracas — appare fragile, se non funzionale a costruire ex post una legittimità politica. Nel frattempo, il silenzio del governo venezuelano pesa più di mille smentite: o l’accordo esiste ed è indicibile, o la forza ha già sostituito il diritto.

Il mercato, intanto, reagisce con freddezza: il prezzo del petrolio scende. Perché l’energia, quando diventa geopolitica pura, perde ogni aura romantica e torna a essere ciò che è sempre stata: potere concentrato, instabile, rischioso. Le grandi compagnie occidentali lo sanno bene. Dopo vent’anni di fughe dal Venezuela, solo Chevron è rimasta, cauta e silenziosa. Tornare costa miliardi, e soprattutto espone a un rischio che nessun bilancio può coprire: quello di investire in un Paese trasformato in protettorato energetico.

Il punto, allora, non è se il Venezuela possa tornare a produrre come un tempo. È a chi apparterrà quella produzione. E soprattutto chi deciderà quando e come il petrolio tornerà davvero a “beneficio del popolo venezuelano”, come promette Washington. Per ora, a beneficiarne è soprattutto una nuova grammatica del potere: meno ipocrisia, più controllo diretto. Una grammatica che parla la lingua antica degli imperi, ma con il lessico aggiornato della sicurezza energetica.