“Il vostro cuore oggi è trafitto, ma la vostra speranza non è vana” 

Un silenzio carico di dolore, ma anche di ascolto profondo, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico. Un silenzio attraversato dalle lacrime, dagli sguardi spezzati, da mani che si stringono per non cedere. In questo clima raccolto Papa Leone XIV ha incontrato i familiari dei sei giovani italiani rimasti uccisi o feriti nella tragedia di Crans-Montana, l’incendio scoppiato la notte di Capodanno in un locale della cittadina svizzera, una “catastrofe di estrema violenza” che ha strappato la vita a quaranta persone e lasciato oltre cento feriti, molti dei quali giovanissimi.

“Dico molto sinceramente che sono molto commosso nell’incontrarvi”. La voce del Pontefice si incrina quasi subito. Non è un discorso distante, non è una formula di circostanza. Leone XIV parla a braccio, come un padre che sceglie di stare dentro il dolore di chi ha davanti. Abbraccia, nel senso più vero del termine, queste famiglie colpite nel momento più inatteso, in una notte che doveva essere di festa e che invece si è trasformata in un incubo.

Sono passati quindici giorni da quella notte. Le indagini sono ancora in corso, mentre la speranza resta appesa ai bollettini medici: dodici giovani italiani sono tuttora ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano, sette in rianimazione. Ma il tempo non lenisce l’assenza, non risponde alle domande che si affacciano inevitabili. “Perché, Signore?”. È la prima domanda, lo riconosce lo stesso Papa. È la domanda che attraversa ogni lutto improvviso, ogni morte violenta.

Leone XIV non offre spiegazioni facili. Anzi, le rifiuta. “Io non posso spiegarvi perché sia stato chiesto a voi e ai vostri cari di affrontare una tale prova”, dice con franchezza. “Le parole umane di compassione sembrano molto limitate e impotenti”. Ma proprio da questa consapevolezza nasce il cuore del suo messaggio. Un messaggio che non cancella il dolore, ma prova ad abitarlo.

“La vostra speranza non è vana”, afferma con forza. Lo ripete, quasi a volerlo incidere nei cuori di chi ascolta. Non come uno slogan, ma come una certezza che affonda nella fede cristiana: Cristo è risorto. È questa, per il Papa, l’unica risposta che non tradisce la sofferenza, l’unica che non suona vuota di fronte a corpi segnati dal fuoco, a vite spezzate troppo presto.

Leone invita a guardare a Gesù sulla croce, a quel grido che sembra raccogliere tutti i “perché” dell’umanità: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Anche lì, ricorda, la risposta del Padre tarda ad arrivare. Tre giorni di silenzio. Ma poi la Pasqua. La vita che vince la morte. La luce che non cancella le ferite, ma le attraversa.

“Nulla potrà mai separarvi dall’amore di Cristo”, aggiunge il Papa, citando San Paolo. Né la morte, né il dolore, né questa prova che oggi sembra insopportabile. È una promessa che affida non solo alle parole, ma alla preghiera condivisa. Insieme ai familiari recita il Padre Nostro, poi li affida alla Madonna, Signora dei Dolori. “Il vostro cuore oggi è trafitto, come lo fu quello di Maria ai piedi della Croce”.

Il Papa ha scelto dunque di non stare sopra il dolore, ma dentro. In attesa, come Maria, che nella notte della sofferenza possa sorgere un giorno nuovo. E che, un giorno, la gioia possa tornare, nel ricordare con tenerezza questi adolescenti vittime dell’incuria degli adulti che avrebbero potuto e dovuto evitare la tragedia del rogo nel locale dove ingenuamente erano andati, col permesso dei genitori inconsapevoli del rischio, a festeggiare il Capodanno.