Leone XIV non ha nominato Gaza, né l’Ucraina, né l’Iran. Ha fatto qualcosa di più difficile: ha dato un nome alla nostra malattia morale. Si chiama indifferenza. E l’ha dichiarata l’emergenza del nostro tempo

C’è stata una Pasqua, quest’anno, in cui il Papa non ha fatto nomi. Non ha detto Gaza. Non ha detto Ucraina. Non ha detto Myanmar, Sudan del Sud, Iran. Dalla loggia di San Pietro, davanti a una piazza stipata di fedeli, Leone XIV ha pronunciato parole che molti si aspettavano più concrete, più politiche, più simili a quelle del suo predecessore che un anno fa esatto, dallo stesso balcone, lanciava le sue ultime parole al mondo. E invece Prevost ha scelto la strada più lunga, più impopolare, più scomoda. Ha rinunciato alla lista dei dolori e ha puntato il dito sulla radice di tutti.

Non fare nomi, in certi contesti, è una forma di coraggio. Chiunque può pronunciare Gaza e ricevere l’applauso di una metà del mondo e il silenzio ostile dell’altra. Chiunque può elencare le guerre come si elenca la spesa, una dopo l’altra, con la voce grave del lutto professionale. Il catalogo del dolore è diventato un genere retorico, quasi un conforto: nominare le tragedie dà l’illusione di averle affrontate. Come se dire la parola Ucraina da un balcone equivalesse a fermare un missile.

Leone XIV ha fatto altro. Ha rinunciato alla lista e ha scelto la diagnosi. Ha detto: il problema non è là fuori, nelle capitali dei despoti o nelle stanze dei generali. Il problema è qui, dentro di noi, in quella piccola morte quotidiana che si chiama assuefazione. «Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti». Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle scie di odio che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che tutti, in qualche modo, già percepiamo sulla nostra pelle.

È una delle diagnosi più precise che si possano dare all’Occidente contemporaneo. E viene, con una certa ironia della storia, da un americano — Robert Prevost, nato a Chicago, primo Papa del Nuovo Mondo — che guarda l’Europa e l’America da Roma e vede quello che dall’interno è difficile vedere: che abbiamo sviluppato, come anticorpo alla sovrabbondanza di orrore, una capacità di non sentire che somiglia sempre di più all’anestesia. Che le immagini di bambini sotto le macerie sono diventate, nella grammatica emotiva dei social network, elementi di uno scroll infinito tra i quali ci fermiamo il tempo di un gesto — un like, una condivisione, un’emoji con le lacrime — prima di passare oltre.

Robert Prevost — cioè Leone XIV — ha convocato una veglia di preghiera per l’11 aprile in piazza San Pietro. Una preghiera mondiale per la pace. È un gesto che i laici troveranno insufficiente, simbolico, forse persino evasivo. E hanno ragione: la preghiera non ferma i tank. Ma il gesto contiene qualcosa che va oltre il rito. Contiene un’idea di comunità, l’idea che esistano ancora momenti in cui gli esseri umani smettono di guardare ciascuno il proprio schermo e guardano nella stessa direzione. Che la pace non si costruisce solo con i trattati ma con la decisione, prima di tutto interiore, di rifiutare la rassegnazione.

Un anno fa, dallo stesso balcone, Francesco moriva quasi in diretta. Aveva ottantotto anni, un corpo esausto, la voce consumata. Ma aveva ancora la forza di dire: «quanta volontà di morte vediamo ogni giorno». Leone XIV lo ha citato con rispetto e con continuità. Come a dire: il testimone è lo stesso, anche se le mani che lo reggono sono diverse.

C’è una scena, nel racconto evangelico della Pasqua, che Leone XIV ha citato nella sua riflessione: il sepolcro vuoto può riempire di speranza, come i discepoli, oppure di paura, come le guardie e i farisei, «costretti a ricorrere alla menzogna e all’inganno per non riconoscere che colui che era stato condannato è veramente risorto». È una distinzione sottile ma decisiva: di fronte allo stesso fatto — il sepolcro aperto, la morte sconfitta, l’inatteso che irrompe nella storia — c’è chi si lascia trasformare e chi si irrigidisce nella difesa del proprio potere, della propria narrazione, del proprio tornaconto.

Non è difficile applicare quella distinzione al presente. Ci sono governi che di fronte alle guerre scelgono il dialogo e governi che scelgono le armi. Ci sono opinioni pubbliche che si indignano e opinioni pubbliche che si sono già stancate. Ci sono persone che leggono il nome di un naufragio e si fermano, e persone che passano oltre. Il sepolcro vuoto è lì, ogni giorno, in ogni notizia che ci chiede di scegliere tra la speranza e la rassegnazione.

Leone XIV ha scelto di non fare nomi. Ma ha fatto qualcosa di più raro: ha detto la verità su chi siamo diventati. E ha chiamato quella verità con il suo nome esatto.

Indifferenza.

Non è un peccato degli altri. È il nostro. Ed è, forse, l’unico dal quale dipendono tutti gli altri.

«Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti». Non è un’accusa ai dittatori o ai generali. È un’accusa a noi. A chi scorre le notizie di guerra tra una storia di Instagram e l’altra. A chi sa e non fa. All’Occidente che ha trasformato l’orrore in sottofondo.