In USA si sta sviluppando una forma di messianismo trumpiano sacrilego al cristianesimo
Leone XIV, nel giorno di Pasqua, in Piazza San Pietro, ha detto una cosa semplice e devastante: “Chi ha in mano le armi le deponga. Chi ha il potere di scatenare guerre scelga la pace.” Non è retorica liturgica. È un giudizio morale diretto, pronunciato mentre i bombardamenti su Teheran continuavano e Donald Trump teneva una conferenza stampa alla Casa Bianca per annunciare che quella era stata “una delle nostre migliori Pasque” dal punto di vista militare.
Due uomini. Due celebrazioni della Pasqua. Due universi morali che non si toccano.
Da una parte, il Vescovo di Roma che esorta a “non coinvolgere il nome di Dio in scelte di morte”. Dall’altra, la consigliera spirituale della Casa Bianca, Paula White-Cain, che paragona Trump a Cristo — “tradito, arrestato e accusato ingiustamente, proprio come il Signore” — e gli profetizza “successo in tutto ciò che intraprenderà”. Dall’altra ancora, il pastore Franklin Graham che cita il Libro di Ester e prega perché Dio “addestri le mani” di Trump contro i nemici, mentre i morti tra Iran e Libano, secondo le stime più prudenti, sfiorano i diecimila.
Esiste un nome teologico preciso per quello che Graham, White-Cain e Pete Hegseth — che parla della guerra come “piano divino” e parte della “fine dei tempi” — stanno facendo. Si chiama blasfemia. Non nel senso giuridico medievale, non come insulto da lanciare nell’agone politico, ma nel senso letterale e grave del termine: usare il nome di Dio per santificare ciò che Dio condanna, arruolare il Vangelo al servizio della morte, trasformare la Croce in stendardo di guerra.
Non è una novità nella storia del cristianesimo — ed è bene dirlo senza ipocrisia. La Chiesa ha benedetto eserciti, ha giustificato conquiste, ha costruito teologie della violenza che portano il peso dei secoli. Ma il Magistero ha percorso un cammino lungo e sofferto per uscire da quella trappola. Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris del 1963, scrisse che nell’era atomica risultava “impossibile pensare che la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”. Non come limite pratico, non come considerazione strategica: come giudizio morale definitivo. Sessantadue anni dopo, Graham cita Davide che prega mentre le bombe cadono sulle università di Teheran.
Il bersaglio preferito di questa teologia della guerra è il concetto di “guerra giusta” — quella dottrina elaborata da Agostino e sistematizzata dalla Scolastica, che fissava condizioni rigorose e cumulative per la liceità del conflitto armato: giusta causa, intenzione retta, proporzionalità dei mezzi, protezione dei civili, ultima risorsa. Non è un formulario vuoto. È un argine costruito per evitare che la guerra diventasse una categoria assoluta e sacralizzata. Timothy Broglio, arcivescovo per i Servizi militari americani — uomo tutt’altro che progressista nell’alveo ecclesiale — ha detto alla CBS che “non basta evocare la guerra giusta” per giustificare l’attacco all’Iran, e che è “problematico” presentarlo come “azione sostenuta dal Signore”. Il cardinale McElroy è stato più netto: “L’entrata in questa guerra non è stata moralmente legittima.”
Sono voci che meritano di essere ascoltate non perché portino una divisa ecclesiastica, ma perché dicono qualcosa di vero che l’ebrezza bellicista rischia di soffocare: che la guerra — ogni guerra — è prima di tutto una sconfitta. Una sconfitta dell’intelligenza, della diplomazia, dell’immaginazione politica. E che chiamarla “vittoria” il giorno di Pasqua, mentre i bambini muoiono sotto le bombe, non è trionfo — è sacrilegio.
Uno su tre americani, ci dice uno psicologo sociale dell’Università della California, ritiene di vivere la “fine dei tempi”. È una cifra che fa tremare i polsi, non per il contenuto escatologico in sé — l’attesa della fine appartiene alla tradizione cristiana sin dalle origini — ma per l’uso che se ne fa: trasformare l’apocalisse in autorizzazione, convincere milioni di persone che la distruzione non è una tragedia da evitare ma un copione da interpretare. In questo delirio teologico, bombardare l’Iran non è una scelta politica discutibile: è la parte che Dio ha assegnato a Trump nel grande dramma della fine dei tempi. E chi si oppone non è un avversario politico: è un nemico di Dio.
Contro questa deriva, la risposta cattolica autentica non può essere solo istituzionale. Non basta che il Papa parli in Piazza San Pietro, se nelle parrocchie americane i pastori evangelical sostituiscono il Vangelo con la propaganda di guerra. Non basta che i vescovi italiani dicano “non possiamo abituarci a tutto questo”, se quella frase rimane nei comunicati stampa e non diventa catechesi, denuncia, presenza pubblica.
La Pasqua è la festa della Resurrezione. Non della “migliore operazione militare”. È l’annuncio che la morte non ha l’ultima parola — non quella dei crocifissi, non quella dei bombardati, non quella degli studenti la cui università è stata rasa al suolo nella notte tra il 5 e il 6 aprile. È l’invito, scomodo e irriducibile, a scegliere la vita anche quando scegliere la morte è più semplice, più redditizio, più popolare.
“Massih Kam” — Cristo è risorto — dicevano i cristiani libanesi nelle chiese di Beirut, mentre i droni sorvolavano i tetti. Lo dicevano tra le lacrime, tra la paura, con la consapevolezza che forse non sarebbero tornati a casa. Lo dicevano senza eserciti alle spalle, senza bombe da lanciare, senza una “guerra giusta” da benedire.
Ecco dov’è il Vangelo, questa Pasqua. Non alla Casa Bianca.
