Trump, l’Iran e la tentazione di scambiare la potenza per sapienza

C’è una forma di potere che ama presentarsi come franchezza. Parla in modo brusco, ostenta insofferenza per i codici diplomatici, deride la prudenza come se fosse viltà e la complessità come se fosse un alibi per i deboli. Donald Trump ha costruito anche così la propria leggenda: l’uomo che dice ciò che pensa, che non si lascia imbrigliare dalle liturgie della politica estera, che spezza i riti esausti dell’establishment. Ma proprio qui si annida l’equivoco. Perché non ogni rottura è verità, non ogni decisione è sapienza, non ogni gesto di forza è governo. Talvolta, anzi, la brutalità è soltanto una forma più rumorosa dell’improvvisazione.

Il rapporto di Trump con l’Iran dice molto più di quanto appaia. Già nel 2018 il presidente americano ritirò gli Stati Uniti dall’accordo nucleare con Teheran, il JCPOA, che era stato sottoscritto anche da Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Cina, e che prevedeva limiti stringenti al programma nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Reuters ricorda che Trump annunciò il ritiro definendo l’intesa “difettosa” e reimponendo le sanzioni contro l’Iran.  

Quella decisione fu presentata come una prova di fermezza morale. In realtà, già allora apparve come il gesto tipico di una politica che preferisce demolire l’imperfetto piuttosto che custodire pazientemente il possibile. Un accordo può essere criticabile, rivedibile, perfino insufficiente; ma distruggerlo senza avere un ordine migliore da offrire significa spesso sostituire la politica con la pura volontà. E la volontà, quando si separa dal limite, smette di essere autorità e si avvicina alla tentazione della potenza nuda.

Nell’estate del 2019 Trump arrivò ad approvare attacchi contro l’Iran e poi li bloccò all’ultimo momento, a pochi minuti dall’esecuzione, dopo essere stato informato del probabile numero di vittime. Reuters riferì allora che l’attacco fu revocato poco prima dell’impatto.  Non fu, come qualcuno disse, la prova di un animo trattenuto dalla prudenza. Fu piuttosto il segno di una politica oscillante, dove l’uso della forza si avvicina pericolosamente a una drammatizzazione continua del comando. La prudenza non è la guerra fermata al nono minuto; è la sapienza che evita di portare il mondo all’orlo del precipizio per poi compiacersi di essersi arrestata in tempo.

Ancora più eloquente fu la scelta del gennaio 2020, quando Trump ordinò l’uccisione del generale Qassem Soleimani in un attacco con drone a Baghdad. Reuters lo ha ricostruito più volte come un’operazione disposta direttamente dal presidente americano, che aprì una fase di forte escalation e spinse Stati Uniti e Iran sull’orlo di un conflitto più ampio.  È difficile non vedere, in quel gesto, il tratto tipico del trumpismo strategico: la preferenza per l’atto definitivo, per la scena irreversibile, per il colpo simbolico destinato a occupare l’immaginario prima ancora che a costruire un ordine.

La vicenda più recente conferma lo schema. Reuters ha riferito che nel giugno 2025 gli Stati Uniti colpirono, insieme a Israele, tre siti nucleari iraniani — Fordow, Natanz e Isfahan — e che Trump presentò l’operazione come una distruzione totale delle capacità nucleari iraniane. Ma le valutazioni successive hanno mostrato un quadro meno assoluto: i siti subirono danni gravi, ma non una cancellazione piena e definitiva del programma, tanto che successive analisi citate da Reuters hanno parlato di effetti più limitati di quanto sostenuto dalla Casa Bianca.  

Qui il punto non è se l’Iran rappresenti o no una minaccia. Sarebbe infantile negare la realtà problematica del regime iraniano, della sua proiezione regionale o della sua opacità nucleare. Il punto è un altro: che cosa accade a una democrazia quando la forza diventa non l’ultima risorsa della politica, ma il suo linguaggio privilegiato? E che cosa accade a un popolo quando viene educato a scambiare l’esibizione della potenza per la prova della verità?

Il mondo MAGA, sotto questo profilo, è più rivelatore di Trump stesso. In esso vi è una sorta di spiritualità rovesciata: un culto dell’immediatezza, una fede quasi religiosa nell’uomo forte, una diffidenza istintiva verso ogni mediazione, come se il limite fosse una forma di resa e la diplomazia un difetto di virilità. È un universo che ama dirsi anti-ideologico, ma che vive in realtà di una delle ideologie più moderne e più povere: quella secondo cui la forza, da sola, sarebbe capace di produrre ordine. È una vecchia eresia politica, travestita da autenticità popolare.

Per un cattolico, tutto questo dovrebbe risultare profondamente sospetto. Non perché la tradizione cristiana ignori la legittimità della difesa o la necessità della responsabilità politica. Al contrario: proprio perché prende sul serio il dramma del potere, il pensiero cattolico sa che la forza, senza giustizia e senza prudenza, diventa facilmente idolatria. La pace non è l’intervallo fra due bombardamenti riusciti. Non è la superiorità militare esibita come certificato morale. Non è il sollievo momentaneo di aver colpito prima dell’altro. La pace, nella sua accezione più alta, resta un’opera di ordine giusto, di proporzione, di verità, di pazienza storica.

Trump, invece, offre spesso una parodia della pace: la pace come intimidazione, la pace come vittoria verbale, la pace come prodotto collaterale della paura inflitta all’avversario. È una concezione che può sedurre gli stanchi, i delusi, gli umiliati dalla lunga crisi dell’Occidente. Ma resta una concezione povera, perché riduce il governo del mondo a una contrattazione permanente fra minacce. In essa non c’è vera autorità, ma soltanto energia senza interiorità. E quando la politica rinuncia all’interiorità, si riduce fatalmente a spettacolo della decisione.

La tragedia è che molti cristiani conservatori, soprattutto in America, sembrano aver trovato in Trump non tanto un alleato politico, quanto un surrogato antropologico: qualcuno che incarni la rivalsa, il risentimento, il desiderio di protezione, l’illusione che il bene possa essere custodito da un carattere aggressivo. Ma il Vangelo non ha mai insegnato che la verità si difende meglio quando si traveste da arroganza. Né ha mai chiesto ai credenti di inginocchiarsi davanti all’efficacia apparente del comando.

In questo senso, Trump non è semplicemente un leader discutibile. È il sintomo di una malattia più profonda dell’Occidente: la nostalgia della forza in un mondo che ha smarrito la sapienza. E il trumpismo non è soltanto una piattaforma politica; è la catechesi implicita di un’epoca che preferisce il rumore alla misura, la rottura alla costruzione, l’istinto alla responsabilità.

Si dirà che almeno egli ha il coraggio di fare ciò che altri non osano. Ma il coraggio, nella visione cristiana, non coincide mai con l’impeto. Il coraggio è virtù se è governato dalla prudenza; altrimenti scivola nella temerarietà, che è una caricatura del forte. E forse il tratto più inquietante del trumpismo è proprio questo: aver convinto milioni di persone che la temerarietà sia finalmente una forma di sincerità politica.

Nel giudicare Trump e la sua politica verso l’Iran, dunque, non basta una critica tecnica, né una replica speculare di segno opposto. Occorre una critica spirituale. Occorre dire che l’idolatria della forza non diventa meno idolatrica solo perché si presenta con lessico patriottico. Occorre ricordare che la civiltà non si salva con l’uomo che urla di più, ma con quello che sa porre un limite anche a sé stesso. Occorre, infine, custodire una verità semplice e difficile: la potenza può piegare, ma non redimere; può colpire, ma non ordinare il cuore delle nazioni.

Ed è precisamente qui che Trump fallisce come figura politica e simbolica. Perché sa incendiare l’immaginazione dei suoi, ma non edificare una pace più giusta. Sa demolire un equilibrio, ma non generare una riconciliazione. Sa presentarsi come argine del caos, ma spesso ne porta dentro la grammatica più segreta. E il mondo MAGA, che lo acclama come restauratore dell’ordine, rischia di non accorgersi che certi uomini non salvano la casa comune: semplicemente la abitano come se fosse un set.