C’è qualcosa di antico, quasi anacronistico, nel gesto di Pedro Sánchez. Nell’epoca in cui gli alleati europei si allineano o tacciono — spesso con la stessa docilità — il premier spagnolo ha scelto di dire no. Un no secco, argomentato, ripetuto. E pagato.
Il 28 febbraio scorso, Sánchez ha annunciato il divieto agli Stati Uniti di utilizzare le basi militari di Rota, a Cadice, e Morón de la Frontera, a Siviglia — snodi strategici fondamentali per il transito di truppe, equipaggiamenti e carburante americani diretti in Medio Oriente — nell’ambito delle operazioni contro l’Iran. Non è una questione tecnica, non è un cavillo giuridico. È una scelta politica carica di significato simbolico e storico.
Trump non ha esitato a rispondere nel modo che gli è più congeniale: ha ordinato al Segretario al Tesoro Bessent di interrompere gli scambi commerciali con la Spagna, bollando il governo di Sánchez come “terribile” e accusandolo di aver rifiutato di consentire agli aerei statunitensi di usare le basi spagnole per attaccare l’Iran. La ritorsione commerciale come arma diplomatica: il manuale del bullo applicato alle relazioni internazionali.
Ma il copione ha prodotto anche un episodio di rara goffaggine comunicativa. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha annunciato che la Spagna aveva accettato di “cooperare” con l’esercito statunitense sull’Iran. Venti minuti dopo, il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha smentito categoricamente: “Non è cambiata una virgola e non ho la minima idea a cosa si riferisca”. Una smentita che suona anche come una lezione di dignità.
Albares ha richiamato il quadro giuridico esistente: “C’è un accordo bilaterale e al di fuori del quadro di questo accordo non ci sarà l’uso delle basi”. Un richiamo al diritto, non all’ideologia. Una differenza che conta.
La forza della posizione spagnola sta proprio nella sua articolazione. Sánchez ha riconosciuto che “si può essere contro un regime odioso” come quello degli ayatollah, ma allo stesso tempo “essere contro un intervento militare ingiustificato, pericoloso, e non rispettoso del diritto internazionale”. È una distinzione che la retorica della guerra tende sempre a fare a pezzi — chi non è con noi è contro di noi — ma che invece regge, moralmente e giuridicamente.
Sánchez ha evocato esplicitamente il precedente iracheno: “Ventitré anni fa un’altra amministrazione ci portò a una guerra ingiusta. Il risultato fu più terrorismo, più instabilità, una vita peggiore”. Le immagini che tornano alla mente sono quelle del trio Bush-Blair-Aznar alle Azzorre nel 2003, sorridenti qualche giorno prima dello scoppio della guerra nel Golfo. La Spagna di allora era lì, complice e fotografata. Quella di oggi ha scelto un’altra posa.
Il prezzo della posizione è reale. Trump ha minacciato di interrompere gli scambi commerciali con la Spagna, mentre la Commissione Europea ha ricordato che “ogni minaccia a uno Stato membro è una minaccia all’Ue”. Ma la solidarietà europea ha mostrato anche le sue crepe: Albares ha espresso “sorpresa” alla Germania per la mancata solidarietà, dopo che il cancelliere Merz era rimasto inerte di fronte alle critiche di Trump contro Madrid.
Il paradosso finale è che il presidente iraniano Pezeshkian ha ringraziato la Spagna per la sua opposizione agli attacchi, mentre Sánchez si è premurato di precisare che il governo spagnolo non sostiene il regime iraniano che reprime i suoi cittadini e in particolare le donne. È il nodo gordiano della politica internazionale: fare la cosa giusta senza finire abbracciati da chi fa le cose sbagliate.
Resta la sostanza. “Non saremo complici per paura di rappresaglie”, ha detto Sánchez. In un continente dove la paura delle rappresaglie — commerciali, militari, narrative — sta progressivamente erodendo la capacità di dissenso, questa frase vale più di molti trattati. Non perché Sánchez abbia necessariamente ragione su tutto. Ma perché ha scelto di ragionare, invece di obbedire.
Il coraggio, nella politica come nella vita, non si misura dalla certezza di avere ragione. Si misura dalla disponibilità a pagarne le conseguenze.
