FdI in caduta libera, ma l’opposizione non capitalizza. Alle Camere l’affaire Piantedosi e la crisi carburanti

Ci sono momenti in cui la politica smette di essere astrazione e diventa benzina. O meglio: diventa la mancanza di benzina. L’aeroporto di Brindisi senza carburante fino al 7 aprile, le limitazioni a Reggio Calabria e Pescara, le scorte ridotte a Milano Linate, Venezia, Bologna, Treviso. Sono notizie che suonano tecniche, burocratiche, lontane dai grandi discorsi. Ma ogni italiano che in questi giorni ha aperto un’app per prenotare un volo estivo, o si è fermato a un distributore trovando prezzi che non vedeva da anni, ha capito una cosa molto semplice: la guerra degli Stati Uniti in Iran non è una faccenda lontana. È qui, nel portafoglio, nel serbatoio, nel prezzo del pacchetto vacanza.

E Fratelli d’Italia paga il conto.

La Supermedia di YouTrend segna quasi un punto percentuale in meno per il partito della premier Meloni in un mese. Ventisette virgola nove per cento: un numero che in assoluto resta solido, ma che acquisisce tutto il suo peso politico nel contesto. FdI scende mentre Lega e Forza Italia salgono, o tengono. I voti non escono dalla coalizione — vengono redistribuiti tra gli alleati — ma il segnale è chiaro: il gradimento del centrodestra si sposta dai meloniani verso i partner. È il movimento classico di chi, dentro una maggioranza in difficoltà, scarica il peso del malcontento sulla spalla più grande.

Le ragioni sono almeno tre, e si sommano malamente.

La prima è il referendum costituzionale, che si è trasformato in uno schiaffo sonoro. Il No ha vinto in modo travolgente, non con lo scarto minimo che si può attribuire alla pigrizia dell’astensionismo, ma con una chiarezza che non ammette reinterpretazioni consolatorie. Gli italiani hanno respinto la riforma che il governo aveva fatto propria, e lo hanno fatto sapere.

La seconda sono le settimane di capitomboli interni: dimissioni, scandali, esponenti del partito che finiscono sulle prime pagine per ragioni che non giovano all’immagine di un governo che si presenta come argine all’antipolitica. Ogni caso singolo può essere gestito, minimizzato, spiegato. L’accumulo, invece, produce un’impressione difficile da smontare con un comunicato stampa.

La terza — ed è quella che brucia di più perché è la più materiale — è il caro carburante. L’Italia importa circa il trenta per cento del suo cherosene, e lo Stretto di Hormuz chiuso dai Pasdaran dopo l’attacco americano sta già producendo effetti reali sulle forniture. Ryanair e Lufthansa hanno già avvertito sulle conseguenze se il conflitto si prolunga fino a maggio o giugno. In questo momento, in diversi aeroporti italiani, la benzina per gli aerei si raziona. E il governo Meloni — che ha sostenuto la linea atlantista, che non ha alzato la voce contro la guerra in Iran, che ha scelto di stare dalla parte di Washington senza condizioni visibili — non può facilmente scrollarsi di dosso la responsabilità politica di ciò che quella scelta produce nella vita quotidiana degli italiani.

Il centrosinistra ne beneficia, ma con la cautela di chi sa di essere su un pavimento fragile. Il PD tocca il ventidue per cento, il M5S cresce, e la somma dei due campi porta — per la prima volta in modo stabile — il campo largo davanti al centrodestra: quarantacinque virgola due contro quarantaquattro virgola otto. È un vantaggio quasi inconsistente nei numeri, ma politicamente significativo perché consolida una tendenza e non è più un’oscillazione episodica.

Il problema dell’opposizione è però lo stesso che affligge i democratici americani nella loro crisi speculare con Trump: si beneficia del declino altrui senza avere ancora costruito un’alternativa che entusiasmi. Calare i voti del governo non equivale automaticamente a conquistare un consenso nuovo. Gli indipendenti, i delusi, i pentiti si muovono lentamente, e spesso si fermano nell’astensione prima di arrivare a una scelta attiva.

Eppure il quadro che emerge dai sondaggi racconta un paese che si sta chiedendo, forse per la prima volta in modo concreto, a quanto ammonta il prezzo della fedeltà atlantica senza discussione. Non è una domanda di politica estera astratta. È la domanda che si fa chi guarda il prezzo della benzina al distributore, chi riceve la notifica che il suo volo estivo potrebbe subire variazioni, chi sente che la guerra in Iran — guerra americana con armi americane, combattuta da Netanyahu con l’esplicita benedizione di Washington — sta bussando alla porta di casa sotto forma di rincari e razionamenti.

Giorgia Meloni ha costruito la sua leadership sull’idea di essere il baluardo degli interessi italiani. È una promessa che funziona finché gli interessi italiani e le scelte atlantiste coincidono. Quando cominciano a divergere, il conto viene presentato. E in questo mese, stando ai sondaggi, qualcuno ha cominciato a presentarlo.