Nel lessico della politica italiana esiste una parola che non si pronuncia mai apertamente, ma che tutti capiscono al volo: regolamento. Non di conti, si badi — sarebbe troppo volgare. Regolamento di posizioni. Di equilibri. Di aspettative deluse nel momento sbagliato.
Maurizio Gasparri è stato fatto fuori così: con quattordici firme, una riunione convocata alle sedici e trenta, e la discreta ma ferma regia di Marina Berlusconi. Il pretesto è la sconfitta referendaria sulla giustizia — un referendum che Forza Italia aveva sponsorizzato come battaglia identitaria e che si è risolto in un fiasco di partecipazione prima ancora che di risultato. Ma il pretesto, per definizione, non è mai la vera ragione.
La vera ragione è più semplice e più antica: Gasparri era il capogruppo di un partito che non è più suo. Forza Italia è un’azienda familiare nel senso più letterale del termine, e le aziende familiari, quando cambiano generazione, cambiano anche il personale di fiducia. Marina Berlusconi non ha mai nascosto di voler imprimere una svolta — più giovane, più europea, più presentabile nei salotti che contano. Gasparri, con il suo profilo da democristiano sopravvissuto a tutto, con le sue sparate social e la sua fedeltà alla Prima Repubblica travestita da modernità, era diventato l’incarnazione di ciò che la nuova proprietà vuole lasciarsi alle spalle.
Non è un caso che a raccogliere le firme sia stato Claudio Lotito, presidente della Lazio e senatore: uomo pratico, abituato a gestire spogliatoi e bilanci, perfettamente a suo agio in quella zona grigia dove il calcio e la politica si confondono in un unico sistema di rapporti personali. Quando Lotito raccoglie firme, non lo fa per convinzione ideologica. Lo fa perché qualcuno ha deciso che è il momento, e lui è lo strumento adatto.
Resta la domanda più interessante: perché Stefania Craxi?
La risposta ufficiale è “l’esperienza”. Ed è vero, nel senso in cui è sempre vero dire che un chirurgo esperto vale più di uno alle prime armi. Craxi ha guidato per anni la commissione Esteri e Difesa del Senato con una competenza riconosciuta anche dagli avversari. Conosce i dossier, frequenta i canali diplomatici, sa stare in una trattativa senza fare danni. In un momento in cui la politica estera italiana è al centro di tensioni enormi — dalla guerra contro l’Iran ai corridoi energetici mediterranei — avere alla guida del gruppo senatoriale qualcuno capace di ragionare in termini strategici non è un dettaglio.
Ma c’è qualcosa di più sottile. Stefania Craxi porta con sé un nome che è una storia: figlia di Bettino, erede di una tradizione socialista pragmatica e laica che non ha mai avuto rapporti facili con il berlusconismo delle origini, ma che condivide con la nuova Forza Italia una certa idea dell’Italia come paese adulto, capace di avere una politica estera autonoma, non subalterna né a Washington né a Bruxelles in modo cieco. È una figura che può dialogare con mondi diversi: con la destra atlantista e con quella più sovranista, con gli ambienti laici e con quelli moderati.
Non è un simbolo di rinnovamento — lo ammette candidamente persino chi l’ha scelta. Ma il rinnovamento, in certi momenti, è meno urgente della solidità. E Forza Italia, dopo una sconfitta referendaria e con il centrodestra che scricchiola su più fronti, ha bisogno prima di tutto di non fare altri errori clamorosi.
C’è però qualcosa di grottesco in tutto questo, e sarebbe disonesto non dirlo.
Un partito che si definisce liberale — che porta nel simbolo il nome della libertà — decide il proprio capogruppo al Senato attraverso una telefonata da Milano, una raccolta firme notturna e la benedizione di una famiglia che non ricopre alcuna carica istituzionale ma che di fatto governa ogni scelta. I ministri firmano. I viceministri firmano. Il segretario Tajani si riunisce nel frattempo con i dirigenti locali e fa finta di non sapere niente — o forse davvero non sa, che è persino peggio.
Questo non è un partito. È un feudo con il logo della bandiera europea.
Gasparri non era un capogruppo particolarmente brillante, sia chiaro. Ma la modalità con cui è stato rimosso dice qualcosa di inquietante sullo stato della democrazia interna di Forza Italia — e, per riflesso, sulla salute del centrodestra italiano nel suo complesso. Quando le decisioni si prendono in base alla fedeltà dinastica e non al merito politico, quando le firme si raccolgono come cambiali e non come atti di coscienza, quando il cambio ai vertici viene presentato come normale routine di partito mentre tutti sanno che è un diktat dall’alto, allora il problema non è chi va e chi viene.
Il problema è il sistema che produce questi movimenti nell’ombra, li normalizza e li spaccia per democrazia interna.
Stefania Craxi farà probabilmente meglio di Gasparri. Ma non perché Forza Italia sia diventata un partito migliore. Perché la proprietà ha cambiato il manager. La differenza, per chi ci tiene, non è irrilevante.
