La retorica di guerra di Trump: grammatica dell’imprevedibilità, liturgia del potere e trappola della comunicazione senza strategia
Il problema del significante senza significato
C’è una frase, pronunciata da un alto funzionario arabo impegnato nelle mediazioni sulla guerra tra Stati Uniti e Iran, che vale più di qualsiasi analisi accademica: «Iniziare una guerra è molto facile, ma finirla è estremamente difficile». Non è un’ovvietà. È la diagnosi di un sistema comunicativo collassato su se stesso. Il problema di Donald Trump in questa guerra non è militare. Non è diplomatico. È retorico — nel senso più tecnico e più grave del termine: un leader che ha perduto il controllo del proprio discorso.
In diciassette giorni di conflitto — dal 28 febbraio al 16 marzo 2026 — Trump ha prodotto un corpus di dichiarazioni che qualsiasi semiologo politico studierà per decenni come caso clinico di comunicazione istituzionale in stato di collasso. Ha annunciato la vittoria mentre la guerra si allargava. Ha minacciato l’assassinio di un capo di Stato con un sorriso da quiz show. Ha dichiarato di aver “distrutto tutto” mentre le petroliere bruciavano nello Stretto di Hormuz. Ha chiesto la resa incondizionata di un avversario che non ha alcuna intenzione di arrendersi. Ha detto che la guerra sarebbe finita in settimane, poi ha lasciato intendere che durerà mesi.
Non è incoerenza. È un sistema. Comprenderlo è urgente.
La dottrina della nebbia deliberata
Il primo errore da evitare è interpretare le contraddizioni di Trump come disordine mentale o incompetenza comunicativa. Chi studia il suo stile di comunicazione da vent’anni — dai reality show a The Art of the Deal, dalla prima presidenza alla seconda — sa che il caos è la forma, non il malfunzionamento.
Alla domanda se gli Stati Uniti intendano eliminare il nuovo leader iraniano Mojtaba Khamenei, Donald Trump risponde: «Non ve lo dico». È una frase corta, quasi infantile nella forma, ma pesantissima nella sostanza. Perché dietro quelle quattro parole non c’è una battuta. È una frase costruita per produrre un effetto preciso: far capire che tutto resta sul tavolo.
Nella teoria della negoziazione di Trump — esposta nel suo libro con una semplicità che disarma — l’imprevedibilità è una risorsa strategica. Se il nemico non sa cosa farai, non può prepararsi. Se l’alleato non sa cosa vuoi, non può trattarti. Se il pubblico interno non sa dove vai, non può valutarti. La nebbia deliberata è un’arma di posizionamento. Funziona nelle trattative immobiliari. Funziona nei reality show. Nelle guerre, dove le ambiguità costano vite, è una ricetta per il disastro.
Durante il vertice del G7 di mercoledì, Trump ha cambiato drasticamente la sua retorica pubblica, dalle dichiarazioni di vittoria alle promesse di escalation — a volte nello stesso discorso. Non è un cedimento alla realtà. È il sistema che continua a girare anche quando la realtà lo contradice — perché il sistema non è costruito per descrivere la realtà, ma per controllarla percettivamente.
La morfologia del discorso trumpiano: sette figure retoriche di una presidenza bellica
Un’analisi comunicativa seria richiede di scomporre il corpus delle dichiarazioni trumpiane sulla guerra con l’Iran nelle sue figure fondamentali. Ne emergono almeno sette, ciascuna con una funzione specifica.
1. La dichiarazione di vittoria anticipata. Il pattern è noto fin dalla prima presidenza: Trump dichiara il successo prima che sia raggiunto, trasformando l’annuncio in un atto performativo che dovrebbe creare la realtà che descrive. Gli Stati Uniti potrebbero dichiarare vittoria, come già fatto dopo i raid del giugno 2025, salvo scoprire — come allora — che si tratta di un successo effimero. La ripetizione del pattern — vincere, scoprire che non si è vinto, dichiarare di nuovo vittoria — è la struttura di un comunicatore che ha convertito il ciclo del fallimento in routine narrativa.
2. La minaccia aperta di assassinio. Trump ha avvertito che la prossima Guida Suprema iraniana «non durerà a lungo» se non otterrà l’approvazione di Washington, aggiungendo di essere disposto a lavorare con eventuali elementi rimasti dell’attuale regime. Nella storia della comunicazione presidenziale americana questa è un’anomalia radicale. Nessun presidente — nemmeno nei momenti più bui della Guerra Fredda — aveva mai minacciato pubblicamente l’eliminazione di un capo di Stato straniero appena nominato, in diretta televisiva, con il tono con cui si commenta il cambio di allenatore di una squadra di football.
La minaccia pubblica di assassinio ha tre funzioni comunicative distinte: intimida l’avversario, segnala forza all’elettorato interno, e proietta un’immagine di controllo totale. Il problema è che fallisce tutte e tre: Mojtaba Khamenei non è intimidito, l’elettorato interno è diviso, e l’immagine di controllo è smentita dai fatti.
3. La sindrome della tigre di carta. «L’Iran è una tigre di carta, non lo era una settimana fa. Stavano per attaccare. Il loro piano era attaccare l’intero Medio Oriente e conquistare l’intero Medio Oriente», ha dichiarato Trump in un’intervista ad ABC. È la figura retorica del nemico ridotto e nemico ingigantito usati simultaneamente: abbastanza debole da essere stato sconfitto, abbastanza potente da giustificare la guerra. La contraddizione non è accidentale: serve a coprire tutte le uscite narrative. Se la guerra finisce presto: la tigre era di carta. Se continua: il pericolo era reale.
4. La ridefinizione infinita degli obiettivi. Trump ha chiesto la «resa incondizionata» dell’Iran, poi ha detto che il suo obiettivo era degradare le capacità militari del regime, poi ha parlato della necessità di neutralizzarne il programma nucleare. Nella comunicazione politica classica questo si chiama goal-shifting — lo spostamento degli obiettivi dichiarati in corso d’opera per evitare di misurarsi con il fallimento di quelli precedenti. Nella comunicazione di Trump il goal-shifting è così rapido e così privo di autoanalisi da diventare quasi trasparente: non è nemmeno nascosto. Gli obiettivi cambiano in pubblico, davanti alle telecamere, senza che nessuno venga chiamato a rispondere della discrepanza.
5. La guerra come spettacolo personale. Il cardinale arcivescovo di Chicago, Blaise Cupich, ha giudicato «disgustoso» il video postato dalla Casa Bianca sugli attacchi all’Iran, definendolo «una rappresentazione terrificante». «Il nostro governo sta usando la sofferenza del popolo iraniano come sfondo per il nostro intrattenimento, come se fosse solo un altro contenuto da sfogliare mentre siamo in coda al supermercato. È invece una vera guerra, con vera morte e vera sofferenza, trattata come se fosse un videogioco». Non è una critica morale soltanto. È una critica comunicativa: quando la guerra diventa contenuto da distribuire sui social, la distinzione tra informazione e propaganda, tra realtà e performance, collassa definitivamente.
6. L’annuncio della distruzione totale smentita dai fatti. L'”obliterazione” dell’isola di Kharg in Iran è definita da un ex analista della CIA «una fantasia di Trump e un apparente segnale di ritiro». L’affermazione bombastica rivela il suo distacco dalla realtà. La retorica dell’annientamento totale — “abbiamo distrutto tutto”, “niente è rimasto”, “il nemico è eliminato” — è il registro prediletto di Trump in fase bellica. È il linguaggio dei videogiochi applicato alla guerra reale. Il problema è che il mondo reale risponde: dallo Stretto di Hormuz non sta passando praticamente nessuna nave, il petrolio è sopra i 100 dollari, la benzina americana aumenta ogni giorno. La retorica della vittoria totale è smentita dal prezzo alla pompa.
7. La guerra lunga come ammissione senza autoanalisi. Quando Trump dice che la guerra “potrebbe durare parecchie settimane, forse anche più a lungo”, sta producendo implicitamente un’autocritica che non si permette esplicitamente. Il comunicatore di potere non ammette mai di essersi sbagliato nella valutazione iniziale. Trasforma invece la revisione delle aspettative in un nuovo annuncio — come se la guerra lunga fosse sempre stata il piano, non la conseguenza del fallimento del piano iniziale.
La struttura psicologica: onnipotenza senza responsabilità
Dietro le figure retoriche c’è una struttura psicologica che i comunicatori professionisti riconoscono immediatamente: quella del leader che ha costruito la propria autorità sull’immagine dell’uomo che non sbaglia mai — e che quindi non può mai ammettere di aver sbagliato, pena la dissoluzione dell’intera architettura del potere personale.
Trump ha detto prima di avere «tre ottime scelte» per guidare l’Iran e poi che i raid avevano «eliminato la maggior parte dei candidati». Le due dichiarazioni si contraddicono in modo talmente clamoroso che sembrano progettate per essere ignorata. Ma la loro funzione è esattamente questa: saturare lo spazio informativo con tanta contraddizione che nessuna singola contraddizione possa essere fissata come punto di responsabilità.
È la tecnica del firehose of falsehood applicata non alla propaganda di massa, ma alla comunicazione istituzionale di un presidente in tempo di guerra. La differenza è cruciale: una democrazia può sopportare la propaganda nemica, ma non sopporta a lungo la comunicazione governativa strutturata attorno all’impunità del falso.
Trump ha bisogno di un modo che gli consenta di porre fine alla guerra senza risultare debole agli occhi del suo elettorato e della comunità internazionale. Le opzioni a sua disposizione però sono poche. Questo è il nodo comunicativo irrisolvibile: ogni exit strategy reale richiede un riconoscimento implicito di fallimento, e il sistema retorico trumpiano non ha il codice per elaborare questa funzione.
L’effetto sui destinatari: alleati, avversari, opinione pubblica
La comunicazione non si valuta in sé, ma per i suoi effetti sui destinatari. E gli effetti della retorica trumpiana sulla guerra con l’Iran sono misurabili e preoccupanti su tutti e tre i fronti.
Sull’avversario iraniano: la contraddizione non intimidisce, rinforza. Mentre la posizione di Trump sembra confusa, l’Iran dimostra coerenza e determinazione, dichiarando che non intende porre fine alla guerra alle condizioni degli Stati Uniti. Un avversario che osserva il leader nemico cambiare obiettivi tre volte in dieci giorni non si spaventa: si rafforza. La confusione del nemico è una risorsa per chi resiste.
Sugli alleati: il vuoto di fiducia è già strutturale. Trump ha chiesto ad almeno sette paesi di collaborare per scortare le navi nello Stretto di Hormuz. Per ora nessuno ha accettato. L’elenco è eloquente: Australia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Francia, Regno Unito, Unione Europea — tutti riluttanti o contrari. La retorica bellicosa senza strategia coerente ha prodotto l’isolamento diplomatico di un’America che si trova a combattere una guerra regionale senza coalizione.
Sull’opinione pubblica americana: l’economia, il costo della vita e l’accessibilità economica sono i temi che interessano di più ai cittadini statunitensi, e quelli su cui lo stesso Trump aveva costruito la campagna elettorale. La guerra sta peggiorando sensibilmente la situazione. Questo è molto preoccupante per il partito repubblicano: a novembre si terranno le elezioni di metà mandato. La retorica della vittoria rapida e indolore si scontra con il prezzo reale della benzina, con i sette soldati americani morti, con l’ambasciata a Baghdad chiusa. Il gap tra la narrazione e la realtà percepita quotidianamente dai cittadini è il principale rischio politico interno.
Il confronto storico: da Bush a Trump, la parabola della guerra comunicata
Per capire quanto sia inedito il modello comunicativo di Trump in tempo di guerra, è utile il confronto con i predecessori.
George W. Bush, nell’Iraq del 2003, gestì la comunicazione di guerra con un rigore istituzionale — la famosa “Mission Accomplished” sulla portaerei Abraham Lincoln — che fu poi giudicato un errore grave, ma era costruito su una logica riconoscibile: una narrazione coerente, ancorché falsa, che cercava di chiudere un capitolo prima che si aprisse. Obama costruì la sua comunicazione di guerra sulla minimizzazione: operazioni chirurgiche, droni, niente stivali sul terreno — un linguaggio tecnico che distanziava il presidente dalla violenza. Clinton gestì il Kosovo con la retorica umanitaria dell’intervento per impedire il genocidio.
Trump è radicalmente diverso da tutti: non costruisce narrative per il lungo termine, non minimizza, non umanizza. Produce dichiarazioni per il ciclo delle 24 ore, ciascuna ottimizzata per l’impatto immediato e nessuna progettata per essere coerente con quelle precedenti. È la comunicazione del capitalismo di attenzione — la stessa logica dei social media, dei reality show, dei tweet — applicata alla guerra.
Il problema è che le guerre non vivono in cicli di 24 ore. Le guerre vivono nella memoria delle famiglie che hanno perso qualcuno, nelle economie che devono riassorbire gli shock, nelle alleanze che devono sopravvivere alla crisi. Una comunicazione ottimizzata per il presente immediato produce danni che si misurano nel futuro lungo.
Il paradosso finale: la retorica dell’onnipotenza produce impotenza
Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe durare parecchie settimane, ma forse anche più a lungo, e non accetterà alcun esito eccetto «una resa incondizionata». Forse. Trump preferisce i risultati rapidi e con ogni probabilità anelerebbe una rampa che gli permetterebbe di cantare vittoria e andare a casa. Gli iraniani però, fino adesso, hanno dichiarato che resisteranno.
Quella parola — forse — è la più onesta che un commentatore abbia mai scritto su Trump in tempo di guerra. Ed è la migliore sintesi di ciò che la sua retorica ha prodotto: un presidente che ha dichiarato di volere tutto e che rischia di ottenere poco, intrappolato in un conflitto che non sa come terminare, con una comunicazione che ha bruciato le ponti verso ogni exit strategy credibile.
L’onnipotenza retorica produce impotenza reale. Chi dichiara di distruggere tutto non può poi accettare un compromesso senza sembrare sconfitto. Chi promette la resa incondizionata non può sedersi a un tavolo di trattativa senza perdere la faccia. Chi minaccia pubblicamente l’assassinio del successore di Khamenei non può poi riconoscere la legittimità del suo interlocutore. Ogni dichiarazione bellicosa restringe lo spazio di manovra diplomatica. Ogni vittoria annunciata prima del tempo rende più costosa la narrazione della pace.
La comunicazione politica in tempo di guerra ha una funzione precisa: costruire le condizioni narrative per l’uscita dal conflitto, non solo per l’ingresso. Trump ha usato la sua retorica per entrare nella guerra con un linguaggio da sfondamento. Non ha costruito — non sembra stia costruendo — alcun linguaggio per uscirne.
E questo, alla fine, è il vero problema: non ciò che Trump dice. Ma ciò che non ha ancora imparato a dire.
