Ad Haiti il Venerdì Santo non è una commemorazione. È una cronaca.

Lo dice con semplicità disarmante all’Osservatore Romano padre Massimo Miraglio, missionario camilliano che vive e lavora nella zona montuosa del dipartimento di Grand’Anse, dall’altra parte del mondo rispetto alle cancellerie che ogni tanto si ricordano di questo paese per poi dimenticarselo di nuovo. La fede popolare haitiana, racconta, ruota attorno al momento in cui Gesù muore sulla Croce — non alla Resurrezione, non alla gloria del mattino di Pasqua, ma al Venerdì. All’apice del dolore. Perché è lì che il popolo haitiano si riconosce. Perché è lì che la teologia smette di essere un sistema e diventa uno specchio.

Le gang controllano oltre l’ottanta per cento di Port-au-Prince. Non è una metafora, non è un’approssimazione giornalistica: è la realtà amministrativa di una capitale in cui sono loro a dettare legge, a organizzare — se così si può chiamare — la vita sociale, a decidere chi passa e chi no, chi vive e chi muore. Le parrocchie della città storica sono chiuse, i sacerdoti dispersi, i sacramenti sospesi come in tempo di interdetto medievale. Un prete è stato sequestrato e rilasciato la settimana scorsa. Gli ospedali non ricevono rifornimenti sanitari. Le scuole sono chiuse. Gli uffici pubblici non funzionano. Settanta persone uccise a sangue freddo in pochi giorni nell’Artibonite, decine di case bruciate, migliaia di sfollati che si spostano verso sud trascinando quel poco che le fiamme hanno risparmiato.

Eppure la gente va in chiesa. Quando può, quando i cecchetti lo permettono, quando il percorso verso la cappella non attraversa territori controllati da chi non rispetta nemmeno la talare. Ci va perché — dice padre Miraglio — confida in Dio, nel quale ripone tutta la propria speranza. Non nella comunità internazionale, che li ha presi in giro troppe volte. Non negli Stati Uniti, che sono presenti nella storia haitiana come un’ombra lunga e pesante fatta di interventi, abbandoni e promesse non mantenute. In Dio. Che almeno, a differenza di tutti gli altri, non si dimentica di loro.

C’è una frase in questa testimonianza che vale più di qualsiasi analisi geopolitica: “possono farlo la comunità internazionale e gli Stati Uniti, ma Dio no.” Non è rassegnazione. È qualcosa di più duro e più dignitoso della rassegnazione — è la lucidità di chi ha imparato a distinguere tra chi può abbandonarti e chi non lo farà mai. Una teologia nata non nei seminari ma nelle baraccopoli, non nei sinodi ma nei campi profughi dove manca davvero tutto.

Intanto il mondo guarda altrove. In questi giorni l’attenzione è puntata sullo stretto di Hormuz, sui piloti americani da salvare in Iran, sul prezzo del gas che potrebbe salire, sulle bollette degli italiani. Haiti non muove mercati, non produce petrolio, non minaccia equilibri strategici. Produce solo dolore, in quantità industriali, da decenni. E il dolore, si sa, fa notizia per un giorno e poi sparisce, inghiottito dal ciclo dell’informazione che ha sempre qualcosa di più urgente da raccontare.

Trecentoventi partiti in lizza per elezioni che nessuno sa come si terranno, in un paese dove le gang controllano quasi tutto e la gente non può muoversi liberamente. Un esercizio democratico che rischia di essere una finzione, dice padre Miraglio, una legittimità svuotata dall’impossibilità concreta di votare. Eppure Haiti ha bisogno delle elezioni — lo dice lui stesso, con la consapevolezza di chi non si concede il lusso del cinismo. Ha bisogno di riconquistare la sua dimensione democratica, di riaffermare il primato della politica sul primato delle armi. Non perché la democrazia risolva tutto, ma perché senza di essa non si risolve nulla.

Questa Pasqua ad Haiti somiglia alla Pasqua di cui parlano i Padri — quel buio prima dell’alba in cui Maria di Magdala cammina senza sapere ancora cosa troverà, convinta che abbiano portato via tutto. Il sepolcro vuoto che prima di essere una buona notizia è uno scandalo, un’assenza, qualcosa che manca dove si cercava qualcosa.

La differenza è che ad Haiti il sepolcro non è ancora vuoto. La pietra è ancora al suo posto. E la comunità internazionale, fuori, discute d’altro.

Ma la gente va lo stesso in chiesa. E questo, forse, è l’unica notizia di Pasqua che vale davvero la pena raccontare.