Due anarchici morti mentre preparano un ordigno a Roma. La destra di governo trasforma la notizia in campagna referendaria. La dottrina sociale della Chiesa ci chiede qualcosa di più difficile: capire le radici dell’ingiustizia, condannare la violenza senza strumentalizzare i morti, e non confondere l’ordine pubblico con la giustizia.
Li hanno riconosciuti dai tatuaggi. Alessandro Mercogliano, 53 anni, e Sara Ardizzone, 35 anni, sono morti giovedì sera nel casale del Sellaretto, dentro il parco degli Acquedotti a Roma, in quello che gli inquirenti ritengono sia stato un incidente durante la preparazione di un ordigno artigianale. Il tetto è crollato, un braccio è stato mutilato dall’esplosione, i corpi sono rimasti sotto le macerie fino al mattino dopo. Prima ipotesi: senzatetto, bombola del gas. Poi i tatuaggi, le identità, la Digos, il fascicolo in procura.
Nel giro di poche ore, la notizia era già diventata qualcos’altro: un argomento elettorale, un’arma retorica, l’ennesimo episodio in cui i morti vengono usati prima ancora di essere sepolti.
Di fronte a questo, Mediafighter che si ispira alla dottrina sociale della Chiesa non può limitarsi alla cronaca né accontentarsi dell’indignazione. Deve fare qualcosa di più faticoso: capire.
Contro cosa lottano gli anarchici
L’anarchismo non è una patologia criminale da schedare né una forma di follia da archiviare. È una tradizione politica antica, con radici nell’Ottocento europeo, che pone una domanda radicale e — bisogna riconoscerlo — non priva di una sua serietà morale: ogni forma di potere gerarchico è legittima? Lo Stato, il capitale, l’autorità: sono strutture di giustizia o strutture di dominio?
La risposta anarchica è netta: sono dominio. E su questo punto specifico, la dottrina sociale della Chiesa — pur giungendo a conclusioni radicalmente diverse — non può fingere di non aver mai sollevato domande simili. Leone XIII nella Rerum Novarum, Paolo VI nella Populorum Progressio, Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus: tutta la tradizione sociale cattolica è costruita sul riconoscimento che esistono strutture di peccato, che l’ingiustizia può essere sistemica, che l’ordine costituito non coincide automaticamente con l’ordine giusto. “Non tutto ciò che è legale è morale”, si potrebbe dire in modo approssimativo. La Chiesa lo sa da sempre.
Sara Ardizzone aveva dichiarato in un’udienza: “Sono nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato, dal momento in cui questo nella sua essenza presuppone l’esercizio del potere militare ed economico di alcuni uomini e donne su altre persone.” È una posizione che un cristiano non può condividere — la dottrina sociale della Chiesa riconosce la necessità dell’autorità politica come garanzia del bene comune — ma che non può nemmeno liquidare con sufficienza. Dietro quelle parole c’è una sensibilità alla sopraffazione, all’ingiustizia strutturale, alla violenza invisibile del potere economico: sensibilità che la Chiesa non solo conosce, ma ha sistematicamente coltivato nella sua riflessione sociale.
Il punto di frattura non è il “contro cosa”, ma il “come”. E qui la divergenza è assoluta.
La violenza come scorciatoia: il rifiuto cristiano
La tradizione cristiana — a partire dal Vangelo, passando per Agostino e Tommaso, fino al magistero contemporaneo — ha sempre guardato con profonda diffidenza alla violenza come strumento di cambiamento politico, anche quando il cambiamento invocato è giusto. Non per quietismo, non per difesa dell’ordine costituito, ma per una ragione teologica e antropologica precisa: la violenza corrompe chi la esercita, disumanizza il nemico, e tende a riprodurre le stesse strutture di dominio che pretende di abbattere.
Giovanni Paolo II, in Centesimus Annus, fu esplicito: “La Chiesa si oppone al ricorso alla violenza rivoluzionaria” non perché l’ingiustizia non esista, ma perché “la lotta di classe violenta” genera “situazioni di grande ingiustizia, rancore e odio”. Benedetto XVI, in Deus Caritas Est, ricordò che “il regno di Dio non è un prodotto della nostra azione” — non si costruisce con gli ordigni artigianali nel parco degli Acquedotti.
Questo non significa indifferenza. Significa che la strada è un’altra: quella della testimonianza, della costruzione paziente di comunità alternative, della pressione nonviolenta sulle strutture ingiuste. Una strada infinitamente più lenta e più frustrante, che non promette risultati immediati. Ma è l’unica che non sacrifica la dignità umana — né quella del nemico né quella di chi lotta.
Mercogliano e Ardizzone avevano scelto un’altra strada. Una strada che, se l’ipotesi degli inquirenti è corretta, avrebbe potuto fare vittime innocenti — ferrovieri, pendolari, persone qualunque che prendono l’alta velocità la mattina. Questo va detto con chiarezza, senza sconti. La violenza cieca non diventa giusta per le intenzioni di chi la esercita.
Il 41 bis e la dignità del detenuto
C’è però un elemento in questa storia che la stampa cattolica non può ignorare, e che i commentatori di destra preferiscono accuratamente non nominare: il 41 bis.
Alfredo Cospito, l’anarchico al cui gruppo Mercogliano e Ardizzone sarebbero stati vicini, è detenuto dal 2022 in regime di carcere duro. Isolamento quasi totale, comunicazioni ridottissime, una forma di detenzione progettata per spezzare non solo la libertà fisica ma la capacità stessa di pensare, comunicare, mantenere relazioni umane. Nel 2023 aveva condotto uno sciopero della fame durato mesi, sull’orlo della morte, per protestare contro quella condizione.
La Chiesa ha una posizione chiara sulla dignità del detenuto. Il Catechismo è esplicito: le pene non devono violare la dignità umana. Giovanni XXIII nella Pacem in Terris aveva ricordato che anche i detenuti conservano diritti inalienabili in quanto persone. Papa Francesco, nelle sue visite alle carceri e nei suoi ripetuti appelli per condizioni detentive umane, ha insistito su questo punto con una coerenza che non dipende dall’ideologia del detenuto.
Non si tratta di fare di Cospito un martire né di giustificare le sue azioni. Si tratta di chiedersi se il 41 bis — nella sua applicazione più estrema, quella del prolungamento indeterminato — sia compatibile con quella dignità della persona che la dottrina sociale della Chiesa pone come fondamento inviolabile di ogni ordinamento giusto. È una domanda scomoda, che non ha risposta facile. Ma una stampa cattolica seria non può evitarla.
La strumentalizzazione: il peccato della politica
E arriviamo all’ultima questione, quella più immediatamente visibile e, in un certo senso, la più scandalosa.
Il vicepremier Tajani si è detto “molto preoccupato” per “il fatto che due anarchici maneggiavano una bomba alla vigilia del voto referendario”, agitando il consueto “clima di tensione” fomentato da “anarchici ed estrema sinistra”. Il messaggio è trasparente: collegare nell’immaginario degli elettori il No al referendum con il pericolo, il disordine, la sovversione.
Usare i morti — anche i morti che stavano facendo cose illegali e pericolose, anche i morti dalla parte “sbagliata” — come combustibile per una campagna elettorale è qualcosa che la dottrina sociale della Chiesa chiama con un nome preciso: strumentalizzazione della persona. Ogni essere umano, ricorda la Gaudium et Spes, è fine e non mezzo. Non può essere ridotto a pretesto, a simbolo, a argomento di comizio. Nemmeno quando è morto. Nemmeno quando era un avversario.
C’è in questa operazione retorica qualcosa che offende non solo la decenza politica, ma quella concezione della dignità umana che dovrebbe essere — almeno a parole — parte del patrimonio culturale di una destra che si dichiara di ispirazione cristiana. Usare Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone come scena di apertura per un discorso sul referendum significa non averli mai riconosciuti come persone. Significa averli visti, fin dal primo momento, come materiale.
Il boato nel parco degli Acquedotti si è sentito giovedì sera. Nessuno è andato a vedere. Il mattino dopo c’erano due corpi, una notizia, e già qualcuno che sapeva come usarla.
La dottrina sociale della Chiesa ci chiede qualcosa di più difficile di qualunque uso politico: ci chiede di guardare. Di vedere in quei due corpi non dei terroristi né delle pedine, ma due esseri umani che avevano scelto una strada sbagliata partendo, forse, da una percezione reale dell’ingiustizia. Di condannare la violenza senza per questo assolvere le strutture che la alimentano. Di pretendere che le carceri rispettino la dignità di chi vi è rinchiuso. Di rifiutare che i morti vengano reclutati per campagne elettorali.
È una posizione scomoda, perché non si schiera con nessuno dei contendenti. Ma è l’unica che non tradisce il Vangelo.

