Quando la pace diventa un marchio personale
Donald Trump ha finalmente firmato. Penna in mano, palco di Davos, fotografi pronti: nasce il Board of Peace. Nelle intenzioni del presidente americano dovrebbe garantire il cessate il fuoco a Gaza, ridisegnare il futuro della Striscia e, a sentir lui, persino “rivaleggiare” un giorno con le Nazioni Unite. Nella realtà, assomiglia più a un’operazione di branding geopolitico che a una solida architettura di pace.
Trump lo presenta come un organismo “per il mondo, non per gli Stati Uniti”, ma la regia, il linguaggio e il timing raccontano altro. Il Board arriva dopo giorni in cui la scena internazionale era stata occupata dalle sue minacce sulla Groenlandia e da una brusca marcia indietro. Davos diventa così il luogo ideale per cambiare narrazione: dalla forza muscolare alla pace firmata in diretta, dalla minaccia al salvatore globale.
Il problema è che, dietro l’enfasi, il progetto appare fragile. Trump parla di 59 Paesi pronti ad aderire, ma alla cerimonia erano presenti rappresentanti di appena 19 Stati, molti dei quali lontani dal cuore dei tradizionali alleati occidentali. Gran Bretagna, Francia, Paesi nordici, Unione europea, Canada, Ucraina: tutti alla finestra, quando non apertamente scettici. Non esattamente il segnale di un consenso planetario.
La diffidenza non è solo politica, ma strutturale. Il Board nasce come estensione del piano americano su Gaza, ma la sua carta istitutiva – secondo fonti diplomatiche – entra in attrito con il mandato dell’ONU. Trump prima lo denigra come organismo inefficace, poi promette di lavorarci “in congiunzione”. Un’ambiguità che non rassicura nessuno: o si costruisce un quadro multilaterale condiviso, o si tenta di sostituirlo con un consesso modellato sul volere di un solo leader.
Ancora più controversa è la composizione potenziale del Board. L’invito a Vladimir Putin – mentre la guerra in Ucraina continua e Mosca rifiuta ogni reale passo verso la pace – ha spinto diversi Paesi a sfilarsi. La pace, se include aggressori non pentiti e li legittima come garanti, rischia di diventare una caricatura. Non a caso, Londra ha parlato apertamente di “problemi legali e politici”, mentre altri governi temono che il Board diventi un contenitore opaco dove tutto è negoziabile tranne i principi.
Intanto Gaza resta dov’è: devastata, impoverita, congelata tra annunci e realtà. Mentre a Davos si parla di sviluppo e futuro, nella Striscia si scava tra i rifiuti per trovare qualcosa da bruciare contro il freddo. Il valico di Rafah viene annunciato come imminente apertura, ma senza conferme israeliane. Ancora una volta, la distanza tra il palco e il terreno è abissale.
Il Board of Peace sembra così rispondere più a un’esigenza narrativa che a una strategia credibile: offrire a Trump un ruolo da architetto globale, da presidente che non solo minaccia, ma “risolve”. Poco importa se gli alleati esitano, se il mandato è confuso, se la pace viene ridotta a un’appendice del protagonismo personale.
La pace, però, non si inaugura con una firma scenografica né si governa come un’azienda. Richiede pazienza, istituzioni condivise, limiti al potere e rispetto del diritto internazionale. Tutto ciò che il Board, per ora, non garantisce. Più che l’embrione di un nuovo ordine mondiale, appare come l’ennesimo tentativo di riscrivere la geopolitica a immagine e somiglianza di un solo uomo. E la storia insegna che, quando la pace diventa un marchio, a pagare il prezzo sono sempre gli stessi.
