Fulton J. Sheen, il più grande predicatore cattolico americano del Novecento, definì la Fraternità San Pio X una “setta scismatica” e chi la frequentava a lasciarla “il più presto possibile”. Eppure i lefebvriani e i tradizionalisti intransigenti lo invocano come proprio patrono spirituale. Una appropriazione indebita che rasenta il ridicolo — e che rivela tutto sull’onestà intellettuale di chi pratica la devozione selettiva ai santi
C’è un’ironia teologica di proporzioni quasi comiche che percorre certa destra cattolica americana — e i suoi epigoni italiani ed europei — quando invoca il nome di Fulton J. Sheen come patrono spirituale della resistenza al Concilio, della battaglia per la Messa tridentina, dell’opposizione a tutto ciò che sa di aggiornamento postconciliare. Sheen campeggia sui profili social dei tradizionalisti, viene citato nei gruppi Telegram sedevacantisti, appare sulle copertine di riviste che si battono per il ripristino integrale del rito antico come se fosse il loro profeta, il loro testimone, il loro santo.
Peccato che Fulton Sheen abbia definito la Fraternità San Pio X una “setta scismatica” e abbia esortato chi la frequentava ad abbandonarla “il più presto possibile, o subire la conseguenza di trovarsi forse fuori dalla Chiesa”.
Non è una citazione decontestualizzata, non è un’interpretazione tendenziosa, non è la solita tattica del progressismo ecclesiastico di arruolare i morti contro i vivi. È una lettera del 21 settembre 1978, firmata di pugno dall’arcivescovo, pubblicata — con disappunto e una risposta di rimbrotto — dallo stesso Angelus, il periodico editoriale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Persino i lefebvriani non hanno potuto negarne l’autenticità. L’hanno pubblicata loro stessi, corredata da una replica che redarguiva Sheen. Il che, considerato dall’angolo ecclesiologico, è già di per sé un documento straordinario: una fraternità in stato di sospensione canonica che rimprovera pubblicamente uno dei più grandi predicatori cattolici del Novecento per aver detto la verità sulla sua situazione giuridica e spirituale.
Vale la pena soffermarsi sul contesto, perché illumina la profondità del giudizio di Sheen. Siamo nel 1978. Le consacrazioni episcopali abusive di Écône — quelle che nel 1988 avrebbero portato Giovanni Paolo II a dichiarare lo scisma formale — sono ancora dieci anni nel futuro. Ma la Fraternità è già stata soppressa canonicamente. Lefebvre ha già ordinato sacerdoti contro la volontà esplicita del Pontefice. Ha già ricevuto la sospensione a divinis. Il quadro canonico è chiaro, almeno per chi vuole vederlo: si tratta di una struttura che opera in aperta disobbedienza alla Santa Sede, che forma e ordina clero senza mandato, che costruisce una parallela gerarchia di fatto ignorando quella legittima.
Sheen vede tutto questo con la lucidità del grande teologo e del grande pastore che è. E scrive a una donna preoccupata — madre di otto figli, evidentemente attratta dall’apparente solidità dottrinale e liturgica della Fraternità — con la semplicità diretta che ha sempre caratterizzato il suo magistero: questo gruppo non ha approvazione ecclesiastica e può condurre lei, e forse la sua famiglia, allo scisma e persino all’eresia.
La parola “eresia” non è buttata lì per eccesso di zelo. Sheen capisce, con precisione ecclesiologica rara, che lo scisma non è mai solo una questione disciplinare. Chi separa la propria comunione dalla Chiesa visibile finisce inevitabilmente per costruire una teologia alternativa che giustifichi quella separazione: si sviluppa una dottrina dell’indefettibilità selettiva, si rigettano i Concili scomodi, si costruisce una storia della Chiesa che termina convenientemente prima del Vaticano II, si elabora una cristologia e una ecclesiologia che non coincidono più con quelle del Magistero vivo. Lo scisma produce eresia come l’umidità produce muffa — lentamente, invisibilmente, finché le pareti non sono compromesse.
Su questo punto Sheen è in perfetta continuità con la grande tradizione ecclesiologica cattolica, da Cipriano di Cartagine — “non può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre” — fino a Newman, che aveva capito meglio di chiunque come la sottomissione all’autorità ecclesiastica non fosse una limitazione dell’intelligenza teologica ma la sua condizione di possibilità.
Ma torniamo all’appropriazione indebita. Come funziona, e perché è così grottesca?
Funziona per selezione. I tradizionalisti prendono di Sheen quello che fa comodo — la grandezza oratoria, il rigore dottrinale, la critica al relativismo morale, l’opposizione al comunismo, la devozione mariana, la solidità metafisica della sua teologia — e ignorano sistematicamente quello che non fa comodo: il fatto che Sheen fosse un uomo profondamente, strutturalmente, teologicamente obbediente alla Chiesa. Non obbediente per paura, non obbediente per carrierismo, non obbediente nonostante le sue idee: obbediente perché la sua ecclesiologia rendeva l’obbedienza al Pontefice e ai vescovi in comunione con lui una condizione costitutiva dell’essere cattolico. Per Sheen, come per tutti i grandi teologi cattolici, non esiste cattolicità senza comunione. Non esiste tradizione autentica fuori dalla Chiesa viva.
La selezione che operano i tradizionalisti su Sheen è analoga a quella che certa destra cattolica opera su Giovanni Paolo II: ne prendono i discorsi sulla famiglia, sulla vita, sulla morale sessuale, e ignorano la Teologia del Corpo che fonda quelle posizioni in una antropologia radicalmente diversa dall’integralismo preconciliare che pretendono di difendere. O quella che operano su Benedetto XVI: ne prendono la critica all’ermeneutica della rottura e ignorano che Ratzinger, teologo del Concilio, ha sempre sostenuto la legittimità e la necessità del Vaticano II.
È una tecnica antica. Si chiama citazione decontestualizzata, e il suo risultato è trasformare un testimone in un fantoccio, un pensiero vivo in una clava.
Fulton Sheen non era un tradizionalista nel senso in cui il termine è usato oggi. Era un cattolico integrale, il che significa una cosa molto precisa: credeva che la pienezza della rivelazione si trovasse nella Chiesa cattolica nella sua totalità, non in una sua porzione temporalmente limitata. Credeva nel sensus fidei del popolo cristiano, nella guida dello Spirito Santo sul Magistero, nella continuità dinamica — non statica — della Tradizione. Capiva, come capiva il Concilio che aveva vissuto e accettato, che la Tradizione non è un museo ma un organismo vivente.
Chi lo invoca per combattere il Papa, per rifiutare il Concilio, per isolarsi in comunità liturgicamente pure ma canonicamente irregolari, non sta onorando Sheen. Sta facendo esattamente quello che lui, in quella lettera del settembre 1978, chiedeva a una madre di otto figli di impedire alla sua amica: restare in una setta scismatica, con il rischio di trovarsi fuori dalla Chiesa.
“Dio vi ama” — così concludeva la lettera. Con quella semplicità pastorale che i tradizionalisti ammirano in lui, e che usano per giustificare posizioni che lui stesso avrebbe condannato senza esitazione.
C’è qualcosa di istruttivo, e anche di malinconico, in questo meccanismo. Rivela che il problema del tradizionalismo intransigente non è la devozione alla forma, non è l’amore per la bellezza liturgica, non è nemmeno la preoccupazione — spesso sincera — per la solidità dottrinale. Il problema è l’autosufficienza: la convinzione di possedere la Tradizione così completamente da non dover più rendere conto a nessuno — né al Papa, né ai vescovi, né ai teologi che non confermano le proprie posizioni, né persino ai santi che si invocano ma non si ascoltano.
Fulton Sheen merita di essere letto intero, non smembrato. Merita di essere ascoltato anche — anzi, soprattutto — quando dice cose scomode a chi lo venera.
“Ritiratevi da questa setta scismatica il più presto possibile.”
È ancora lì, in quella lettera del 1978. Firmata. Inequivocabile. Pubblicata persino dai suoi destinatari, incapaci di negarla.
La lettera è autentica, firmata, inequivocabile. E fu pubblicata dagli stessi destinatari, che non potevano negarla ma non potevano nemmeno tacerla. Era il 21 settembre 1978: Lefebvre era già sospeso a divinis da due anni, la Fraternità già soppressa canonicamente, lo scisma formale ancora dieci anni nel futuro. Eppure Fulton J. Sheen — il prelato che i tradizionalisti adorano sui social, citano nelle riviste, appendono come icona della resistenza postconciliare — scriveva a una madre di famiglia che la Fraternità San Pio X era una “setta scismatica” e che chi la frequentava rischiava di trovarsi “fuori dalla Chiesa”. Quello che segue è la storia di come si trasforma un testimone scomodo in un fantoccio obbediente, e di cosa rivela questo meccanismo su chi lo pratica.
