In Messico scompaiono 40 persone al giorno. È una guerra silenziosa che fa intervenire familiari e ONG
Ci sono numeri che non si riesce a tenere in testa perché la mente si rifiuta di elaborarli fino in fondo. 132.534 persone scomparse. Non vittime di un disastro naturale, non morti in guerra, non emigrati: scomparsi. Inghiottiti. Cancellati. E dietro ogni numero, una famiglia che cerca, che aspetta, che bussa a porte che non si aprono.
Il Messico non è in guerra — almeno, non ufficialmente. Eppure ogni giorno scompaiono tra le trenta e le quaranta persone. Ogni giorno. È una cifra che sgrana i denti di chi la pronuncia e lascia attoniti quelli che la ascoltano per la prima volta. In un anno fanno più di diecimila. In vent’anni fanno la storia di un Paese che ha normalizzato l’abnorme, che ha imparato a convivere con l’inaccettabile fino a non vederlo più.
Il Comitato Onu contro le sparizioni forzate ha visto. Ha condotto ispezioni in quattordici stati messicani, ha ascoltato famiglie e attivisti, ha letto documenti e ha tratto una conclusione che pesa come un macigno: le sparizioni configurano, per ampiezza e sistematicità, crimini contro l’umanità. Non una tragedia diffusa, non un’emergenza sanitaria o sociale: crimini contro l’umanità. La stessa categoria giuridica e morale delle pulizie etniche, delle deportazioni di massa, degli stermini. E ha attivato l’articolo 34 della Convenzione internazionale, portando la questione davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite — una misura senza precedenti nella storia dello strumento.
La risposta del governo di Claudia Sheinbaum è stata immediata e rivelatrice: “attacco ingiustificato”, “ignora i risultati raggiunti”, “mette in discussione il nostro operato”. Il lessico della difesa ferita, dell’orgoglio nazionale calpestato, della sovranità minacciata. Ma Edith Olivares Farreto, direttrice di Amnesty International Messico, smonta con pazienza e fermezza questa narrativa: il Comitato non ha condannato, ha teso una mano. Non ha accusato la presidente, ha detto: il problema è troppo grande per affrontarlo da soli, chiedete aiuto.
E qui sta il nodo. Il governo messicano riconosce le sparizioni della cosiddetta “guerra sporca” scatenata da Felipe Calderón nel 2006 — quella che aprì le porte a un conflitto armato interno che non ha mai smesso di mietere vittime. Ma per gli ultimi vent’anni la narrazione ufficiale scarica tutto sulla delinquenza organizzata, come se lo Stato fosse uno spettatore impotente e non un attore che, a livelli federali, statali e municipali, ha tollerato, coperto, o direttamente partecipato. È una menzogna comoda, quella che separa nettamente lo Stato criminale dal crimine organizzato, quando ogni inchiesta seria rivela da decenni quanto i confini tra i due siano porosi, mobili, spesso inesistenti.
Intanto, a portare avanti la ricerca non è lo Stato. Sono le famiglie — soprattutto le madri, le mogli, le sorelle. Sono le organizzazioni della società civile che setacciano archivi, organizzano squadre di ricerca, documentano casi, scrivono rapporti, fanno pressione internazionale. Lo fanno a proprie spese, a proprio rischio. E quel rischio ha un nome preciso: trentadue donne impegnate nella ricerca dei propri familiari sono state assassinate. Trentadue persone uccise perché cercavano. Non è una cifra accessoria: è la misura esatta di quanto sia pericoloso chiedere verità in Messico, e di quanto il sistema — quale che ne sia la composizione — sia disposto a pagare per mantenere il silenzio.
C’è qualcosa di profondamente distorto in un Paese dove lo Stato si irrita quando qualcuno offre aiuto per trovare i suoi cittadini scomparsi. Dove la risposta alla mano tesa è l’accusa di ingerenza. Dove si rivendicano i tavoli di dialogo e i protocolli di collaborazione mentre ogni giorno quaranta persone spariscono nel nulla.
L’articolo 34 non è una condanna. Ma è un confine. È la comunità internazionale che dice: fino a qui. Quello che accade in Messico non è più una questione interna, non è più gestibile con la retorica della sovranità nazionale. È una crisi umanitaria che appartiene all’umanità intera. E le 132.534 famiglie che cercano i propri cari meritano, almeno, che qualcuno smetta di difendersi e cominci a rispondere.
