Dopo aver combattuto l’ISIS per il mondo intero, i curdi si ritrovano ancora una volta nel posto che la storia riserva loro troppo spesso: in prima linea quando c’è da morire, ai margini quando c’è da decidere. Oggi, nella guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, i curdi iracheni e i curdi iraniani in esilio nel Kurdistan iracheno vedono tornare il copione che conoscono da generazioni: grandi potenze che promettono, usano, sondano, lasciano intendere; e poi si ritraggono, o peggio scaricano sui curdi il prezzo delle loro manovre. Reuters ha riferito che alcune milizie curdo-iraniane speravano di sfruttare la guerra per entrare nelle aree di confine iraniane, ma senza un sostegno chiaro e diretto di Washington; nello stesso tempo, AP racconta che migliaia di curdi iraniani esiliati vicino a Erbil vivono da decenni senza cittadinanza piena e con il timore costante di essere colpiti dalle rappresaglie di Teheran.
Da cattolici, questa vicenda dovrebbe toccarci nel profondo, perché qui non c’è solo geopolitica: c’è una questione morale. I curdi sono uno di quei popoli che la comunità internazionale elogia quando servono come barriera contro un male più grande e poi dimentica quando chiedono giustizia per sé. In Iraq i peshmerga hanno combattuto lo Stato islamico pagando un prezzo altissimo; subito dopo, però, il loro tentativo di trasformare in progetto politico il sacrificio compiuto contro l’ISIS si è infranto contro il veto di Baghdad, la freddezza della coalizione e il contraccolpo seguito al referendum del 2017. Già allora Reuters registrava che il voto per l’indipendenza curda, arrivato sulle rovine della guerra all’ISIS, veniva trattato dalla coalizione come un intralcio strategico più che come la domanda politica di un alleato che aveva sanguinato per tutti.
La ferita non si è mai chiusa. Oggi, mentre il nord dell’Iraq torna a essere colpito e militarizzato dentro l’escalation regionale, i curdi vedono che persino le loro basi diventano bersaglio collaterale o diretto. Reuters ha riferito di un attacco a una base dei peshmerga a nord di Erbil con almeno sei morti e ventidue feriti; nello stesso quadro, Iraq e Kurdistan iracheno protestano per colpi che arrivano sul loro territorio in una guerra che essi non hanno scelto ma che pagano di nuovo in vite, paura e instabilità.
Eppure la sofferenza curda non comincia oggi. In Siria, i curdi furono il principale alleato terrestre degli Stati Uniti contro l’ISIS. Ma quando l’interesse strategico di Washington cambiò, arrivò l’abbandono. Reuters già nel 2019 registrava, persino per bocca del Cremlino, che gli Stati Uniti avevano “abbandonato” e “tradito” i curdi siriani dopo averli usati come partner principali contro il jihadismo; e sempre Reuters raccontava in quei giorni come, per molti curdi siriani, l’uccisione della leader Hevrin Khalaf fosse diventata il simbolo di quel tradimento.
Il copione è tornato anche nel 2025 e nel 2026. Reuters ha riferito del ritiro americano da ulteriori basi in Siria e del crescente allarme curdo per il rischio di una rinascita dell’ISIS proprio mentre Washington riduce la propria presenza; e AP racconta che i curdi di Afrin hanno potuto tornare a celebrare il Nowruz solo dopo anni di esilio causati dall’offensiva turca, in un contesto in cui i loro diritti dipendono ancora dagli equilibri imposti da altri.
Qui si inserisce il nodo turco, che per i curdi è sempre decisivo. Ogni ipotesi di rafforzamento curdo oltre confine, in Iraq, Siria o Iran, viene letta da Ankara come una minaccia strategica. Così il popolo curdo resta schiacciato in una morsa quasi perfetta: l’Iran lo colpisce quando teme insorgenze al proprio interno; la Turchia lo colpisce quando intravede autonomie curde ai suoi confini; la Siria lo tollera o lo reprime secondo convenienza; gli Stati Uniti lo usano come forza terrestre ma non lo difendono quando il costo politico cresce troppo. È il dramma di un popolo che ha imparato sulla propria pelle che le alleanze delle grandi potenze sono spesso prestiti a scadenza, non vincoli di fedeltà.
Per un cristiano, il punto non è romanticizzare ogni milizia curda né ignorare le divisioni interne del mondo curdo. Reuters e AP mostrano bene che i gruppi curdi iraniani sono piccoli, divisi, spesso incerti persino sul proprio orizzonte politico finale: indipendenza, autonomia, federalismo. Ma proprio questa fragilità rende ancora più indecente la leggerezza con cui vengono evocati come “stivali sul terreno” da chi, da lontano, immagina di piegarli a una strategia anti-iraniana senza offrirgli vere garanzie politiche, protezione o un futuro credibile.
I curdi iracheni, in particolare, portano il peso di una fedeltà mal ricompensata. Hanno combattuto l’ISIS quando molti altri arretravano. Hanno accolto sfollati e profughi. Hanno difeso città, frontiere, minoranze. Eppure, dopo la guerra al califfato, non hanno ricevuto né una vera sicurezza geopolitica né un riconoscimento proporzionato ai sacrifici compiuti. Il loro referendum è stato soffocato, le loro aree contese ridiscusse, le loro aspirazioni relativizzate in nome della stabilità regionale. Il messaggio, durissimo, è stato questo: per morire contro il jihadismo i curdi erano indispensabili; per avere voce sul proprio destino, diventavano improvvisamente scomodi.
Nel presente conflitto, tutto ciò si ripresenta in forma ancora più crudele. I curdi iraniani in Iraq vedono negli attacchi a Teheran una possibile “finestra storica”, ma sanno anche che i precedenti insegnano prudenza. AP riferisce che molti di loro diffidano profondamente delle potenze straniere proprio per una lunga storia di sfruttamento e tradimenti; e Reuters segnala che i messaggi lanciati da Israele e dagli Stati Uniti sembrano spesso più “palloncini sonda” che impegni reali. È l’eterna condizione curda: vicina abbastanza ai fronti per morire, lontana abbastanza dai tavoli per non contare.
Da cattolici, la parola da dire qui è semplice e severa. Non si può continuare a usare un popolo come scudo militare e poi negargli dignità politica. Non si può celebrare il coraggio dei peshmerga contro il male assoluto dell’ISIS e poi consegnarli alla solitudine strategica quando chiedono protezione, diritti, sicurezza e riconoscimento. Non si può parlare di ordine internazionale mentre si lascia che un popolo intero viva permanentemente sotto il regime dell’eccezione, della promessa rinviata, della fedeltà tradita.
I curdi iracheni e iraniani ci ricordano una verità evangelicamente scomoda: il peccato delle nazioni non è solo nell’aggressione aperta, ma anche nell’infedeltà interessata. Si può uccidere un popolo non solo bombardandolo, ma anche servendosi del suo sangue e poi voltandogli le spalle. I curdi lo sanno da troppo tempo. Ed è una vergogna che il mondo continui a imparare da loro il valore del sacrificio senza mai restituire loro il diritto alla giustizia.
