La CIA gioca la carta della frammentazione etnica-territoriale
C’è un popolo che non ha mai avuto uno Stato, ma ha avuto molti padroni. E ha imparato, a proprie spese e con il proprio sangue, che i padroni vanno e vengono — lasciando sempre lo stesso vuoto, sempre le stesse macerie, sempre le stesse promesse infrante come ceramica sul pavimento di una casa bombardata.
Si chiamano curdi. E adesso Washington torna a bussare alla loro porta.
La notizia, rimbalzata mercoledì tra CNN e Axios, ha la struttura di un dejà vu doloroso: la CIA starebbe negoziando con diversi gruppi curdi dell’Iran per armarli, finanziarli, spingerli a sollevarsi contro Teheran. Trump avrebbe già telefonato ai capi del KDPI, della PDK e del PUK. Netanyahu, si dice, avrebbe fatto pressioni per mesi in questa direzione. L’obiettivo dichiarato è duplice: allungare le linee difensive iraniane e creare un cuscinetto a nord-ovest a protezione di Israele.
Strategia pulita, sulla carta. Come sempre, sulla carta.
Il problema è che la carta non assorbe il sangue.
Per capire dove porta questa strada, basta percorrerla all’indietro. Non occorre andare lontano nel tempo — bastano dieci anni, forse dodici.
Nel 2014, quando lo Stato Islamico avanzava con una velocità che terrorizzava il mondo intero, furono i combattenti curdi — le milizie YPG in Siria, i Peshmerga in Iraq — a fermare l’avanzata. A Kobane, a Sinjar, a Mosul. Combatterono casa per casa, quartiere per quartiere, con armi spesso inferiori e senza nessuna garanzia formale. Morirono a migliaia. Migliaia di donne, tra loro, nelle file delle YPJ. Washington le armò, le addestrò, le coordinò. Le chiamò partner indispensabili. Le coprì di elogi.
Poi, nell’ottobre del 2019, Trump annunciò con un tweet il ritiro delle truppe americane dalla Siria settentrionale. Nel giro di ore, la Turchia lanciò l’operazione “Fonte di Pace” contro le stesse milizie che avevano combattuto fianco a fianco con gli americani. I soldati statunitensi si fecero da parte. Le strutture del Rojava — quell’esperimento fragile e straordinario di autogoverno democratico, di parità di genere, di convivenza tra etnie — vennero investite dai carri armati turchi e dalle milizie proxy di Ankara.
James Jeffrey, inviato speciale di Trump per la Siria, disse che i curdi erano stati “pugnalati alle spalle”. Lo disse lui — un funzionario dell’amministrazione che aveva appena ordinato il pugnale.
E ISIS? ISIS che doveva essere sconfitto, dissolto, archiviato come capitolo chiuso della storia?
È tornato. O meglio: non se n’era mai andato del tutto. Nel Rojava indebolito dall’offensiva turca, nei campi profughi sovraffollati dove languiscono ancora decine di migliaia di familiari di combattenti jihadisti, nei vuoti di potere lasciati dalla guerra civile siriana senza fine, le cellule dello Stato Islamico hanno ricominciato a muoversi. Gli attacchi si sono moltiplicati. I sequestri, le esecuzioni, le infiltrazioni. L’organizzazione che i curdi avevano fermato con il proprio corpo è riemersa proprio lì dove la protezione americana si era ritirata nel buio di un tweet presidenziale.
Il Rojava paga adesso, quotidianamente, il conto di quella defezione. E i curdi sanno perfettamente chi ha firmato la ricevuta.
Eppure eccoci di nuovo. Eccoci con la CIA che bussa, con Trump che telefona, con Netanyahu che fa pressioni. Eccoci con la stessa liturgia delle promesse — armi, fondi, riconoscimento, futuro — rivolta a un popolo che quella liturgia la conosce a memoria, versetto per versetto, delusione per delusione.
Neil Quilliam, analista di Chatham House, ha usato parole rare per un think tank britannico abituato alla sobrietà diplomatica: “Non ci può essere fiducia o fede tra i gruppi curdi dell’Iran che il sostegno americano verrà onorato.” E ancora, con una lucidità quasi spietata: “Trump può semplicemente andarsene e lasciare il disastro dietro di sé.”
Non è una previsione. È una descrizione del metodo.
C’è una parola, in politica estera, che viene usata con grande disinvoltura e con scarsissima vergogna: strumento. I curdi sono stati strumento contro Saddam, strumento contro ISIS, strumento contro Assad, strumento — oggi — contro Teheran. Ogni volta che Washington ha avuto bisogno di qualcuno disposto a morire per un obiettivo americano in una regione che gli americani non vogliono presidiare con le proprie vite, ha guardato verso le montagne del Kurdistan.
E ogni volta, finito l’obiettivo, lo strumento è stato riposto nel cassetto. O peggio: ceduto all’alleato di turno — la Turchia, ieri; chissà chi, domani — come pedina di scambio in qualche accordo che i curdi non hanno negoziato e non firmeranno mai.
La storia dell’Afghanistan insegna che armare un gruppo irregolare per un obiettivo immediato è la ricetta più collaudata per il disastro a lungo termine. I mujahideen finanziati dalla CIA negli anni Ottanta contro i sovietici si chiamarono poi Taliban. I Contras in Nicaragua lasciarono una scia di violenza che il paese non ha ancora smaltito. La lista è lunga, e la logica è sempre la stessa: si usano gli uomini come fuochi d’artificio, brillano per un momento utile, poi si spengono e si buttano.
I curdi, in questa storia, non sono né eroi né strumenti. Sono un popolo — quaranta milioni di persone sparse tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, senza passaporto sovrano, senza seggio all’ONU, senza il lusso di potersi permettere il cinismo che praticano su di loro le grandi potenze. Hanno ragioni proprie, legittime, antiche. Hanno il diritto di resistere all’oppressione di Teheran, come ce l’hanno avuto rispetto ad Ankara, a Baghdad, a Damasco. Ma quel diritto è loro, non è in concessione a Washington per la durata di un conflitto conveniente.
La domanda che nessun funzionario dell’amministrazione Trump si è posto — o se se l’è posta, non ha ritenuto degna di risposta — è semplice: e dopo? Cosa succede ai curdi iraniani quando l’Iran sarà diverso, o sconfitto, o stabilizzato secondo i parametri americani? Chi garantirà la loro sicurezza? Chi impedirà alla Turchia — membro NATO, partner indispensabile di Washington — di colpirli come ha già colpito quelli siriani?
La risposta, storicamente, la conosciamo. È il silenzio che segue il ritiro.
C’è un detto che circola tra i curdi e che, tradotto, suona più o meno così: “I curdi non hanno amici che le montagne.” È un detto antico, nato dall’esperienza accumulata secoli su secoli di tradimenti e abbandoni. Non è cinismo: è realismo guadagnato al prezzo più alto che esiste.
Ogni volta che Washington arriva con i suoi dollari e i suoi droni e le sue promesse di partnership strategica, quel detto torna a girare di bocca in bocca. E ogni volta che Washington se ne va — e se ne va sempre, prima o poi — le montagne restano. Immobili, silenziose, indifferenti alle mappe che i grandi disegnano e ridisegnano sui loro fianchi.
Stavolta andrà diversamente? Niente, nella storia recente, autorizza questa speranza. Tutto, in quella stessa storia, suggerisce di aspettarsi l’identico finale: un popolo usato, un conflitto abbandonato, e ISIS — o qualunque altra cosa prenderà il suo nome — a riempire il vuoto che l’America si sarà lasciata alle spalle.
Le montagne, almeno, non tradiscono.
