Silva Sulemi, cristiana siriana di Homs oggi in Italia, racconta fede, guerra, perdono e convivenza tra le religioni
INTERVISTA: Il suo nome viene da “salibe”, croce in arabo. Silva Sulemi è nata a Homs, città simbolo della guerra siriana, in una famiglia cristiana le cui radici affondano nell’era apostolica. In Italia per assistere la madre malata, ha scelto di restare per proteggere il figlio dal conflitto. Parla un italiano perfetto, sorride spesso, e quando racconta il cugino decapitato dall’ISIS “solo perché cristiano” non abbassa la voce: la alza, quasi per impedire che quella morte si riduca a statistica. Incontrata a Roma, Silva porta con sé la Siria che i telegiornali non inquadrano mai: quella dei campanili accanto ai minareti, delle famiglie che si passano il cibo attraverso i muri durante i blackout, dei sacerdoti gesuiti che aprono biblioteche e tengono lezioni di matematica mentre fuori cadono le bombe.
Silva, il suo cognome ha un significato particolare.
“Salibe”, croce, in arabo. I miei genitori mi hanno dato un nome che è già una confessione di fede. Vengo da una famiglia cristiana di Homs, e quando dico “cristiana” intendo qualcosa di molto antico: la Siria è terra di San Paolo e San Pietro, ci sono villaggi dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù. Vicino a Homs c’è una chiesa che custodisce la cintura di Maria. Questa continuità non è un dettaglio: è ciò che ci tiene in piedi.
Quanti cristiani sono rimasti in Siria?
Pochi, troppo pochi. Prima della guerra eravamo circa il dieci per cento della popolazione. Molti sono fuggiti, altri sono morti. Ma chi è rimasto ha scelto di rimanere con piena consapevolezza. Non per rassegnazione: per vocazione. Ci sentiamo “sale della terra”, come dice il Vangelo. Se il sale scompare, che cosa resta?
Lei è cresciuta attorno alla chiesa del Salvatore a Homs, fondata da un gesuita. Che cosa rappresentava quella chiesa per il quartiere?
Tutto. Il sacerdote che l’ha fondata veniva da una famiglia benestante e aveva scelto di dare tutto. Attorno alla chiesa è cresciuto un quartiere intero. Aveva una biblioteca, insegnava arabo, francese, matematica. Proiettava film. Quel sacerdote ha celebrato il mio battesimo, il mio matrimonio, ha benedetto i miei figli. È stato la mia famiglia spirituale per tutta la vita.
E durante la guerra?
La chiesa è diventata ancora di più un centro di vita. Si riempiva più di prima, non solo di cristiani: venivano musulmani, alawiti, chiunque avesse bisogno di un luogo sicuro. I sacerdoti e le suore hanno ideato progetti per i più poveri, per gli sfollati, per le famiglie che avevano perso tutto. In certi periodi non avevamo elettricità per settimane. Non potevamo uscire per tre mesi. Le famiglie del quartiere — cristiane e musulmane — si passavano il cibo attraverso i muri. Questi gesti sembrano piccoli, ma sono ciò che tiene insieme il tessuto umano quando tutto il resto si rompe.
Lei insiste molto sulla convivenza tra cristiani e musulmani. Ma la guerra non ha avvelenato quei rapporti?
Ha cercato di farlo. Ma bisogna capire che cosa è stata davvero quella guerra: non uno scontro tra sciiti e sunniti, non una guerra di religione. Era una guerra di interessi — gas, petrolio, geopolitica. Le tensioni settarie sono state alimentate dall’esterno, non nascevano dalla storia della Siria. Io sono cresciuta in un quartiere dove campanili e minareti si alzavano fianco a fianco. Il padre del mio amico d’infanzia era imam. Mio fratello ha un nome musulmano, Husai: in Siria queste compenetrazioni erano normali, prima che qualcuno decidesse di trasformarle in un problema.
Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita rapito dall’ISIS nel 2013, è stato una figura importante per lei.
Abbiamo trascorso delle Pasque a Mar Musa, il monastero che lui aveva ricostruito nel deserto. Era un luogo dove si pregava insieme, cristiani e musulmani, dove si leggevano la Torah, il Corano e il Vangelo. Padre Paolo credeva che il dialogo non fosse un’opzione diplomatica ma un’urgenza spirituale. E poi c’era Padre Frans van der Lugt, olandese, rimasto a Homs durante l’assedio quando tutti gli altri se ne andavano. Insegnava spiritualità ai giovani, creava spazi di incontro, difendeva i più fragili. L’ISIS lo ha ucciso nel 2014, con un colpo alla testa nel giardino della sua parrocchia. Ma quello che aveva seminato non è morto con lui.
Come ha vissuto il trauma della violenza fondamentalista?
Mio cugino Wadi Salvatore aveva ventisette anni. Lo hanno decapitato solo perché era cristiano. Ventisette anni. Come si elabora una cosa simile? Non si elabora, si porta. La preghiera mi ha aiutata a non trasformare il dolore in odio. Quando facevo volontariato con gli sfollati sapevo che tra loro c’erano probabilmente persone che avevano avuto contatti con l’ISIS. Li guardavo e vedevo donne e bambini, vittime anche loro di qualcosa più grande di tutti noi. Non era mio dovere giudicare. Era mio dovere aiutare.
Lei dice che la fede “mette la forza”. Non si tratta solo di chiedere forza?
No, è diverso. Chiedere forza è una preghiera. Ricevere forza è un’esperienza. Ci sono momenti in cui non sai come andrai avanti, e poi succede qualcosa — un sacerdote che ti dà del denaro al momento giusto, una vicina che bussa con del pane, un’amica che vende le borse che hai fatto fare alla moglie del malato per darle un reddito e una dignità. Io chiamo queste cose “catena benedetta”. Non è magia: è Provvidenza che passa attraverso le persone.
Lei ha accettato donazioni dall’Italia. Come le ha gestite?
Con grande attenzione alla dignità di chi riceveva. Il denaro non basta: bisogna capire di che cosa ha bisogno ogni persona, e fare in modo che quel bisogno diventi un progetto sostenibile. C’era una donna il cui marito era gravemente malato: faceva borse artigianali. Con una suora abbiamo acquistato le borse, trovato chi le vendesse, creato un piccolo circuito. Non era carità: era lavoro, e il lavoro restituisce dignità. Questo è ciò che cerco di fare con ogni aiuto che arriva.
Maria è un ponte tra le religioni in Siria?
Mariam è amata anche nell’Islam. Il Corano le dedica una sura intera. A maggio le famiglie — cristiane e musulmane — pregano insieme per lei. Il 15 agosto molte donne musulmane digiunano in suo onore. Quando parlo di Maria con un’amica musulmana non c’è distanza: c’è un riconoscimento comune. Lei è madre, e la maternità supera ogni confine di fede.
Un messaggio ai giovani cristiani italiani che magari vivono la fede in modo tiepido.
Non abbiate paura della profondità. Una fede superficiale non regge alla prova. Non dico questo per spaventare: lo dico perché ho visto con i miei occhi che quando arriva la prova — e arriva, per tutti, in forme diverse — è la fede profonda che tiene. Chiedete a Dio non di risparmiarvi le difficoltà, ma di darvi la forza per attraversarle. E poi trasformate quella forza in gesti concreti: un sorriso, un ascolto, un progetto piccolo che restituisce dignità a qualcuno. La fede non è un sentimento privato: è una preghiera incarnata.
Lei è in Italia, lontana dalla Siria. Si sente in esilio?
Mi sento in missione. Portare la testimonianza di ciò che ho vissuto, di come la Chiesa sia stata casa per tutti durante la guerra, di come la convivenza sia possibile anche dove sembrava impossibile: questo è il mio compito qui. E poi c’è mio figlio Michael, che suona con un gruppo internazionale — iraniani, spagnoli, italiani. La musica non ha confini. Quando suonano insieme, è già un’anticipazione di ciò che il mondo potrebbe essere. Per questo non mi sento sconfitta. La Siria è ferita. Ma non è spezzata.
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Silva Sulemi è originaria di Homs, Siria. Cristiana di rito latino, è impegnata nel volontariato con rifugiati e sfollati siriani in Italia. Collabora con iniziative di dialogo interreligioso e promuove progetti di micro-solidarietà per famiglie in difficoltà in Siria e Libano.
